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venerdì 19 febbraio 2016

LA VICENDA DI PIETRARSA di FERNANDO RICCARDI


FERDINANDO II
RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE,
RE DI GERUSALEMME, etc.
DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO etc. etc.
GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA, etc. etc. etc.


NAPOLI: è ormai uso comune festeggiare come festa dei lavoratori il 1 per ricordare gli eventi del 4 maggio 1886, in piazza Haymarket, a Chicago ma in tanti non sanno, in molti fanno finta di non sapere, che i primi operai morti per difendere il proprio posto di lavoro sono gli operai di Pietrarsa il 6 agosto 1863 che FERNANDO RICCARDI ci ricorda nel saggio di seguito riportato.


L’eccidio di Pietrarsa

Una delle prime preoccupazioni di Ferdinando II di Borbone, dal 1830 sul trono di Napoli, fu quella di varare un poderoso piano industriale destinato a svincolare il suo regno dalla dipendenza tecnologica inglese. I risultati non tardarono ad arrivare. Nell’ottobre del 1839 venne inaugurata la tratta ferroviaria Napoli-Portici, di soli 7 km e mezzo, ma la prima  nella penisola italica.
la partenza del viaggio inaugurale della Napoli-Portici

il bellissimo quadro di Salvatore Fergola che mostra il I viaggio della Napoli-Poertici


Gia da qualche anno, poi, a Torre Annunziata, funzionava a pieno regime un’officina che produceva materiale meccanico (proiettili, affusti per cannoni, macchine a vapore) destinato all’esercito e alla marina militare.
la locomotiva Bayard
Qui lavoravano operai specializzati che niente avevano da invidiare alle maestranze di tutta Europa. Per non disperdere cotanta professionalità il re pensò di ingrandire la fabbrica spostandola a Portici. Nacque così, nel 1837, proprio in riva al mare, il “Reale Opificio di Pietrarsa” che sfornava prodotti in ghisa ma, soprattutto, macchine e locomotive a vapore.

L’entrata in funzione della strada ferrata, poi, favorì non poco lo sviluppo del sito industriale: il materiale da lavorare, infatti, poteva giungere in loco sia via mare che via terra, servendosi, appunto, della ferrovia. In poco tempo Pietrarsa, grazie anche ad una rigorosa politica protezionistica, diventò il primo nucleo industriale della Penisola precedendo, e di parecchi anni, colossi quali Fiat, Breda o Ansaldo.

Pietrarsa, interno dei padiglioni (stampa d'epoca)

