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giovedì 20 aprile 2017

L'ITALIA E LA SPOLIAZIONE DI UNA NAZIONE ANTICHISSIMA, il controllo della Storia





"Per liquidare i popoli" diceva Milan Hübl "si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E, intorno, il mondo lo dimentica ancora più in fretta."
Milan Kundera: "Il libro del riso e dell'oblio"



Pubblichiamo un interessante articolo (a nostro giudizio) dell'amico Milo Bozzolan.
cliccando qui il post originale sul blog "dal Veneto al mondo"
E come le parole che Milan Kundera mette in bocca a Milan Hübl  e che riportiamo all'inizio di questa pagina, ci paiono sacrosantamente vere, così ci sembra che anche le parole di "Milo Boz Veneto" (lo pseudonimo con cui scrive su FB) lo siano, e che si adattino benissimo, date a parte, non solo alla situazione dei Popoli della Serenissima Repubblica ma a quelli delle Due Sicilie, del Granducato di Toscana, dei Ducati di Parma, Piacenza e Castro, dello Stato Pontificio: insomma a tutte le Popolazioni, o meglio NAZIONI, che esistevano (ed esistono ancor oggi nonostante la conquista, la colonizzazione sardo-piemontese liberal-massonica) nel territorio della penisola italica.
"DIME CAN MA NO TALIAN"caro Milo, sciacquetta  a parte (ma di persone imbottite di fandonie italiote, masson-tricolorate, risorgimentaliste e patriottarde ne trovi anche nella tua bella Patria, ahimè, la penisola ne è piena), le tue parole "negandoci la nostra Storia, che fu talmente grande da formare uno dei pilastri della civiltà europea, facendola magari passare per "italiana" e non veneta, e delle nostre tradizioni." ben si adattano ad ognuna delle popolazioni, nazioni potrei dire, che insistono nella penisola, basta cambiare "veneta" con toscana, con ligure, etc.
Ma VERA ancora di più se cambi "veneta" con Napoletana o Siciliana. 

Accomunati, napoletani siciliani e veneti, non solo dalla importanza dello Stato-Nazione "cancellato", bianchettato, eliminato dalla storia italiota, ma accomunati anche dal triste destino di essere etichettati, come ben ricordi nel tuo scritto,  con l'essere zotico o ignorante o entrambe le cose.







Da noi sappiamo che è incominciata nel 1866, e, accorpati nel "migliore dei mondi possibili" neanche la pellagra (vera piaga sociale dopo l'occupazione italiana) e l'emigrazione di massa, grazie agli ascari posizionati nei punti strategici nel Triveneto,  han prodotto rivolte contro lo stato centrale, anzi,  sono quasi riusciti a farci accettare la miseria  come  uno stato naturale del contadino e proletario veneto.



Che poi ci dipingevano, e ancora  ci dipingono, in parte, col nostro accento quasi slavo (diceva un mio commilitone romanaccio che parlavo come un russo :)  ) per dei contadini ignoranti, il cui posto naturale era quello di fare i domestici il qualche casa di "siori" della capitale italiota. 
Fino all'epoca dei nostri genitori, parlo degli anni '50, tutto questo, dalla massa dei veneti, era ormai accettato come normale. 
Ci si vergognava "de parlar el dia£eto" la maestrina segnava con ferocia i nostri errori e le nostre stragi di "dopie" e ci additava allo scherno della classe, magari composta da figli della "buona" borghesia cittadina che parlavano già solo el "talian" in casa (è capitato anche  a me, quando scrissi in un tema, peraltro ben fatto "non potiamo" al posto di "non possiamo" :) ).




In altre parole, cultura popolare veneta, ignorata, sepolta, negata nella sua lingua e nelle sue tradizioni rese ridicole e superate dalla "modernità" fatta di mobili di fòrmica e cucine americane.
Ma non bastava seppellire la cultura popolare: il sistema italiota tuttora ci nega la nostra storia, e veramente Orwell fu un grande profeta: "CHI CONTROLLA IL PASSATO, CONTROLLA IL FUTURO, CHI CONTROLLA IL PRESENTE, CONTROLLA IL PASSATO".
Nella narrazione storica, una Nazione con 3200 anni di continuità, che ha costruito due civiltà, quella venetica e quella veneta, che ha creato il sogno del mondo che è Venezia, eccola divenire, per incanto, un popolo di "contadini ignoranti" detto per bocca di una sciacquetta napoletana (anche se continuo ad amare Napoli, la sua cultura, e i napoletani) diventata ministra. E di ubriaconi, a detta del Maestro Oliviero Toscani, bontà sua. 
Dai veneti antichi, di cui non si accenna anche se con la loro civiltà son durati 1200 anni, si passa all'Arena di Verona, romana, nella narrazione di Alberto Angela, della premiata stirpe. E i veneti sono quindi romani, Venezia fu fondata da romani, vien da pensare, e poi Venezia fu solo una cosa "veneziana" e non creata soprattutto dall'apporto dai veneti (e dalmati) in prevalenza. Basta guardare ai natali di musicisti, pittori, architetti "veneziani".




