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giovedì 25 maggio 2017

SABATO TRE INTERESSANTISSIMI EVENTI

Tre interessantissimi eventi previsti per sabato 27.
Tutti di grande spessore e fortunatamente non tutti in contemporanea.
Quello di Carditello, infatti, è previsto per la mattinata, alle ore 11,00.
Gli altri due sono invece previsti per il pomeriggio.











lunedì 22 maggio 2017

Nel Ricordo di un grande Re a 158 anni dalla scomparsa



"...E che perdemmo noi miseri nell'Augusto FERDINANDO II! Il dirò breve. Noi perdemmo un Re modello di ogni eletta virtù, che adornar possa un Principe sentitamente Cattolico. E quando il dissi tale, io gli ho fatto ogni elogio. Dica chi vuole: io son pronto a dimostrarlo co fatti questo elogio, di cui voi già, onorandi Uditori, comprendete tutta la forza."


Con le parole dell'orazione del can. Don Rosario Frungillo, pronunciate il 3 giugno 1859 nel Duomo di Napoli nelle Solenni Esequie di S.M. il Re Ferdinando II officiate dall'Em.mo e Rev.mo Venerabile Cardinale Sisto Riaro Sforza, di cui quest'anno ricorre il CXL anniversario della salita al Cielo e che abbiamo ricordato in Roma lo scorso 21 Aprile, vogliamo ricordare la scompparsa di questo Grande sovrano avvenuto proprio a Caserta 158 anni fa


.
"...Egli non è più fra noi, e s'involò alle tenerezze della sua Real Consorte e Famiglia, all'amore e alla riconoscenza più sentita de' suoi sudditi. Napoli, il Regno, l'Europa tutta ne udiva sbalordita annunziare la non aspettata, la troppo per noi crudel di partita."

Primogenito maschio di Re Francesco I, Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, nacque a Palermo il 12 gennaio 1810 e morì a Caserta il 22 maggio 1859, ancora giovane. Un anno dopo la sua morte iniziò l’invasione del Regno,



Portò dapprima il titolo di Duca di Noto, poi, alla morte del nonno nel 1825, divenuto principe ereditario, assunse quello di Duca di Calabria. Fu educato da ecclesiastici e militari, e ciò spiega la sua profonda fede e la sua passione militare. Era ancora bambino quando gli inglesi pensarono di farlo Re di Sicilia (secondo i loro piani sarebbe stato un ragazzo facilmente manovrabile), mentre durante i moti del 1820 i carbonari volevano affidargli la corona di Lombardia; in seguito, vi fu anche chi pensò di metterlo a capo del futuro Risorgimento. Ma Ferdinando non si fece mai allettare da tali avventurosi proponimenti, sia per il sincero attaccamento alla sua terra ed al suo popolo, sia perché consapevole che i suoi diritti di Re poggiavano sulla legittimità dinastica, e la legittimità dinastica è uguale e sacra per ogni sovrano legittimo, che va pertanto rispettato e difeso nei suoi diritti regali.



Lasciamo alle parole di Harold Acton e Carlo Alianello descrivere l'opera del Re nell'ammodernamento del regno

  • Nella penisola, "la prima ferrovia, il primo telegrafo elettrico e il primo faro lenticolare, insieme con un gran numero di altre innovazioni nell'ingegneria e nell'industria, furono dovuti al «retrogrado» Ferdinando. Né si può incolparlo del fatto che i suoi piani per lo sviluppo del paese venissero interrotti: coscienzioso, energico e pio, solo agli intellettuali dette motivo di lagnanze; ma quando si esamina il suo lungo regno in retrospettiva, ci si domanda che cosa abbiano fatto per Napoli quegli intellettuali a paragone di quanto fece Ferdinando con tutte le sue manchevolezze. […] Dopo oltre un secolo di dominazione borbonica, le folle erano saldamente legate al loro sovrano. Lo spirito popolare era borbonico. Le masse avevano esperienza sufficiente per capire che esisteva una tirannia peggiore di quella dei re: la tirannia dei demagoghi, dei politici meschini ed egoisti." (Harold Acton)

la prima ferrovia della penisola, inaugurata nel 1839


  • "Volle strade, volle porti, volle bonifiche, ospizi e banche; poco sopportava una borghesia saccente e rapace, la cosiddetta borghesia dotta, i «galantuomini». Cercò piuttosto di creare una borghesia che mirasse al sodo. Non fu fortunato per la ragione che nel Napoletano altra borghesia non esisteva che quella delle professioni e degli studi, «permanili e pagliette», quelli che avevano cacciato suo nonno da Napoli, legati a fil doppio allo straniero per sole ragioni ideologiche che il Re, come re, non capiva; e l'avida e avara schiera dei proprietari terrieri". (Carlo Alianello)






il Ponte Real Ferdinando, sul Garigliano

"E tu, Napoli! patria mia dolcissima, Metropoli fortunata di questo fiorente Reame, desiderio del popoli pe larghi doni, onde Dio ti fe bella e gloriosa, patria di Santi, modello delle Cattoliche Città, scuola di pietà, di limosina, e di ogni opera santa; nido di dotti ingegni, asilo delle più fiorite lettere e di severe scienze, sempre fedelissima a Dio e al tuo Re; dimmi tu, patria mia gentile, quali si furon le carezze, onde la sapienza del gran FERDINANDO ti prediligeva innanzi alle altre cospicue città del Regno!"



Dopo queste belle parole, atto d'amore per Napoli ed il suo Re, vi proponiamo un breve scritto del nostro presidente, comm. Giovanni Salemi, non meno innamorato sia di Casa Borbone sia della bella Napoli sia delle Due Sicilie tutte.


<<S.S. il Papa Pio IX benedice le truppe nella piazza prospiciente il Palazzo Reale