Nel momento del suo massimo fulgore l’opificio dava lavoro a 850 operai, molti dei quali specializzati. Poi, però, come un fulmine a ciel sereno, le cose nel meridione d’Italia presero una piega inaspettata.
ancora una veduta dell'interno dei padiglioni di Pietrarsa (stampa d'epoca)
Nel 1860 dal nord scese Garibaldi e poi l’esercito di Vittorio Emanuele II di Savoia. I Borbone furono costretti alla resa e a cedere il passo agli invasori piemontesi. Lo stato sabaudo inglobò con la forza delle armi la parte meridionale dello Stivale e nacque il Regno d’Italia. Il che per la popolazione del Sud non fu di certo un grande affare. E la lotta aspra e senza quartiere che infuriò per un lungo decennio in quelle lande, fu uno dei segni più evidenti del malcontento diffuso e della cupa disperazione che colpì quelle genti. Anche l’industria dovette fare i conti con il nuovo scenario. Il governo piemontese non aveva alcun interesse a mantenere in vita il sistema creato dai Borbone che, presentando punte di eccellenza (si pensi, accanto a Pietrarsa, ai lanifici e alle cartiere della valle del Liri ma anche agli impianti siderurgici di Mongiana, sulle serre calabre), arrecava non poco fastidio agli stabilimenti dell’Italia settentrionale. Per questo si decise di privatizzare Pietrarsa svendendola a tale Iacopo Bozza.
Pietrarsa oggi, veduta dello spiazzo
Fu l’inizio della fine. Il nuovo proprietario diminuì la paga degli operai portandola da 35 a 30 grana al giorno. In breve lasso di tempo, con una drastica politica di licenziamenti, di 850 dipendenti ne restarono solamente la metà. Il malumore dei lavoratori montava poderoso fino a che giunse il 6 agosto del 1863. Di fronte all’ennesimo sopruso della proprietà, alle tre del pomeriggio, qualcuno fece risuonare a distesa la campana della fabbrica.
la statua (in ghisa, metallo "da lavoro") del Re Ferdinando II. Da vicino si potevano ancora vedere i segni delle pallottole dei "garibaldesi" e "piemuntisi". La statua fu lasciata perché difesa a viva forza dagli operai dell'Opificio.
 Alcune centinaia di operai, abbandonato il posto di lavoro, si radunarono nel cortile lanciando urla e parole di disapprovazione nei confronti del padrone. Spaventato Bozza si precipitò a richiedere l’intervento dei bersaglieri di stanza a Portici. I militari, in breve tempo, giunsero davanti allo stabilimento e, superato il cancello, baionetta in canna, si lanciarono sugli operai menando fendenti e sparando ad altezza d’uomo. In quel caldo pomeriggio d’agosto morirono 7 operai mentre altri 20 riportarono ferite più o meno gravi. Dopo quel tragico accadimento si decise di concedere la gestione dell’opificio alla Società Nazionale di Industrie Meccaniche. Ormai, però, la gloriosa fabbrica aveva intrapreso la strada del declino. Nel 1875 erano rimasti solo 100 operai. Eppure, appena due anni prima, una locomotiva costruita a Pietrarsa aveva vinto la medaglia d’oro alla esposizione universale di Vienna. Qualche tempo dopo lo Stato, per non chiudere lo stabilimento, decise di assumerne la gestione. Dopo la seconda guerra mondiale la crisi si accentuò ulteriormente fino a che, nel 1975, fu varata la definitiva chiusura. Oggi quello che fu il glorioso “Reale Opificio di Pietrarsa” è diventato la sede di un museo ferroviario. Pochi, però, ricordano la triste sorte di quegli operai spazzati via dai proiettili e dalle baionette dei bersaglieri soltanto per aver osato reclamare un sacrosanto diritto(*): la tutela del posto di lavoro. Tale evento, anzi, è sconosciuto ai più. Anche a quelli che sono soliti festeggiare con tanta enfasi e tripudio il primo maggio, icona intoccabile dei lavoratori. Un’ultima annotazione. Molti dei morti e dei feriti di quel 6 agosto 1863 furono colpiti alla schiena o alla nuca mentre cercavano di mettersi in salvo. Davvero un atto eroico da parte dei militi piemontesi che non si fecero scrupolo di aprire il fuoco su inermi operai. Forse credevano, come ha scritto Antonio Ghirelli, di trovarsi ancora alla Cernaia. Eppure ci fu chi, proprio grazie a quell’orribile misfatto, fece carriera. Stiamo parlando del questore di Napoli Nicola Amore che, invece di essere sollevato dall’incarico e sottoposto a processo come avrebbe meritato, nel 1866 venne nominato direttore della Pubblica Sicurezza. In seguito fu anche senatore del Regno e sindaco di Napoli. Nel nostro bel paese accadono cose davvero strane: mentre a Nicola Amore sono state dedicate piazze ed innalzati monumenti (la celebre Piazza Quattro Palazzi, lungo Corso Umberto, a Napoli, porta anche il suo nome, così come un busto marmoreo di cotanto eroe fa bella mostra di sé nei giardini di Piazza della Vittoria), niente di niente, né una lapide né una semplice scritta, ricorda l’eccidio di Pietrarsa e i nomi di quei sette operai che lì persero la vita. Un’altra colossale ingiustizia della nostra storia che si dovrebbe avere il coraggio di rimuovere una volta per tutte.
FERNANDO RICCARDI



Reale Opificio di Pietrarsa: la riproduzione scala 1:1 della Bayard


(*) Proprio verso la fine dello scorso anno e precisamente il 19 dicembre 2015 a San Giorgio a Cremano, dopo un interessante convegno sul tema:
"6 AGOSTO 1863: I MARTIRI DI PIETRARSA, CADUTI PER DIFENDERE L'OPIFICIO PIÙ IMPORTANTE D'EUROPA";
il Sindaco Giorgio Zinno ha scoperto le targhe stradali della "via MARTIRI DI PETRARSA"





martedì 16 febbraio 2016

PENSIONI DI REVERSIBILITÀ: COMINCIA IL LAVAGGIO DEL CERVELLO

PENSIONI DI REVERSIBILITÀ: PER IL LAVAGGIO DEL CERVELLO ACCOMODARSI A SINISTRA


CI SCUSERETE SE ABBANDONIAMO, MOMENTANEAMENTE, I TEMI STORICI CHE CI SONO CARI.
L'ABBANDONO È SOLO APPARENTE IN QUANTO C'È SEMPRE UN FIL ROUGE CHE LEGA TUTTO QUANTO PUBBLICHIAMO: INFORMARE E FAR RAGIONARE LE POPOLAZIONI, CHE DIMOSTRINO DI NON ESSERE E DI NON VOLERSI FAR LOBOTOMIZZARE OTTENENDO IL RISCATTO DELLA "NOSTRA" PATRIA(*)


Attenzione attenzione masse!!! E’ iniziato il frame “pensioni di reversibilità brutte e cattive”, a cura dell’apparato propagandistico RAI TV da voi stesse pagato! Ripetete con me il mantra di Agorà RAI: “le pensioni di reversibilità vanno a badanti furbe e profittatrici che sposano vecchietti agonizzanti e fregano all’Italia ben 41 miliardi-ardi-ardi all’anno!!!”
Tutto vero? NO.