Ecco, mi direte, dove vuto andar  a parare co tuto sto discorso
Al fatto evidente che un popolo si colonializza, e si spoglia così dei propri beni, rendendolo incapace di reagire; e come ha fatto lo stato unitario? negandoci la nostra Storia, che fu talmente grande da formare uno dei pilastri della civiltà europea, facendola magari passare per "italiana" e non veneta, e delle nostre tradizioni. 
Orwell insegna...ma quanti veneti lo hanno mai letto, Orwell? Forse capirebbero il motivo per cui la battaglia culturale DEVE ANDARE di pari passo con quella politica. 
Senza la presa di coscienza della nostra particolarità di Nazione, come potremmo invocare un diritto alla nostra autonomia e autodeterminazione nella platea del mondo, che pur ammira la nostra grande Storia? se siamo i primi  ad ignorare quello che siamo veramente, meritiamo solo la schiavitù.
Ricordo una sfilata di protesta, a Venezia, con i gonfaloni, prima dell'arrivo della statua di Napoleone al Correr, e due turiste canadesi estasiate, quando gli spiegai il motivo del corteo. "Bravi Veneti!" mi dissero. 

Milo



venerdì 7 aprile 2017

Le profezie di Don Bosco 2: i Savoja

Il nostro amico Davide Cristaldi completa l'opera conle profezie di Don Bosco a Casa Savoja. Potremmo dire parafrasando il titolo di una fortunata serie di film con protagonista Sylvester Stallone: DON BOSCO 2, LA VENDETTA!

CATANIA - Qualche giorno fa abbiamo pubblicato le memorie di Don Bosco sugli abboccamenti tra i reali napoletani ed il santo torinese, e sull'infausta profezia che egli fece loro. Torniamo volentieri sull'argomento, questa volta per conoscere le profezie toccate ai reali piemontesi che, come si leggerà, furono molto più atroci di quanto non capitò ai Borbone.


LA MALEDIZIONE DEGLI ANTENATI
Tutto ebbe inizio nel 1855, quando nel parlamento piemontese fu proposta la famosa legge d'incameramento dei beni ecclesiastici contro la quale Don Bosco fu fiero oppositore fin dalle prime discussioni parlamentari come dimostrano le arringhe dinnanzi i suoi allievi. Durante una di queste ebbe a parlare delle "maledizioni che stavano scritte dagli antichi Duchi di Savoia nelle carte di fondazione dell'Abbazia d'Altacomba contro quei loro discendenti che avessero osato distruggerla od usurparne i beni".
Uno degli allievi, "Il giovane Savio Angelo nell'udire quella serie di orrende minacce concepì un'idea ardita. D. Bosco, senza dargli consiglio, gliela aveva destramente insinuata; e bastò. Il giovane cercò e trovò copia di quella carta di fondazione, trascrisse tutte le maledizioni in un foglio, si firmò con nome, cognome e qualità, chiuse il suo foglio in una busta e lo indirizzò al Re"
Nei giorni seguenti, verso il fine del mese di novembre, fece uno strano sogno...
"Era circondato da preti e da chierici: ad un tratto vide avanzarsi in mezzo al cortile un valletto di Corte, col suo rosso uniforme, il quale, con passo affrettato venuto alla sua presenza, gli parve che gridasse: - Grande notizia! - E quale? gli chiese D. Bosco. - Annunzia: gran funerale in Corte! gran funerale in Corte! D. Bosco a questa improvvisa comparsa, a questo grido, restò come di sasso, e il valletto ripetè: - Gran funerale in Corte! -D. Bosco allora voleva domandargli spiegazione di questo suo ferale annunzio, ma quegli erasi dileguato"
"D. Bosco, risvegliatosi, era come fuori di sè e, inteso il mistero di quell'apparizione, prese la penna e preparò subito una lettera per Vittorio Emanuele, palesando quanto gli era stato annunziato, e raccontando semplicemente il sogno"
Il giorno seguente, prese a raccontare il sogno anche ai suoi allievi ed ai suoi chierici, ma nessuno di loro aveva saputo di persone inferme a corte, tuttavia quando la missiva fu recapitata a Vittorio Emanuele, egli "lesse con indifferenza quel foglio e non ne tenne conto" secondo quando  gli riferirono alcuni confidenti che Don Bosco che aveva a Palazzo.