Oggi 22 maggio 2017 si compiono 158 anni dalla morte di S.M Ferdinando II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie.
Questo Re ha riempito la scena del meridione della penisola italica per ventinove anni, essendo salito al trono appena ventenne, nel novembre del 1830, alla morte del Genitore, il Re Francesco I.
Il giovane sovrano svolse una attività a dir poco frenetica rivolgendo la sua attenzione a tutti i problemi e le necessità del Regno comprendendo in queste  tutti i rami del vivere e preoccupandosi quindi di sviluppare ogni attività di lavoro pubblico e privato dando a ciascuno il giusto impegno senza mai trascurare gli interessi dello Stato o delle classi imprenditoriali ma curando sempre  il giusto interesse delle classi più deboli ponendo altresì molta attenzione anche alla difesa e salvaguardia  dello Stato stesso, curando le necessità di carattere militare per l’Esercito e per la Marina Militare, senza trascurare lo sviluppo di una Marina Mercantile di primo piano così come si conveniva ad uno Stato che aveva coste estesissime e proiettato nel centro del Mare Mediterraneo. Fare l’elenco di quanto fu fatto è quasi impossibile: dalla prima ferrovia  al primo ponte sospeso, alla bonifica di terreni paludosi, al ridimensionamento delle spese pubbliche (cominciò la sua attività riducendo le spese per Se stesso e per la Famiglia Reale), al varo di numerose navi militari e mercantili, alla creazione di una industria siderurgica che si affermò magnificamente, a provvedimenti vari, molti di ordine sociale, sempre nell’intenzione di curare l’interesse della popolazione ,riducendo la tassazione allo stretto necessario, incrementando non l’emigrazione, come poi faranno gli usurpatori, bensì creando condizioni favorevoli all’impianto di opifici da parte di imprenditori nazionali, nonchè di imprese straniere di alto pregio.
Molto più semplicemente si può dire che il Suo periodo di regno, ventinove anni, portò il Paese nel novero degli Stati moderni dell’epoca !
Purtroppo però dopo la Sua morte sopraggiunta presto all’età di quarantanove anni, la situazione politica andò sempre più ingarbugliandosi, grazie a tanti fattori interni e soprattutto esterni, e la mancanza di un braccio energico e deciso per tenere il timone causò la fine, sia pure gloriosissima, del Regno .
Noi oggi lo ricordiamo e intendiamo onorarLo come merita, cercando di far passare nel dimenticatoio tutte le ingiurie e cattiverie che contro di Lui sono state pronunziate e diffuse:   mai Sovrano subì una damnatio memoriae  come Ferdinando II al fine di dare una veste sempre più luminosa agli usurpatori e a tutti i cosiddetti patrioti, ossia a quei proprietari terrieri avidi e desiderosi di essere ai posti di comando dello Stato.
Noi  lo ricordiamo come un ottimo Sovrano per questa terra nostra che dopo aver perduto la sua autonomia,libertà e indipendenza è stata ridotta a colonia e ancora oggi  ne sente le conseguenze. conquista cconquista.

Giovanni Salemi


"Tant'è, onorandi Signori, l'augusto Re FERDINANDO II, la cui memoria sarà sempre immortale fra noi, le cui grandi virtù e le doti sublimi son superiori ad ogni encomio, la cui vita tutta fu spesa al maggior pro de' suoi amatissimi sudditi, le cui mire e gli amori tutti furon sempre a Dio, alla Religione, alla Chiesa,"

martedì 16 maggio 2017


Siamo particolarmente felici di dare questa notizia:
Venerdi 26 maggio 2017 alle ore 10, nella Reggia di Caserta, verrà presentato l'importante evento: "Il Monarca Project - Il fascino della scoperta"

riprendiamo dalla testata online "ilcasertano.it" l'interessante articolo che descrive l'evento.



CASERTA – Nel 1850 la Marina del Regno delle due Sicilie registrò il varo di una unità da guerra fatta realizzare nei Real cantiere di Castellammare di Stabia e che doveva rivelarsi, con il suo tonnellaggio ma anche per le soluzioni tecniche e la dotazione di armi, la più grande nave da guerra di tutti gli stati italiani dell’epoca: prese il nome de Il Monarca. Quel vascello fu anche protagonista di un attacco ad opera dei Mille di Giuseppe Garibaldi. Una Pearl Harbour ante litteram che si concluse, però, con la sconfitta degli aggressori. 
il varo del Monarca
L’epopea de Il Monarca, al centro di un programma intitolato Il Monarca project, sarà rivissuta alla Reggia di Caserta il 26 maggio prossimo con un convegno e l’apertura di una mostra in particolare di dipinti oltre che di altri oggetti della marineria militare dell’epoca. Alle ore 10, nella Sala Romanelli, i ragazzi e le ragazze del Nautico di Piano di Sorrento e gli esperti dell’ANMI di Castellammare che stanno concludendo, con la realizzazione di un modello da esporre in Reggia e poi varare, il Monarca Project, illustreranno il loro lavoro. Interverranno il direttore della Reggia, Mauro Felicori, la preside dell’Istituto Nautico, Teresa Farina, assieme a Maria Antonietta Vinaccia, docente di storia della medesima scuola, Aldo Verdoliva, presidente ANMI Castellammare, con Antonio Cimmino, esperto di marineria della stessa ANMI, l’ingegnere navale Ivan Guida. Ad introdurre e moderare i lavori sarà l’ammiraglio Pio Forlani.

Crediamo di fare cosa gradita riportando un articolo sul fallito tentativo di rubare il "Monarca". Ci piace ricordare che ne "la guerra del '60" abbiamo avuto anche delle vittorie.
I soldati ed i marinai si sono sempre battuti con onore e con valore per la loro Patria (quella vera), per il loro Re (Re Francesco, troppo gentiluomo. ATTENZIONE, NON, ripeto NON, galantuomo che quella, oltre ad essere una persona diversa, VEII,  è un'altra delle corbellerie che ci hanno propinato).
Ben diverso il comportamento di alcuni ufficiali 
 ( a cura di Gaetano Fontana )
(cliccando sul titolo si accede all'articolo originale su www.illiberoricercatore.it)
(le note e le parole in blu sono corrette o aggiunte da me rispetto all'originale)

 Sono passati esattamente 150 anni da quando il porto di Castellammare la notte tra il 13 ed il 14 agosto 1860 è stato teatro dell’unica battaglia navale tenuta dai garibaldini durante la Spedizione dei Mille.
Vi chiederete perché fu “l’unica”. La risposta è molto semplice: le navi a disposizione di Garibaldi erano poche. Il “Piemonte”, ormai vuoto, fu devastato dai colpi di cannone ed andò in secca. Il giorno 12 maggio 1860 , lo “Stromboli” lo prese a rimorchio e lo portò prima a Palermo e poi a Napoli ove, restò inutilizzato nella darsena militare. Successivamente passò alla Marina Sarda.
Il “Lombardo” ebbe una differente storia. Restò in secca, semi affondato, a Marsala fino all’11 luglio 1860 finché, un certo Napoleone Santocanale, provvide al recupero utilizzando duecento operai e ben trenta pompe. Rimorchiato a Palermo fu iscritto nella Marina da Guerra Sarda.
Da qui l’esigenza di Garibaldi di riorganizzare la sua flotta seguendo il consiglio di Carlo Pellion Conte di Persano che diceva: “le navi Borboniche conviene pigliarsele e non distruggerle”.
Per la riorganizzazione Garibaldi poteva contare su molti Ufficiali della Marina Borbonica che erano pronti a sposare la “Causa Italiana”. Gran parte dei marinai invece, era rimasta fedele alla monarchia legittima.
Giovanni Vacca