L'ATROCE PROFEZIA: FUNERALI A CORTE
"Erano passati cinque giorni da questo sogno, e Don Bosco, dormendo, nella notte, sognò di bel nuovo. Gli pareva di essere in sua camera a tavolino, scrivendo; quando udì lo scalpitare di un cavallo in cortile. Ad un tratto vede spalancarsi la porta ed apparire il valletto nella sua rossa livrea, che entrato fino a metà della camera gridò: Annunzia: non gran funerale in Corte, ma grandi funerali in Corte! - E ripetè queste parole due volte. Quindi ritirossi con passo rapido e chiuse la porta dietro di sè. D. Bosco voleva sapere, voleva interrogarlo, voleva chiedergli, spiegazione; quindi si alzò da, tavolino, corse sul balcone e vide il: valletto nel cortile che saliva a cavallo. Lo, chiamò, chiese perchè fosse venuto a ripetergli quell'annunzio; ma il valletto gridando: - Grandi funerali in Corte! - si dileguò." 
Anche la mattina seguente, Don Bosco scrisse una lettera al Re di Sardegna, stavolta più esplicita, in cui chiedeva al Re di non approvare la legge sui conventi:
"Venuta l'alba, D. Bosco stesso indirizzò al Re un'altra lettera, nella quale raccontavagli il secondo sogno e concludeva dicendo a sua Maestà - che pensasse a regolarsi in modo da schivare i minacciati castighi, mentre la pregava di impedire a qualunque costo quella legge".
una bella immagine di VEII (che ne mette in risalto la somiglianza con il genitore) con la Bella Rosina.

Secondo le memorie di Don Bosco, il re rimase profondamente turbato dalla seconda lettera e spedì all'oratorio il marchese Fassati a chiedere conto ed a dimostrare la sua protesta. Tuttavia, "gli avvisi di D. Bosco non furono ascoltati. Il 28 novembre 1854 il Ministro guardasigilli Urbano Rattazzi presenta va ai deputati un disegno di legge per la soppressione dei conventi. Il Conte Camillo di Cavour, Ministro delle finanze, era risoluto di farlo approvare a qualunque costo".
Camillo
Gli effetti di quella profezia ignorata non tardarono ad arrivare:
"Il 5 gennaio la Regina Madre Maria Teresa quasi improvvisamente erasi ammalata. L'augusta inferma moriva il 12 gennaio poco dopo il pomeriggio, in età di cinquantaquattro anni. Grande sventura fu pel Piemonte la perdita di Maria Teresa, che spandeva quotidianamente sugli infelici beneficenze senza numero".
Vittorio Emanuele ricevette altre inquietanti lettere (le cui memorie però non ci dicono se sono da addebitare a Don Bosco), di questa levatura:
"Mentre si chiudeva quel feretro, giungeva all'indirizzo del Re un'altra lettera misteriosa, che diceva senza nominare alcuno: “Persona illuminata ab alto ha detto: Apri l'occhio: è già morto uno: se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua. Se non recedi, aprirai un abisso che non potrai scandagliare".
"Il Sovrano, letto questo foglio, rimase sbalordito, e in preda a viva inquietudine non poteva più aver riposo. L'avv. Enrico Tavallini accenna a questo stato di animo del Re, minacciato dei castighi del cielo da continue lettere di prelati".
Ma quelle lettere, che apparentemente contenevano solo minacce, furono in realtà il preludio di un nuovo funerale: 
"La Regina Maria Adelaide nel punto della morte di Maria Teresa trovavasi nel quarto giorno del puerperio, avendo dato alla luce felicemente un bambino. Ed essa, che tanto amava la suocera, fu colpita da sì vivo dolore, che colta da una metro-gastro-enterite si ridusse a pericolo di vita. Alle 3 pom. le fu portato il Santissimo Sacramento dalla Regia Cappella della Sindone. Folla immensa accorreva in tutte le chiese per il ristabilimento della sua salute. L'intiero Piemonte si associava ben di cuore alle pene della famiglia reale, verificandosi l'antica massima che in Piemonte le sventure del Re sono sventure del popolo. Ma il giorno 20 fu amministrato l'Olio santo alla Regina, e verso il mezzogiorno l'augusta inferma, entrò in agonia; alla sera verso le ore 6 spirava nel bacio del Signore, a soli 33 anni di età" 
il figlio di Carlo Alberto, Ferdinando, Duca di Genova. Anche qui si nota la somiglianza col genitore.

"Nè qui finivano i lutti di casa Savoia. La stessa sera fu dato il Santo Viatico a S. A. R. Ferdinando duca di Genova, già logoro di sanità, fratello unico del Re Vittorio Emanuele era immerso nel più straziante dolore", anche lui trentatrenne.