Tra questi ufficiali traditori (*) c’era il capitano di vascello Giovanni Vacca che la sera dell’8 giugno 1860 trovandosi nella rada di Palermo si recò da Persano che era con Giuseppe La Farina a bordo della nave “Maria Adelaide”. I tre confabularono a lungo ed il Vacca s’impegnò di inalberare la bandiera Piemontese sull' “Ettore Fieramosca” nave che comandava. Ma Persano non accettò in quanto voleva un pronunciamento generale della Marina Borbonica.
Amilcare Anguissola (in uniforma sabauda)

Il 9 luglio avvenne la famosa “defezione” di Amilcare Anguissola (**) Capitano di fregata della marina Borbonica che consegnò la pirofregata a ruote “Veloce” a Garibaldi. Quasi tutti gli ufficiali disertarono mentre, dei 179 uomini di equipaggio, 130 chiesero ed ottennero di ritornare a Napoli.
La nave fu subito ribattezzata da Garibaldi “Tuckery” ( molti scrivono Tukory o Tukörj o Tukery io preferisco Tuckery come si evince da una stampa del 1860 tratta da libro “Fatti più importanti della guerra d'Italia disegnati dal vero da: CARLO BOSSOLI e litografati da: Ch.les PERRIN Parigi Torino 1860”.
Il Colonnello Lajos Tuckery era ungherese e comandava l’avanguardia alla presa di Palermo. Ferito durante la battaglia morì dopo alcuni giorni nella casa del Principe Oneto di San Lorenzo, nonostante gli fosse stata amputata la gamba sinistra per cancrena. Non aveva neanche 30 anni.
A questo punto Garibaldi, avendo a disposizione il “Tuckery” ed essendo il Vacca passato al comando del “Monarca”, pensò di impadronirsi di questa nave (ammiraglia della marina borbonica).
Voglio a questo punto aprire una piccola parentesi. Il “Monarca” ribattezzato poi “Re Galantuomo” è stato preso come modello per costruire 70 anni dopo la “Vespucci” e la “Colombo”. “L’aspetto appare incredibilmente identico nonostante la nave attuale sia dotata ovviamente di un frazionamento velico chiaramente più moderno e abbia lo scafo in ferro e non in legno. Due dati tecnici sono praticamente sovrapponibili: identiche la massima larghezza del ponte e l’altezza dello scafo. Anche il numero di ponti è identico nonché il profilo laterale. La differenza è data dalla sola lunghezza, a favore del “Vespucci”, che però in fase di progettazione nautica può essere anche indefinita in quanto lo scafo può subire una differenza di misura a seconda dei materiali utilizzati, che per i due velieri erano, come detto, differenti.
Piccola dissomiglianza sta nella diversa inclinazione del bompresso che però è comunque identico tra il “Monarca” e il “Colombo””. Tratto da: “L’industria navale di Ferdinando II di Borbone” di Antonio Formicola e Claudio Romano. Ricordiamo che il Tenente Colonnello del Genio Navale Francesco Rotundi è padre della “Vespucci” e della “Colombo” mentre il “Monarca” è stato progettato dal brillante ingegnere navale Sabatelli (a questo punto “nonno” della “Vespucci” e della “Colombo”).
Il “Monarca” era ancorato nel porto di Castellammare per essere riconvertito in nave a vapore con propulsione ad elica (prima in Italia). Garibaldi ne discusse prima con Giuseppe Piola segretario di Stato della marina Siciliana. Successivamente informò il Cavour. Questi fu favorevole in quanto la teatralità dell’azione avrebbe fatto capire ai Napoletani la inutilità della loro difesa.
Il Cavour affidò la pianificazione dell’impresa a Persano (***) che vi lavorò assieme al Depretis. Il Tuckery fu preparata all’evento.
Fu armata con nuovi cannoni giunti da Genova e poteva contare su un armamento che consisteva in:

2 cannoni a bomba ferro liscio Myllar da 60 libbre
4 cannoni-obici in ferro liscio Paixans da 30 libbre
4 cannoni bronzo liscio su affusto (da sbarco)
8 pezzi da sbarco bronzo liscio / proietto 12 libbre