"LA FAMIGLIA DI CHI RUBA A DIO NON GIUNGE ALLA QUARTA GENERAZIONE"
Don bosco usò anche l'arma dell'informazione al fine di mettere in guardia il governo dall'approvare la legge Rattazzi, facendo pubblicare alcuni testi tra cui il libercolo del Barone Nilinse intitolato: "I beni della chiesa, come si rubino e quali siano le conseguenze; con breve appendice sulle vicende del Piemonte". In tale libro, che mise un sano timore ai potenziali acquirenti di ex conventi e monasteri, si elencavano tutti i castighi che erano capitati a chi si fosse macchiato del furto nella casa di Dio e vi si affermava l'antico detto che "La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla quarta generazione!" 
"Senonchè, mentre in senato si discuteva sul malaugurato progetto, il 17 maggio la casa reale fu coperta nuovamente di gramaglia. La compianta Regina Maria Adelaide aveva messo alla luce un maschio gli 8 di gennaio di quest'anno. Il bambino, Vittorio Emanuele Leopoldo Maria Eugenio godeva di ottima salute e prosperava; quando in breve fu ridotto agli estremi ed andò a raggiungere la madre. In quattro mesi il Re aveva perduto la madre, la moglie, il fratello ed il figlio. Il sogno di D. Bosco erasi pienamente avverato". 
Alla fine mancava solo la firma di Vittorio Emanuele II per approvare la legge di incameramento dei beni ecclesiastici e nuovamente dinnanzi ai suoi allievi Don Bosco ebbe ancora a profetizzare, in una nuova lettera che fece indirizzare al Re: 
"Maestà, non sottoscrivete la legge soppressiva dei conventi, altrimenti sottoscrivereste a molte disgrazie su di voi e sulla vostra famiglia. Dì ciò vi avverto come suddito fedele, affezionato ed ossequente ”.
Ed un altra ancora in latino in cui campeggiava la frase: 
“Dicit Dominus: Erunt mala super mala in domo tua”. 
Dunque, "Non più scongiurava, minacciava ancor più gravi castighi se avesse posto la sua firma alla legge"

Umberto I,  sarà stato anche lui vittima delle leggi sciagurate di VEII?
"Intanto nuova disgrazia turbava la Casa Reale. Sua Maestà, nel mese di settembre, venne colta nel castello di Pollenzo da una febbre intensa, con artritide acuta e, diffusa a molte articolazioni. La malattia fu gravissima e mise tutto il regno in grande ansietà; ma come Dio volle si sviluppo un'eruzione migliare che fece il suo regolare periodo, e a poco a poco il Sovrano si ristabilì. Il 27 settembre però era stato obbligato a delegare il principe Eugenio di Savoia Carignano a provvedere in suo nome sugli affari correnti d'urgenza, firmando i decreti reali. La legge emanata contro i conventi continuava a portare tristi frutti..."
Umberto II.

La parte finale della profezia di San Giovanni Bosco si compì con l'esilio di Umberto II, il re della Quarta Generazione, il 13 giugno del 1946.

scusateci, è questo Umberto II. La foto precedente mostra una persona che gli somiglia

Farà impressione sapere che Umberto II, ultimo  re d'Italia, è seppellito nell'Abbazia di Altacomba....

Davide Cristaldi

lunedì 3 aprile 2017

La profezia di Don Bosco a Francesco II sul Regno delle Due Sicilie

Pubblichiamo un interessante articolo del nostro amico Davide Cristaldi che riguarda l'incontro con Don Bosco durante l'esilio in Roma dei nostri Sovrani.
Una pagina che ci rattrista, come ci rattristano ancor più gli eventi che seguirono la morte di Re Ferdinando, ma che offre una interessante chiave di lettura delle motivazioni che portarono alla fine del Regno delle Due Sicilie.

CATANIA - Quanto si leggerà nelle seguenti righe non proviene da fonti anonime e non verificate, o da tesi complottiste, che si trovano frequentemente nel mondo del web, ma direttamente dalle ben verificabili memorie di Don Bosco, che furono pubblicate in più volumi ed edizioni, a cavallo tra l'Ottocento ed il Novecento. L'esistenza di tale documentazione ci fu segnalata dal nostro nobile amico Valerio Lo Giudice, grazie al quale potemmo rinvenire l'intero cartiglio, che consiste in una serie di abboccamenti avvenuti tra il Santo torinese, nel corso di una delle sue visite al Pontefice, ed i reali di Napoli, che erano in esilio a Roma.
Le LL.MM. Francesco II e Maria Sofia dinanzi al Pontefice Pio IX

In realtà, prima ancora del memorabile colloquio con Francesco II, e poi della regina Maria Sofia, fu la Regina Madre Maria Teresa ad avere l'incontro conoscitivo con Don Bosco il 1° febbraio del 1867. 
la Famiglia Reale in esilio a Roma
Lo andarono a prendere con la carrozza all'orario che egli aveva indicato e giunto presso la dimora della regina madre, Ella le chiese che le venisse rivelato "un avvenire più glorioso e il ritorno alla reggia", tuttavia la profezia che il Venerabile riservò fu durissima, ma schietta, (e come ben sappiamo, veritiera):

"Maestà, mi rincresce doverlo dire, ma Ella non vedrа più Napoli!" 

"IL CASTIGO DI DIO SULLA DINASTIA"
Quelle dure parole, come si può ben immaginare, arrivarono alle orecchie di Francesco II. L'occasione per il grande incontro si materializzò il 3 febbraio, in casa della Duchessa di Sora a Villa Ludovisi, dove Don Bosco celebrò una messa, al termine della quale  l'abboccamento ebbe finalmente luogo. Fu il re stesso a portare velocemente il discorso sulle sorti del suo regno, ma Don Bosco prese a ripetere le stesse parole che qualche tempo prima aveva detto alla madre:

- "Se vuole che le parli schietto, le dirò che Vostra Maestа non tornerа più sul trono".