Non era stato possibile invece aggiustare la macchina che aveva un cilindro sfondato a causa di un incidente avvenuto a Milazzo ed era mossa quindi da una sola biella che rendeva difficile la messa in moto ed il variare del movimento ( questo fu una delle cause come vedremo del fallimento dell’attacco).
Il “Tuckery” partì da Palermo il 12 Agosto con un equipaggio di 150 uomini circa. In particolare i marinai liguri per la loro esperienza avevano le mansioni più rilevanti. Era comandato dal Capitano di Corvetta Burone-Lercari ed aveva a bordo lo stesso Piola che voleva partecipare personalmente alla missione.
Tra gli ufficiali Lovera, Canevaro, Palagi appartenenti alla marina sarda, Turi e Cottrau a quella napoletana , Vassallo e Liguarolo siciliani.
Giunse a Messina per imbarcare due compagnie del 2° Battaglione Bersaglieri Brigata Medici comandate dal maggiore Cesatta. Durante il viaggio da Palermo e Messina il “Tuckery” aveva corso un grave pericolo senza saperlo. Nello Stretto, per la precisione quando era ancorata a Canzirri, era stata avvistata dalla Pirofregata “Borbone” comandata dal Capitano di vascello Carlo Flores . Il Flores voleva mettergli la prora addosso ed investirlo a tutta velocità ma, fu dissuaso dagli altri ufficiali evidentemente meno fedeli di lui alla monarchia.
Sul “Tuckery” il comandante Casalta d’Arnami dispose nel modo seguente l’ordine di battaglia:
1° picchetto 36 uomini per rimanere sul “Tuckery” onde rispondere al fuoco del forte. Comandante luogotenente Colombo Giuseppe.
2° picchetto 24 uomini sulla coperta di poppa del Monaca per tagliare armeggi. Comandate sottotenente Vecelio Osvaldo.
3° picchetto 24 uomini a poppa 1° batteria per tagliare gli ormeggi. Comandanti sottotenente Girardi Emilio e di marina Lignarolo.
4° picchetto 44 uomini a poppa 2° batteria per per guardare il corridoio. Comandante luogotenente Gentiluomo Enrico; sottotenete Stoppani Diodato marina Canevaro.
5° picchetto 24 uomini a poppa in coperta di riserva. Comandante capitano Sgavallino Andrea.
6° picchetto 24 uomini a prora in coperta per tagliare ormeggi. Comandante Gallo Guglielmi.
7° picchetto 24 uomini a prora. 1° batteria. Comandante sottotenente Frediani Francesco e di marina Vasalla.
8° picchetto 24 uomini a prora. 2° batteria. Comandante sergente Mertello e di marina Palagi.
9° picchetto. Il rimanente della forza sul centro del “Monarca”, grande riserva per recare soccorso ove più abbisognava.
Ogni squadra era munita di piccozze,tagliaferro e martello.
Come già detto il comandante era Casalta d’Arnani, il vice sottotenente Fontana Ferdinando. Inoltre si stabiliva che gli ufficiali con i loro pelottoni dovevano recarsi nei luoghi indicati in profondo silenzio, velocemente e senza spari. Pena di morte a chi ordinasse cambio di posto.
Nel frattempo a Castellammare, il mattino del 13 agosto il Vacca ordinò di togliere le catene di ferro che assicuravano il “Monarca” al molo e di mantenere solo quelle di canapa (più facili ad essere tagliate). Inoltre per agevolare gli assalitori a portar via il vascello, il Vacca ordinò che questo, che si trovava ormeggiato lungo la banchina, fosse invece ormeggiato perpendicolarmente con la prora in fuori. Fatto questo il Vacca lasciò il comando ad Gugliemo Acton e partì per Napoli per informare della nuova situazione il Persano e per assicurargli che nel porto di Napoli non c’era navi che potessero inseguire il “Tuckery” dopo l’attacco. Questo si evince dal diario di Persano in cui è scritto anche che il Vacca informa il Conte di non essere più a bordo e gli chiede se ritiene che ne debba fare ritorno, per il buon esito dell’impresa.
Persano non rispose. Ma si affrettò ad avvisare il Piola del nuovo scenario affidando un messaggio al comandante dell‘ ”Ichnusa”, cavaliere di Saint-Bon. Ordinò a quest’ultimo di partire per Palermo alle ore 6 del pomeriggio con l’intenzione di incontrare il “Tuckery” che sarebbe dovuto arrivare nel tardo pomeriggio nel porto di Napoli. Ma le due navi si incontreranno solo dopo l’attacco.
Per la verità il Persano, non solo sapeva benissimo che le due navi non si potevano mai incontrare in tempo (la “Ichnusa” era obbligata a fare rotte varie e non regolari), ma se anche questo fosse avvenuto scrisse a Piola un messaggio così vago che in realtà non lo informava di nulla e si limitava a dare consigli inutili. Vediamo infatti cosa contiene questo famoso messaggio.
“Caro Piola, le catene di poppa del vascello van lasciate passare per occhi. Di prora tagli. S’impadronisca della boccaporta. Sangue freddo e buona fortuna. Dio l’aiuti, che io l’amo più che fratello” 13 agosto C. di Persano
Perché il Persano si è comportato così? Per due motivi. Il primo era quello di favorire le intenzioni del Cavour al quale premeva che Garibaldi entrasse in Napoli con le sue “camicie rosse “ solo dopo che egli vi fosse arrivato con i suoi politicanti. Il secondo motivo ce lo dice il Persano stesso nel suo diario (parte II pag.29). Egli aveva il timore che: “L’opera sua potesse confondere in quella di Garibaldi o del Piola “guerreggianti buona guerra”.
Il “Tuckery”giunse nel porto di Napoli alle 7 del pomeriggio pertanto il Piola diede ordine di rallentare in quanto l’attacco doveva avvenire di notte.
Infatti intorno alla mezzanotte del 13 agosto in una notte scura (la luna era in fase calante) il “Tuckery” entra nel porto di Castellammare.
Nella rada quella notte erano ancorati il vascello francese “Algesiras” da 100 cannoni battente le insegne del contrammiraglio Paris ed il vascello inglese “Renown” da 91 cannoni.

Su come avvenne l’attacco abbiamo varie versioni a seconda che ci venga raccontata da un cronista “garibaldino” o da uno “ borbonico”. Ma possiamo dire in linea di massima le due versioni non variano di molto.
Appena giunto in porto il Piola si accorse che il “Monarca” non era nella posizione indicatagli a Palermo cioè lungo la banchina ma, sembrava essere in assetto da difesa come se stesse aspettando il nemico. Era come abbiamo già detto ormeggiato perpendicolarmente al molo con la prora in fuori. Quindi saltavano i piani. Non poteva più abbordarlo accostandolo con il fianco come aveva preventivato ma, era obbligato ad accostarlo con la prora.
Inoltre, non c’erano nel porto le navi da guerra sarde che gli erano state promesse o che sperava di trovare. Il Piola non sapeva inoltre, che il porto di Castellammare era in stato di allarme. Alcuni giorni prima, nella notte, erano state viste delle navi in lontananza. Si pensava fossero cariche di garibaldini. Fu subito dato l’allarme ma, questi rientrò dopo aver appurato si trattava di navi mercantili.
Nonostante tutto egli decise di attaccare.
Avvicinatosi il Piola cercò di temporeggiare con i marinai del “Monarca” per far ammarare di nascosto delle lance. Domandò prima se, nel porto ci fosse la “Maria Adelaide” e dopo che gli fu data risposta negativa, chiese di poter attaccare una corda sulla catena del vascello per poter girare. Secondo molti scrittori gli uomini sulle lance avevano il compito di tagliare gli ormeggi del Monarca e rimorchiarlo. Secondo altri il loro compito era di stendere a poppa un cavo e quindi far affiancare le due navi per permettere così l’ assalto come era stato progettato.
Per me questa seconda ipotesi è la più valida per una serie di motivi.
Il primo è che il Piola non sapeva, per le ragioni che abbiamo già citato, che il “Monarca” fosse legato solo da corde di canapa. Venuto meno il fattore sorpresa le operazioni di taglio delle catene di ferro sarebbero state lunghe e pericolose. Il secondo che il “Tuckery”, come già detto, aveva il motore danneggiato e quindi sarebbe stato da pazzi pensare che potesse rimorchiare un'altra nave per giunta di quella stazza e con gran parte dell’equipaggio nemico a bordo. Il terzo è il “Monarca” era molto più alto del “Tuckery” pertanto, l’assalto poteva avvenire solo attraverso i boccaporti dei cannoni dato che come ci dice Giacomo Oddo “Piola non aveva seco scale ed altri mezzi necessari all’uopo”
Ritorniamo alla cronaca dell’ attacco.
A questo punto il “Tuckery” fu riconosciuto dai Borbonici. Secondo alcuni a dare l’allarme furono i marinai del “Monarca” che sospettosi salirono sui pennoni e scorsero il ponte del “Tuckery” pieno di gente. Secondo altri fu riconosciuto dall’ ufficiale di bordo Cesare Romano che gridò “'o Veloce, 'o Veloce”. Per altri ancora furono gli stessi garibaldini a farsi scoprire tagliando l’unica catena di ferro del “Monarca” (le operazioni ordinate dal Vacca per lo spostamento della nave si erano protratte fino a tardi e quindi non si fece a tempo a togliere tutte le catene di ferro lasciandone solo una)