Francesco II, rimase profondamente colpito dalle parole del servo di Dio e non poteva essere altrimenti conoscendo la profonda fede che lo animava, per questo non osò obiettare a quelle infauste parole profetiche, ma ne volle conoscere il motivo. Don Bosco lo accontentò e prese a ricordare come per tanti anni fosse stata trattata la Chiesa dai Reali di Napoli:

- "Sono per me argomenti certi il modo con cui i Reali di Napoli trattarono la Chiesa". 
- "Che intende con queste parole?"
- "Che la Santa Chiesa fu trattata a Napoli con poca reverenza". 
- "Come?! la Chiesa non era protetta?".
- "Per più di sessant'anni furono in vigore le leggi Febroniane. Un vescovo non poteva dar la cresima senza la licenza del Re: non poteva ordinar preti, radunar sinodi, far visite pastorali, corrispondere con Roma, senza il beneplacito del Sovrano.E questo si chiama protegger la Chiesa?" - aggiunse.

Udite quelle parole, il Re cercò di giustificarsi adducendo motivazioni politiche ed appellandosi, a compensazione, agli interventi del padre Ferdinando II, concertati con il Pontefice, per contrastare gli ideali anti-cattolici in voga in quegli anni nel suo Regno:

"- Ma veda, D. Bosco, soggiunse il Re, era una misura generale di sorveglianza, era necessità politica, era il timore di una rivoluzione, era precauzione, perchè non fossero violati i diritti della Corona, che inducevano il potere civile a fare così..." 
"Tuttavia.." - lo interruppe Don Bosco - "...quei mali religiosi non poterono essere estirpati..."
E rimbottò: "Maestà, rispose Don Bosco, io conosco la vostra sincera devozione alla S. Sede: conosco le prove luminose che ne avete date. Siete il figlio di una santa!(1)[...]Il mal influsso di certi consiglieri non cercò per molti anni di tener accese nel cuore dello stesso vostro padre le diffidenze contro Roma Papale?"

Le due diverse edizioni(2) delle Memorie di Don Giovanni Bosco, arricchiscono di dettagli quel colloquio, infatti il santo torinese ebbe a parlare anche della Sicilia, rimproverando al sovrano la malevola presenza di quell'istituzione conosciuta come "Apostolica Legazia di Sicilia", una prerogativa dell'isola che risaliva al tempo dei Normanni, grazie alla quale i sovrani di Sicilia avevano la facoltà di nominare i vescovi e gli arcivescovi dell'isola o di appellare le sentenze ecclesiastiche:

- "E crede Vostra Maestà che fossero tuttavia da approvarsi queste misure contro la Chiesa? E il pessimo tribunale della Regia Monarchia ed Apostolica Legazia di Sicilia, che da più di un secolo pretendeva che in quell'isola la Chiesa in gran parte le fosse soggetta?... che spiava e impediva ogni relazione del Clero secolare e degli Ordini religiosi colla S. Sede?... giudici iniqui che facevano ogni loro volere, usurpando l'autorità del Papa e dello stesso Sovrano? Costoro rendeano vane le disposizioni e gli ordini dei Vescovi, troppo spesso perseguitavano i buoni religiosi favorendo i peggiori, e per loro colpa venivano guasti spaventosi, che formavano lo scandalo dei fedeli: immoralità, simonia, prepotenza, frodi, introduzioni di indegni ne' maggiori uffizii, dispersioni de' beni religiosi in usi profani: e vi erano altri aggravi che non fa bisogno che enumeri. E tali giudici erano appoggiati o almeno tollerati. Questa è la causa del presente castigo di Dio sulla Dinastia"
- "Ma la Maestà di Re Ferdinando mio padre, negli ultimi anni del suo regno in buon accordo col Papa, aveva acconsentito a togliere non pochi disordini che duravano in Sicilia" 
- "Sì, è vero; ma le cause di tanti mali religiosi non furono o non poterono essere rimosse. Si vollero conservare ancora alcuni privilegi di quel funesto tribunale, che avrebbe dovuto essere soppresso" 
S. Giovanni Bosco

"IL SIGNORE LI HA CANCELLATI DAL LIBRO DEI RE"
Re Francesco rimase pensieroso all'udire quelle funeste parole, ma volle chiedere ugualmente al Venerabile un ulteriore incontro, in quanto anche la regina Maria Sofia desiderava conoscerlo, e fu così fissato un nuovo colloquio per il venerdì della stessa settimana, ma la musica purtroppò quel giorno, non cambiò: 

- "D. Bosco! Mia moglie desidera un po' di sentire da Lei, se conferma quello che mi ha detto l'altro giorno quando ci parlammo alla Villa Ludovisi. 
- "Che cosa?"
- "Se ritorneremo a Napoli". 
- "Maestа! Io non son profeta, ma se ho da dirle quello che sento, credo che V. M. farebbe meglio a deporne il pensiero". 
"A questa risposta la Regina vivamente accesa esclamò": 
- "Ma come? Ed è possibile ciò, mentre tutta la nobiltа è dalla parte nostra, tanti fedeli lа combattono per noi, e il Regno d'Italia è cordialmente abborrito!"
- "Auguro, rispose pacatamente D. Bosco, che le speranze di V. M. si compiano; ma il mio povero parere si è che V. M. non avrа più da tornare sul trono di Napoli!"
"A queste parole la Regina frenò a stento lo sdegno, si alzò, salutò freddamente D. Bosco, e si allontanava".

Quel giorno, Francesco II ricevette in dono dal Servo di Dio una medaglietta che ricambiò cordialmente con il "volume della vita della santa sua madre", essendo iniziata la causa di beatificazione. Infatti, "il 28 aprile 1866 era stata riconosciuta ed approvata dalla Sacra Congregazione dei Riti, la fama di Santitа e delle virtù e miracoli della Venerabile Serva di Dio, il quale giudizio al 3 maggio dello stesso anno veniva confermato dal Papa".
"Uscito dal palazzo Farnese, il Servo di Dio affrettavasi verso la stazione per andare a Camaldoli e narrava confidenzialmente a D. Francesia il dialogo che aveva tenuto col Re e colla Regina di Napoli. Don Francesia stupito esclamò:

- "Ma lei perchè entra in questi particolari?"
- "Perchè essi mi interrogano; gli rispose D. Bosco". 
- "Io lascerei almeno il conforto della speranza a questi poveri esuli!" 
- "Non so ciò che faresti tu, se ti trovassi nel mio caso; mai io so che debbo rispondere così. In primo luogo essi non hanno figli. In secondo luogo il Signore li ha cancellati dal libro dei Re!"

(1) Come predisse Don Bosco, fu proclamata Beata il 25 gennaio 2014
(2) G.B. Lemoyne, Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco, vol. II, S. Benigno Canavese, 1898 ; G.B. LemoyneMemorie biografiche del venerabile Don Giovanni Bosco, vol. VIII, Torino, 1912.

Davide Cristaldi

A Roma torna, in un convegno, il Venerabile Cardinale Sisto Riario Sforza



«Se Napoli vuole stare bene, deve prendersi mons. Sisto Riario Sforza».
S.S. Papa Gregorio XVI




Discendente di antichissima ed illustre nobiltà, nacque a Napoli il 5 dicembre 1810. Il padre, duca Giovanni, vantava una discendenza dai Riario, di origine gota o normanna, e da quella degli Sforza di Milano; la madre, Maria Gaetana, era dei principi Cattaneo di Sannicandro, di origine genovese così che Sisto venne battezzato lo stesso giorno in cui nacque, nella Parrocchia di S. Giorgio dei Genovesi.

il giovane Cardinale Sisto Riario Sforza

Venne ordinato sacerdote il 15 settembre 1833 a Napoli. Incaricato di delicate missioni apostoliche da parte di papa Gregorio XVI, fu consacrato vescovo a 34 anni, il 25 maggio 1845. Dopo sei mesi come vescovo titolare di Aversa, venne destinato a Napoli, sua città natale, come arcivescovo
S.S. Papa Pio IX

Accolse nel Regno di Napoli il pontefice Pio IX che la rivoluzione romana costrinse a riparare a Gaeta, e per 18 mesi divenne il suo angelo consolatore, nelle dimore reali di Portici e Napoli. 
Il Cardinale seguiva personalmente il cammino sacerdotale dei seminaristi e chi non aveva la vocazione veniva inevitabilmente espulso, perché secondo il giusto ideale, predicato dal Riario, il sacerdote doveva essere esempio vivente della presenza di Cristo in terra.

Offrì ai poveri e alle parrocchie della sua diocesi beni e denari, non disdegnando di soccorrere personalmente, nell'anonimato e protetto dall'oscurità della notte, intere famiglie immiserite e giovani caduti, chi per bisogno e chi per malcostume, nel precipizio dell'immoralità.
Egli fu l'istitutore per eccellenza di Opere Pie e Stabilimenti di beneficienza, in soccorso soprattutto dei malati e dei terminali "a domicilio", precorrendo i tempi .
Nel 1854, quando tutta l'Europa fu invasa dal temibile morbo del colera, il popolo napoletano ebbe modo di sperimentare l'eroicità della Carità, della Fede e della Pietà di Sisto Riario Sforza.