I Borbonici agli ordini del vicecomandante Guglielmo Acton aiutato dagli alfieri Romano Cesare e Negri e dal primo tenente del corpo dei cannonieri marinai De Simone incominciarono a sparare dalla nave colpi di moschetto sulla “Tuckery” che era in posizione sottoposta. Gli spari richiamarono altri uomini che si radunarono sul molo e a loro volta incominciarono a sparare.
Nacque una feroce sparatoria tra le due navi.
Di ciò che accadde da questo momento abbiamo versioni diverse.
Secondo il Randaccio l’equipaggio del “Tuckery” sparì dopo i primi spari, intanandosi tutti nelle carboniere. I bersaglieri del Casatta rimasero saldi e risposero al fuoco.
Il Piola fece rientrare le lance e ordinò alle macchine di andare indietro per tentare un arrembaggio con la prora. Una lancia non ancora appesa ai palanchi fu travolta dalla ruota della nave. Perirono alcuni uomini.
All’improvviso il motore si fermò ed occorsero 20 minuti per farla ripartire. In questo lasso di tempo il “Tuckery” si trovo sotto il fuoco incrociato. Da una parte il “Monarca”, che armate le batterie, cominciava a tirare a mitraglia. Dall’altra i cannoni del forte di Castellamare che cominciarono a sparare. E da un’altra ancora erano bersagliati dalle truppe accorse sul molo (Guardia Nazionale). Il Randaccio scrive che il Piola aveva deciso di non rispondere con i suoi cannoni per riguardo alle navi estere che erano in Rada. In questa situazione penso che la sola preoccupazione del Piola fosse solo quella di far ripartire i motori. Anche perché se avesse avuto rispetto per quelle navi non avrebbe attaccato il Monarca una volta accortosi della loro presenza in rada.
Appena i motori si accesero, il “Tuckery” si diede alla fuga. Vi furono tra le file garibaldini 7 morti ed 11 feriti. Trai primi il tenete Colombo dei bersaglieri ed il marinaio livornese Giovanni Croce tra i secondi il guardiamarina Da Fieno.
A proposito del marinaio Giovanni Croce dobbiamo dire che per anni, a causa della propaganda antiborbonica, si è pensato che il suo cadavere, trovato in mare dai soldati Borbonici, fosse stato legato su di una tavola e fatto galleggiare fino alla spiaggia. Qui venne seppellito come un “cane rognoso”.
Successivamente grazie ad uno studio più approfondito di D’Angelo e Vanacore, si è potuto ricostruire con più realismo ciò che accadde al cadavere del Croce.
Il 17 agosto 1860 fu trovato nel lido del cantiere il cadavere di un uomo, vestito di giacca, pantaloni di lana, baionetta e giberna. Non fu subito associato allo scontro del 13 agosto e quindi, perché in avanzato stato di decomposizione, per le norme igieniche del tempo e per la cronica mancanza di posto nel cimitero locale fu subito sepolto sulla spiaggia. Il 15 settembre il Sotto Intendente Giuseppe Pascale stabilisce che essendo il cadavere riconosciuto in quello di Giovanni Croce e considerando eccezionalmente l’inumazione avvenuta, ordina di trasferirlo nel cimitero locale. Ordina inoltre, che la salma sia disseppellita nelle ore notturne (giovedì 20 settembre a mezzanotte) e messa in doppia cassa incatramata. Il 18 settembre 1860 il sindaco Raffaele Vollono chiede al comandate della Guardia Nazionale di Castellammare un distaccamento di 10 uomini e di un sottoufficiale (2° sergente) affinché avvengano con regolarità le operazioni per la riesumazione delle spoglie di Croce nella notte di giovedì e venerdì.
In una lettera datata 19 settembre 1860 il sindaco Vollono chiede ai deputati di Salute di Castellammare la presenza di un loro incaricato sempre per assistere alle operazioni di riesumazione. In altre due lettere il sindaco stabilisce che le esequie partiranno dal cantiere alla volta del camposanto alle ore 8 di venerdì 21 settembre. Sancisce la forma solenne al funerale assicurando la presenza della Guardia Nazionale e del Corpo Municipale.
Tra i borbonici ci furono un morto (il marinaio cannoniere Ferdinando Carino) e tre feriti (lo stesso Acton ed i marinai Gaetano Caravella e Donato Fabiano).
L’Acton fu insignito della Croce di Cavaliere di Real Ordine di S. Ferdinando e del Merito. All’alfiere di vascello Cesare Romano , la commutazione della Croce di Grazia di S. Giorgio. A Gennaro Salvatore De Simone, il grado di capitano ed una pensione mensile di 10 ducati. Una pensione ai familiari del defunto cannoniere Carino. A tutti i partecipanti all’azione, un mese di soldo quale gratifica.
Vediamo invece come ricorda questi momenti Napoleone Canevaro un ufficiale che prese parte all’assalto a bordo del “Tuckery”.
Una volta scoperti il comandate Burone fece scendere in mare tre scialuppe per tentare l’arrembaggio. Una di queste scialuppe fu capovolta dalla ruota del “Tuckery” e annegarono alcuni carabinieri genovesi. Le altre due tentarono di salire al bordo del Monarca ma non fu possibile. A questo punto per non essere catturati, anche perché il motore non funzionava, il Piola diede ordine di ritornare a Palermo. Mentre il “Tuckery” si allontanava il vascello gli sparò contro due colpi di cannone mentre dal forte ne spararono tre. Successivamente fu costatato che le cannonate sparate furono 7 in totale.
Una scialuppa appartenente al “Tuckery” fu catturata. Un altra fu trovata affondata vicino Vico Equense.
Altro racconto ci viene fornito dal garibaldino Giuseppe Bandi che si trovava al bordo del “Tuckery” quella sera.
Ai primi spari il Piola ordinò: “Macchina avanti” per assalire il vascello ma la manovra non fu possibile perchè aveva un pistone rotto.
Allora fu dato ordine di dar fondo ad un ancora per “sciare indietro” e vedere se fosse possibile abbordare il vascello. Ma anche questa operazione fallì. Furono fatte scendere due scialuppe per tentare di salire sulla nave borbonica ma, i marinai di quest’ultima avevano tirato su le scale. Al rientro le scialuppe finirono nelle ruote del “Tuckery”ed affondarono. Si cercò di abbordare il “Monarca” di prora avvalendosi delle briglie di bompresso ma, Sgarallino esperto di cose di mare, sospettò che i napoletani avessero mollata l’ancora di sinistra per incastrarli e farli prigionieri. Quindi ordinò di allontanarsi. La fortuna volle che il vento spingesse la nave garibaldina verso delle navi straniere ancorate nel porto. Pertanto i borbonici dovettero smettere di sparare per non creare un incidente diplomatico. Una volta a largo la “Tuckery” potette darsi alla fuga. Nel combattimento persero la vita il tenete Colombo un sergente ed un soldato livornese Croce. I feriti furono 17. Anche in questo caso non mi spiego come potessero essere state fatte tutte queste operazioni di abbordaggio così minuziosamente descritte dal Bardi quando il “Monaca” era molto più alta del “Tuckery”.
L’episodio è trattato anche da altri libri tra cui ricordiamo “I mille di Marsala” di Oddo in cui troviamo una bellissima stampa del combattimento tra le due navi. Nella “Storia delle due Sicilie” di Giacinto dè Sivo in cui si parla di un bombardamento alla “Washington” (lo scrittore scambia il “Tuckery” per il “Washington”) dal fortino di Pozzano e di un traditore certo Manzi. In molti altri libri che ho potuto consultare e che indico nella bibliografia l’episodio è trattato in maniera sommaria.
Come ho detto prima, il racconto di come andarono i fatti variano a secondo se ci provengono dall’una o dall’altra parte.
Ma quello che mi sembra il più interessante, è il rapporto riservato che il Piola invia a Cavour sulla dinamica dell’attacco e che è riportato da Angelo Acanpora in un numero di “Cultura e Territorio” del 1985 e che ho deciso di riproporlo integralmente:
Eccellenza, stanco di portare più a lungo l’impresa contro il vascello di Castellamare, partii col “Tuckery” armato dei cannoni da 24 inglesi ed aventi un solo cilindro in azione. Imbarcai due compagnie a Messina ed alla mezzanotte del 13 al 14 accostavo il “Monarca”. Lo trovai ormeggiato non longitudinalmente al molo, come mi era stato detto, ma perpendicolarmente; per questo motivo venendo io dalla punta del molo, non potei accostarlo col mio fianco, come era mia idea, e fui obbligato ad accostarvi con la prora.
Parlamentammo un poco per dare tempo alle lance di portare subito una cima di cavo sulla sua poppa onde avvicinarvi la nostra, ma riconosciuti, il grido di allarme di tutte le sentinelle seguito dalle batterie della generala svegliò tutto il mondo.
Una viva fucilata cominciò da ambe le parti, intanto che i nostri arditamente tentavano salire sulla prora. La cima data prontamente poteva ancora metterci in buona posizione , ma al cadere di un ferito nella lancia, i marinai fuggirono tutti abbandonando la medesima.
Ordinava subito alla macchina di andare addietro, essendo mia intenzione fare un giro e ritornare, ora che conosceva la posizione del vascello, ed abbordarlo coll’intero fianco. La sola asta del cilindro in funzione rimane sul punto morto; bisogna mandare uomini per portarla fuori dal punto fatale, e dopo 20 minuti si può agire indietro colla macchina.
Ma allora dal molo incominciarono pure a moschettarci e dal forte e dal vascello a tirare col cannone. Io giudicai che se aveva possibilità di riuscita colla sorpresa, non poteva più sperarla allora che l’allarme era generale; perciò mi ritirai e deludendo tre vapori che mandaron da Messina ad attendermi davanti al golfo di Palermo, entrai in questo porto alle ore 2 ant. del 15.
Perdemmo tre uomini tra cui un Tenente Colombo, ed ebbimo sei feriti, tra cui il Guardia Marina 1° classe Dafieno.
Tutti gli ufficiali fecero il loro dovere, ed il Comandante Barone, i Tenenti Lovera, Canevaro e Turi sono meritevoli di ogni maggior elogio. I marinai ci mancarono completamente; bisognerebbe fucilare tutto l’equipaggio e non solo questo, ma fucilare tutta la Sicilia. Dessi non valgono nulla, ed un uomo può sacrificare la sua vita, ma almeno è in diritto di salvare la sua reputazione e con tali elementi, Eccellenza, la riputazione dei suoi Ufficiali non può che compromessa. Non c’è uomo che sappia stare al timone, non un basso ufficiale su cui riposare… nulla; è troppo poco.
Io andai col “Tuckery” in quello stato perché ero annoiato di attendere questi legni che da due mesi mi promettono, andai perché sentivo il bisogno di tentare qualche cosa, e la non riuscita non m’increbbe, sibbene la persuasione che dovetti acquistare che a malgrado la volontà ed il valore degli Ufficiali, con tali equipaggi non si può fare nulla. Dessi son tutti punti, tagliati, poiché si cacciavano colla sciabola come le bestie, mentre nascosti cercavano rifugio per non essere colpiti dalle palle. L’Eccellenza Vostra non si farà un idea della vigliaccheria di simil gente, mentre non potrò mai farle bastante elogio dei bravi Ufficiali e delle due compagnie. Diedi un ordine del giorno ove non nominai l’equipaggio per rispetto alla nostra posizione politica nell’isola; ne invio copia all’ E.V. perché sappia che se non riuscimmo non fu mancanza di valore.
L’Ammiraglio Persano mi scrisse un biglietto giorni prima, un biglietto leggierissimo ove non mi disse neppure in che posizione stava il vascello rispetto al molo!
Assistevano in rada due vascelli che io credo francesi; dessi si illuminarono e si prepararono al combattimento al sentire il parapiglia che noi si faceva. Quando scostati per ritornare all’arrembaggio; si cominciò dai Napoletani a tirar col cannone; non fummo impassibili. Proibii di far fuoco per rispetto alle potenze estere che erano nel porto, e sopportammo il fuoco in silenzio, finchè colla macchina potemmo allontanarci”
.
Di diverso tono è il rapporto ufficiale inviato dal Piola a Depretis inviato da Palermo il 25 agosto 1860.
In sostanza la cronaca dei fatti rimane invariata rispetto a quella del rapporto segreto inviato a Cavour. Di nuovo emerge solo che il “Tuckery” si diresse da Palermo alla volta di Capri mantenendo una rotta a ponente di quella percorsa dai piroscafi napoletani rimanendo fuori della vista del telegrafo sito sull’isola. Inoltre afferma che il “Veloce” sorpassava di 2 metri i tamburi delle ruote del “Tuckery” e che una volta dato l’allarme immediatamente aveva armato le sue batterie.
Varia, invece, la parte in cui il Piola descrive il comportamento dell’equipaggio e degli ufficiali che riporto integralmente: “La truppa fu ammirabile per valore e disciplina. Tutti gli ufficiali fecero il loro dovere, e mi è sommamente grato ricordare in modo speciale il bravo comandante del “Tuckery”, signor Burone-Lercari, e il primo tenente signor Lovera che, destinato sulla prora contro il bordo del vascello, sostenne, pendente l’azione, il fuoco del nemico con ammirabile sangue freddo, con il guardiamarina Perini; il tenente di vascello signor Canevaro che primo caccivasi nelle lance, col sottotenente di vascello signor Palagi. Il tenente di vascello signor Turi; ed i sottotenenti di vascello signori Vassallo e Lignarolo, alle batteria di prora i primi e di poppa il secondo sono pur degni di onorevol menzione; nonché l’uffiziale della macchina signor Cottrau, ed il primo meccanico che lavorò indefessamente per il buon governo della medesima.
In conclusione posso dire, secondo un mio parere personale, che questo attacco è stato progettato in maniera molto approssimativa. Il Piola non ha considerato molti fattori che al momento dell’attacco si sono rivelati cruciali per il cattivo esito dell’impresa. Mi sono chiesto nel corso di tutta questa ricerca come possa essere accaduto ciò. La spiegazione l’ho trovata nella lettera segreta che il Piola ha mandato a Cavour. Una lettera di sfogo. Il Piola scrive testualmente: “Andai perché sentivo il bisogno di tentare qualche cosa”.
Erano altri tempi. Tempi in cui si era mossi dalla passione e dall’ ideale. E sappiamo che questi due sentimenti spingono ad agire di impulso.
Erano tempi che oggi non possiamo capire. Oggi ci muoviamo solo per un interesse individuale.
Pertanto la figura del Piola, che dopo questo episodio, ebbe quello che noi chiamiamo un calo di popolarità tra i garibaldini, per me dovrebbe essere rivalutata. La notizia dell’attacco aveva scosso un po’ tutti non solo a Napoli ma, addirittura a Roma. Si credeva che questo fosse il primo di una serie di altri attacchi che avrebbero subito le zone costiere.
In seguito a questo attacco, fu dichiarato lo stato d’assedio in tutta la provincia e addirittura fu riarmato il forte sull’isolotto di Rovigliano.
Quindi in conclusione è vero che il Piola non era riuscito a rapire il “Monarca” (anche perché ricordiamo ostacolato in maniera subdola e meschina dallo stesso Persano) ma era riuscito a creare un clima di terrore tra le truppe borboniche (che in questa occasione si erano comportate con molto onore). Aveva vinto la “guerra psicologica” e demoralizzato le truppe nemiche. 