Il re Ferdinando II volle personalmente conferire a Sisto l'Insigne Reale Ordine di San Gennaro e, sempre per la sua abnegazione e per l'eroismo dimostrato durante la pandemia, fu nominato balì di gran croce del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Balì Cavaliere di Gran Croce di Onore e Devozione per Cardinali di Santa Romana Chiesa


Per soccorrere i bisognosi e i malati, vendette i suoi beni facendosi povero per i poveri, fino a indossare abiti rattoppati, fino a mancare per sé di indumenti personali e da letto nell'ultima infermità (eroicità della povertà).
Dopo aver venduto i beni mobili (oro, argenteria, mobilia, preziosi, ecc.), si privò anche degli immobili: latifondi situati in Puglia (S. Severo), Calabria (Monteleone, oggi Vibo Valentia), Sicilia (Terranova), distribuendo il ricavato ai poveri, ma anche ai ricchi caduti in disgrazia, e niente trattenendo per sé. E quando non ci fu più nulla da vendere, il nobile cardinale Sisto Riario Sforza, cominciò a mendicare per poter ricavare il necessario per i suoi poveri. Arrivò finanche a chiedere un prestito di dodicimila ducati al banchiere Adolfo Rotschild.
Quando ritornò a restituire l'ingente somma, il banchiere gli disse: "Vostra Eminenza può ritenere questo danaro: so bene a quale scopo esso è servito". 

figurina del Cardinale, allora non ancora Venerabile


Non volle riconoscere il nuovo regime scaturito con l’ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 e l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte: venne perciò costretto all’esilio, a partire del 22 settembre.
Poté tornare a Napoli il 30 novembre, ma fu di nuovo allontanato con la forza il 31 luglio 1861.

Fu attaccato da tutte le parti, non solo dai nemici della Chiesa: dovette affrontare i tentativi di scisma e di apostasia di due vescovi e alcuni prelati,ed ebbe a che fare con Enrichetta Caracciolo dei principi Forino, l’autrice delle memorie autobiografiche "I misteri del chiostro napoletano".

Si meritò il titolo di ‘Borromeo redivivo’, ricevendo dall’episcopato napoletano il 2 febbraio 1862, in dono una stola appartenuta al santo vescovo milanese. 

Durante l’eruzione vesuviana del 1861 mise a disposizione degli sfollati il palazzo arcivescovile di Torre del Greco. Partecipò al Concilio Ecumenico Vaticano I, come degno capo dell’episcopato meridionale; si pronunziò per la non opportunità della proclamazione del dogma dell’infallibilità papale. 
Incrementò la vita della vasta arcidiocesi, elevando il numero delle parrocchie, introducendo nuovi Istituti e Ordini Religiosi, favorendo le più svariate opere di assistenza sia materiale che spirituale e morale. 
Alla vigilia del secondo Concilio Provinciale del suo episcopato, fu colto da malore che nel giro di un mese lo portò alla sua rassegnata morte, il 29 settembre 1877. 

I suoi funerali furono una memorabile apoteosi di fedeli, clero e autorità. Il suo corpo, inumato inizialmente nella chiesa del cimitero di Santa Maria del Pianto a Napoli, fu traslato nel 1927 nella cappella del SS. Crocifisso della chiesa dei Santi Apostoli (terza cappella della navata destra). 
Con lui la Chiesa di Napoli conobbe il periodo più glorioso della sua storia. Il rammarico per la sua morte fu unanime: Pio IX ne pianse la perdita come del “suo braccio destro”, mentre Leone XIII affermò che se Sisto Riario Sforza fosse vissuto, lui certamente non sarebbe stato eletto papa.


21 APRILE 2017, ore 17,00 - PALAZZO DELLA CANCELLERIA APOSTOLICA: NEL SALONE DEI 100 GIORNI SI TERRÀ IL CONVEGNO SUL VENERABILE CARDINALE SISTO RIARIO SFORZA


ROMA - Una sede prestigiosa, il salone dei 100 giorni, splendidamente affrescato dal Vasari, nel Palazzo della Cancelleria Apostolica ospiterà il convegno organizzato dall'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie in collaborazione con l'Associazione Nazionale dei Cavalieri Costantiniani e con l'Associazione Tota Pulchra, sul Venerabile Card. Sisto Riario Sforza.

Giorgio Vasari: Allegoria della creazione dei Cardinali, salone dei 100 giorni, Palazzo della Cancelleria Apostolica.
Il Pontefice ritratto è Papa Paolo III Farnese (il cui stemma si nota in alto). a sinistra in alto, vicino le colonne, si nota il volto di Michelangelo Buonarroti. Gli affreschi che coprono interamente le pareti della sala furino completati in soli 100 giorni, da cui il nome.

Al Cardinale Raffaele Riario, nipote di Papa Sisto IV, si deve la costruzione del Palazzo sede del convegno di cui hanno riconosciuto l'importanza, concedendo il patrocinio, la Regione Campania, la Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, l'A.N.C.C.I, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, l'Archidiocesi di Napoli e la Diocesi di Aversa.



Il Cardinale, proclamato Venerabile nel 2012 e che potrebbe presto divenire Beato, fu l'ultimo Arcivescovo di Napoli del Regno delle Due Sicilie e quest'anno ricorrono i 140 anni dalla Sua nascita al Cielo.

Molti Cavalieri Costantiniani al tavolo dei relatori: il nob. dr. Eugenio Donadoni, commendatore di Grazia, direttore di "Cronache Costantiniane" e Delegato Vicario per Napoli e Campania; il barone dr. Raimondo Zampaglione, commendatore di Giustizia e discendente del Cardinale, Governatore del Pio Monte della Misericordia; Don Luigi Castiello, commendatore Grazia ecclesiastico, Officiale della Curia di Napoli; dr. Francesco Mario Agnoli, storico e magistrato, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione.
I lavori saranno coordinati e diretti da Mons. Jean Marie Gervais, presidente dell'associazione Tota Pulchra, membro della Penitenzieria Apostolica e cavaliere di Grazia ecclesiastico.