(*) nell'articolo originario, il termine traditori era virgolettato. Scasateci ma crediamo sia molto più corretto togliere virgolette  che potrebbero "addolcire" o sminuire il valore del termine usato.

(**) Nota storica di Ciro La Rosa:
“dei tre figli (del Conte  Ferdinando Anguissola, morto nel 1858 e cui fu quindi risparmiata l'onta del tradimento del figlio Amilcare, ndg.) solo Amilcare non tenne fede al giuramento alla Patria legittima per suoi interessi personali, macchia indelebile del casato, a cui riscattarono con onore i fratelli Cesare e Giovan Battista.
Il Conte Cesare Anguissola, venuto a sapere del tradimento del fratello Amilcare, nel maggio del 1860, chiese insieme all’altro fratello Giovan Battista in una lettera al generale Clary di poter combattere come semplici soldati potendo trovare in una morte onorata quella gloria che ci spetta e dimostrare al Re la nostra fedeltà e cancellare in parte quella macchia imperitura sul nostro casato che, incontaminato, il vecchio padre mio mi lasciava in geloso retaggio”.
Amilcare fu nominato controammiraglio il 18 ottobre 1861, la nomina mandò su tutte le furie Cavour, il quale ribadì in una lettera al Persano tutto il disprezzo per l’ufficialità traditrice napoletana. Egli incarnò la figura del traditore per lunghissimo tempo nell’opinione pubblica napoletana assieme al generale Nunziante.

(***) Spiace e tanto dover ringraziare Camillo Benso per aver affidato la pianificazione del furto del Monarca a Carlo Pellion di Persano la cui grande perizia militare  (eh si, vi sembra ironico? LO È) si rivelò non solo nell'episodio riportato sopra ma soprattutto  nella battaglia di Lissa.

giovedì 4 maggio 2017

DUE INTERESSANTI APPUNTAMENTI PER IL FINE SETTIMANA


Due interessanti appuntamenti per questo fine settimana. Due presentazioni di libri che vedono la partecipazione di due membri del nostro Istituto: Fernando Riccardi e Maria Ornella Cristalli Farese.
Sabato a Sora alle 17,00 presso Bibliotè, caffetteria e libreria, verrà presentato "Memorie di un ex Capo-Brigante"




Si replica domenica con la presentazione di un altro libro che ha per tema il brigantaggio postunitario.
A San Germano (oggi Cassino), alle 18,00, presso la libreria Mondadori, verrà presentato il best seller "Brigantaggio postunitario, una storia tutta scrivere" di Fernando Riccardi.



sabato 29 aprile 2017

ARRIVEDERCI, MASSIMO


TUTTO L'ISTITUTO DI RICERCA STORICA DELLE DUE SICILIE 
PARTECIPA AL DOLORE DEI FAMILIARI PER LA PERDITA DEL

DIACONO REV. MASSIMO CUOFANO

Il Rev. Massimo Cuofano. Pantaleo Losapio e Don Luiciano Rotolo davanti la Capella di San Tommaso nella Basilica di Santa Chiara in Napoli

giovedì 27 aprile 2017

SUCCESSO FUORI CASA PER L'ISTITUTO

ISTITUTO DI RICERCA STORICA DELLE DUE SICILIE


Partendo per Roma insieme con il carissimo amico  Luigi de Angelis e la gentile consorte, la mattina del 21, avevo un po' di paura. Ricordare il Venerabile Sisto Riario Sforza nell'anno del 140° anniversario della morte era stata una mia idea,  ed ero stato sempre io a volerlo ricordare nei luoghi più significativi: Roma, dove aveva studiato e dove aveva ricevuto i primi incarichi importanti, Aversa, dove era stato Vescovo e Napoli dove dopo solo sei mesi era divenuto Arcivescovo e successivamente aveva ricevuto la porpora cardinalizia.

la locandina dell'evento

C'era quindi un po' di paura in più rispetto alla normale trepidazione che sempre precede un evento.


da sin. il barone Raimondo Zampaglione, Don Luigi Castiello, Mons. Jean  Marie Gervais, il dr. Fernando Riccardi

Questo convegno "fuori casa" aveva richiesto uno sforzo organizzativo non indifferente ed avevamo ottenuto patrocinii importanti: la Regione Campania, l'Archidiocesi di Napoli, la Diocesi di Aversa, la Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, cui il Venerabile rimase fedele nonostante le vessazioni cui fu sottoposto dal nuovo regime, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e l'Associazione Nazionale dei Cavalieri Costantiniani (A.N.C.C.I.) (Proprio quest'ultima, insieme con Tota Pulchra, associazione fondata da Mons. Jean Marie Gervais, ha contribuito molto alla realizzazione dell'evento).