Dopo il convegno si terrà un vin d'honneur nella vicina "Sala Riaria".



Per informazioni ed inviti: 348 8937213










mercoledì 15 marzo 2017

CIVITELLA DEL TRONTO NON TI ABBANDONEREMO MAI: 47° INCONTRO TRADIZIONALISTA DI CIVITELLA DEL TRONTO

Civitella del Tronto in questi giorni mostra le ferite di un territorio colpito prima dal sisma, poi da calamità naturali (neve e frane del terreno) alle quali si è aggiunta la mancanza di acqua e luce elettrica per più tempo.  Abbiamo pregato e siamo stati solidali con l’amministrazione comunale che si è prodigata oltre ogni immaginabile aspettativa per il bene della Comunità Politica e Sociale.  Quest’anno, perciò, il nostro ritorno a Civitella del Tronto assume il maggiore significato di una presenza fisica che vuole testimoniare la volontà di non abbandonare per nessun motivo al mondo una terra che è per noi sacra. Sulla sua piazzaforte nell’inverno del 1860 – 61 si consumò l’ultima battaglia della Tradizione contro la Modernità, proprio come in Spagna lo stesso fenomeno si verificò a Montejurra.   
Civitella del Tronto: non ti abbandoneremo mai. Con questa volontà, la S. V. Ill.ma è invitata a partecipare al 47° Incontro Tradizionalista di Civitella del Tronto nei giorni di Sabato 18 e Domenica 19 marzo 2017.



Sabato 18 marzo 2017.
L’Incontro si aprirà Sabato alle ore 16 con il Convegno di Studi presso la Sala Polivalente di Palazzo Rosati messa gentilmente a nostra disposizione dall’Amministrazione Comunale. In apertura del Convegno sarà commemorato l’editore di Controcorrente, Pietro Golia, recentemente scomparso. A seguire, presentazione del pamphlet edito per il 47° Incontro Tradizionalista dall’Associazione Nazionale ex Allievi Nunziatella: Opinioni del Morning – Post intorno all’esercito Napolitano, del generale Antonio Ulloa, a cura del suo presidente onorario dott. Giuseppe Catenacci
Il convegno, sotto la presidenza del prof. Paolo Caucci von Saucken, affronta il seguente tema: 
Le conseguenze del protestantesimo e l’attualità della tradizione a cinquecento anni dalle tesi di Lutero ed a cento anni dalla nascita di Elias de Tejada. Civitella del Tronto quale simbolo della resistenza di un mondo legato alla Tradizione. 
con il seguente o.d.g.:
Prof. Miguel Ayuso, Dalla Cristianità al Carlismo nell’opera di Elías de Tejada.
Dott. Edoardo Vitale. La militanza antiprotestante di Napoli nella visione di Elías de Tejada.
Prof. Giovanni Turco, Soggettivismo religioso e soggettivismo politico. Le conseguenze del protestantesimo.
Prof. Gianandrea de Antonellis, Indagine tra i prodromi del modernismo: il Sinodo di Pistoia. 
Dott. Giovanni Salemi, Per la memoria storica del nostro antico Paese contro l’oblio.
Dott. Pasquale Sallusto, Civitella del Tronto, l’ultimo assedio.
Dott. Francesco Maurizio Di Giovine, presentazione delle seguenti novità editoriali:
  • Ernesto il disingannato;
  • A Civitella del Tronto con i soldati del Re.
  • Carlo di Borbone.

Al termine del Convegno ci sarà la cena comunitaria presso l’Hotel Zunica.

Domenica 19 marzo 2017.
A causa della inagibilità della Fortezza, il programma abituale subirà le seguenti modifiche:
Ore 10,00 Celebrazione della Santa Messa  in memoria dei Martiri della tradizione presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Ore 11,00 Concentrazione dei partecipanti all’Incontro il Piazza Filippi Pepe per portare, in corteo, la corona di Alloro sul monumento a Matteo Wade a ricordo dei Caduti di Civitella del Tronto.
Ore 11,30 Commemorazione del sacrificio di Matteo Wade che sarà tenuta dal dott. Fernando Riccardi.
Ore 13,00 Pranzo dell’arrivederci presso i ristoranti di Civitella.

SISTEMAZIONE ALBERGHIERA
Hotel Zunica, Tel. 0861/91319 – fax 0861/918150
Camera singola: €. 55; doppia €. 70; tripla €. 90; quadrupla €. 100
Hotel Fortezza, Tel. 0861/91321 – fax 0861/918221
Camera singola: €. 40,00; doppia €. 50,00; tripla €. 60,00; quadrupla €. 70,00



Con l’augurio di incontrarvi numerosi a Civitella del Tronto, porgiamo i più cordiali saluti.