La presenza ed il supporto di molti soci dell'Istituto (il comm. Giovanni Salemi, "il Comandante", nostro instancabile presidente; Fernando Riccardi, vicepresidente nonché  bravissimo giornalista e storico; Renato Criscuolo, fondatore di MVSICA PERDVTA, dalla lontana Perugia; Roberto Della Rocca, ideatore, insieme con me e con Andrea Casiere, dell'Istituto; i coniugi Farese, di Roma, che tanto si sono dati da fare per la riuscita dell'evento, Pietro Valle, confratello e persona squisita; Alberto Marulli, grande amico prima che importante socio del sodalizio) ma anche altri amici, in primo luogo il dr. Giuseppe Catenacci, Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale Ex Allievi Nunziatella,    il confratello Luigi de Angelis con la moglie, il  Gen. C. A. Goffredo Mencagli, Vice Comandante dell'Arma dei Carabinieri dal 17 luglio 2006 all'11 luglio 2007, poi ancora Enzo de Maio ed Antonio Fallena (un grazie particolare per le foto), ed ancora altri, tanti altri i cui nomi mi sfuggono ma che ringrazio qui collettivamente, hanno contribuito un po' a tranquillizzarmi.
Devo anche ringraziare alcuni invitati che pur non essendo potuti intervenire lo hanno fatto per giustificati motivi ed hanno mandato dei bei messaggi. Tra questi voglio ricordarne alcuni, ed attraverso loro tutti coloro che posso aver dimenticato: l'ing. Alessandro Ortis, presidente dell'Ass. Naz. Ex Allievi Nunziatella, impegnato nel C.d.A. dell'Associazione a Napoli; il Marchese Giuliano Buccino Grimaldi, presidente dell'A.N.C.C.I., ed in ultimo ma non ultimo per importanza, dato che era uno dei relatori, il comm. Eugenio Donadoni, direttore di Cronache Costantiniane, entrambi assenti per motivi familiari.



Due immagini del cortile del Bramante, ingentilito dallo splendido colonnato. Su ogni colonna è visibile La Rosa dello stemma Riario


Anche la bravissima squadra di Tota Pulchra e la loro grande capacità e professionalità hanno fatto sì che mi sentissi via via più tranquillo. Anche il Cardinale ci avrebbe dato una mano a far si che l'evento in suo onore riuscisse bene.
Vorrei ricordare qui i nomi dei valenti collaboratori di Mons. Gervais: l'architetto Gaia Romeo, l'addetto stampa dr. Alessandro Notarnicola, il cerimoniere avv. Domenico Musso, il direttore artistico dr. Mauro Tarroni. A tutti loro un grandissimo GRAZIE!!!
Un grazie ed un plauso anche a coloro che insieme con me hanno condiviso le fatiche dell'organizzazione: un plauso al barone Raimondo Zampaglione, a Don Luigi Castiello e a Giuliano Capecelatro di Morrone.
Ora smetto e vi lascio al resoconto del bel pomeriggio romano.
G.R.


l'ingresso del palazzo con il roll-up che pubblicizzava l'evento

A Roma, nello splendido “Salone dei 100 giorni” del Palazzo della Cancelleria Apostolica, completamente affrescato dal Vasari, si è svolto, venerdì scorso, il convegno sul Venerabile Cardinale Sisto Riario Sforza, evento promosso dall'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie e realizzato in collaborazione con l'Associazione “Tota Pulchra” e l'A.N.C.C.I. (Associazione Nazionale Cavalieri Costantiniani Italiani).

il Presidente dell'Istituto, comm. Giovanni Salemi

Sotto lo sguardo attento di Papa Paolo III Farnese, il presidente, comm. Giovanni Salemi, ringraziando le due associazioni che hanno collaborato alla realizzazione dell'evento, ha portato i saluti dell'Istituto, ad una sala piena di ospiti illustri tra cui S.A. Il Principe Don Lelio Niccolò Orsini d'Aragona, delegato dell'Ordine Costantiniano per Roma e Lazio, S.E. Fulvio Rocco de Marinis, prefetto di Forlì, il dr. Giuseppe Catenacci, presidente onorario dell'Ass. Naz. Ex Allievi Nunziatella, il gen. C.A. Goffredo Mencagli, i Principi Don Carlo e Donna Elisa  Massimo, il Principe Pierluigi Brancia d'Apricena, la Duchessa Enrica Riario Sforza Colonna Barberini di Sciarra, il Principe Maurizio Gonzaga di Mantova, il Principe Paolo Marigliano Caracciolo, il Marchese Giorgio Mirti della Valle, la nob. Elisabetta Tufarelli, l'avv. Francesco Francioso, la Dott.ssa Anita Margiotta, curatore storico dell'Arte della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. 


due immagini del pubblico che affollava la sala del convegno



Mons. Jean Marie Gervais, presidente di “Tota Pulchra”, ha moderato i lavori e presentato i tre relatori del convegno: il barone Raimondo Zampaglione, pronipote del Cardinale Riario Sforza e Governatore del “Pio Monte della Misericordia”,



don Luigi Castiello, Officiale della Curia di Napoli, e Fernando Riccardi, giornalista e scrittore, che ha sostituito lo storico e magistrato Francesco Mario Agnoli, assente per motivi di salute. Molto apprezzate le tre relazioni che hanno evidenziato le grandi doti umane e cristiane del Venerabile prelato. 


Mons. Gervais mostra la riproduzione del quadro esposto nel Duomo di Napoli e che  raffigura il giovane Cardinale mentre soccorre dei bisognosi

A conclusione dei lavori il cav. Giancarlo Rinaldi, ideatore dell'evento, ha consegnato ai relatori, a Mons. Gervais, al Principe Orsini d'Aragona, a Donna Enrica Riario Sforza ed ad altri ospiti un piccolo omaggio da parte dell'Istituto: una riproduzione su tela del quadro raffigurante il Cardinale, esposto nel Duomo di Napoli.

il cav. Rinaldi consegna l'omaggio dell'Istituto al Delegato per Roma e Lazio dell'Ordine Costantiniano, principe Orsini d'Aragona

Dopo il convegno, tutti si sono trasferiti nella attigua e non meno bella “Sala Riaria”, per un vin d'honneur.


una bella immagine della Sala Riaria dove si è tenuto il vin d'honneur

da sin. il comm. Giovanni Salemi, presidente dell'Istituto, Donna Enrica Riario Sforza Colonna Barberini di Sciarra, ed il cav. Giancarlo Rinaldi