Un passo alla volta. Come sapete un DDL del governo prevede la trasformazione delle pensioni di reversibilità da prestazioni previdenziali a prestazioni assistenziali, soggette quindi ai bassissimi tetti ISEE imposti dal famigerato governo Monti col decreto Salva Italia. In pratica oltre i 10.600 euro annui, somma di reddito + 20% del patrimonio mobiliare e immobiliare, con franchigia di 5.000 euro per la prima casa, una vedova sola non riceverebbe più la pensione di reversibilità del marito.
In altre parole se venissero applicate i criteri ISEE attuali basterebbe una casa di proprietà in centro e qualche BOT per perdere la pensione e andare a mangiare alla Caritas.
E’ chiaro che il governo punta al gruzzolo delle pensioni di reversibilità, da utilizzare probabilmente sia per la reversibilità delle nuove unioni civili, sia per far cassa in chiave Six-Pack e riduzione del debito. 
Resta un piccolo problema: convincere le masse che pensioni di reversibilità = cacca-pupù. NO PROBLEMA!
Le grandi operazioni mediatiche sono state lanciate in grande stile dalla trasmissione ammiraglia del verbo renzian-piddino. Ad Agorà oggi è andato in onda un impressionante combinato disposto di affermazioni false, mezze verità, servizi creati ad hoc e messaggi tendenti a rappresentare le pensioni di reversibilità come una truffa alla società, uno spreco di risorse, un sopruso di furbe badanti che sposano vecchi rimbambiti per lucrare immeritatamente la pensione di reversibilità.
Curiosamente solo Damiano e Cazzola, unici esperti di lavoro e previdenza presenti, hanno difeso la pensione di reversibilità dall’attacco frontale di Marcello Sorgi e da quelli più sornioni del conduttore Greco, a suon di ceffoni e fact-checking.
Al giornalista Sorgi il compito di introdurre il cetriolone pensioni di reversibilità con una serie di domande retoriche del tipo: è giusto che una badante sposata poco prima di morire prenda quanto una donna che è stata al suo fianco tanti anni? E’ giusto che una vedova che ha due figli che guadagnano bene prenda lo stesso di una che è sola? E se una vedova ha una casa e via delirando … CAPITO L’ANTIFONA?
A conferma del biscottone precotto nelle retrovie RAI renziane non poteva mancare – guarda caso, che coincidenza – il servizio sulle BADANTI CHE RAGGIRANO I VECCHI … il vero problema italiano, che diamine! Con il Sorgi a chiosare con sciocchezze tipo: “se la badante sposa il vecchietto che muore poco dopo è giusto che prenda come la sposa pluri decennale?”.

Per terminare le sesquipedali sciocchezze (di questo si tratta) atte a influenzare voi masse (presunte) decerebrate, i corifei governativi si sono lanciati in voli di fantasia sulle cifre in gioco:
Certo, “senza toccare i diritti di nessuno” … certo, “41 miliardi” … certo le badanti che sposano il vecchietto che muore poco dopo … MA PER PIACERE!!!

Gli influencer di Renzi, faciloni a immagine e somiglianza del loro capo, curano poco aspetti triviali e secondari quali la verifica delle cifre e dei fatti.

  1. Le pensioni di reversibilità costano infatti 24 MILIARDI, non i 41 presentati ad AgoràLo dice lo stesso DDL del governo, nella sezione “ANALISI DELL’IMPATTO DELLA REGOLAMENTAZIONE (AIR)”, sezione 1-A:
  2. Inoltre le “badanti che raggirano vecchi” sono una leggenda metropolitana. Come precisato dal prof. Cazzola ci sono già leggi in proposito: se la sposa é giovane di più di 20 anni dello sposo e il matrimonio è durato meno di dieci anni, per ogni anno in meno si decurta la reversibilità del 10%. Ma tutto questo Sorgi non lo sa.
Preparatevi masse, nei prossimi giorni vi beccherete razioni crescenti della stessa indigesta minestra propinata dalle solite nullità piddine, le ben note mosche cocchiere del nulla, ospiti fissi – e fessi – di innumerevoli trasmissioni.

Ci resta un dubbio: i servi non sanno nulla perché per leccare non serve sapere, o sono servi perché non sanno nulla?


(*) IL TERMINE PATRIA HA SUBITO SOPRATTUTTO NEL SEC. XIX DIVERSI ATTENTATI ALCUNI DEI QUALI SONO CONTINUATI PER BUONA PARTE ANCHE DEL SECOLO SUCCESSIVO.  PER NOI  È IL LUOGO NATÌO, LA TERRA DEI PROPRI PADRI, DEI PROPRI ANTENATI,  («terra patria»), E COME TALE NON È MODIFICABILE SECONDO OTTICHE MUTEVOLI. PER ESSERE PIU PRECISI, PER NOI DELL'ISTITUTO, LA  PATRIA È IL TERRITORIO CHE HA MANTENUTO CONFINI, LEGGI, IDIOMA, SOSTANZIALMENTE IMMUTATI PER CIRCA UN MILLENNIO, DOVE I NOSTRI ANTENATI SONO NATI, CRESCIUTI, VISSUTI E DECEDUTI: LA NOSTRA PATRIA SONO LE DUE SICILIE

DON CARLOS RE DI NAPOLI, RE DI SPAGNA



I GIORNATA DI STUDI DEDICATA A CARLO DI BORBONE
in occasione del III centenario della nascita del grande Sovrano.
Real Sito Belvedere di San Leucio
Sala delle Rappresentanze
20 febbario 2016



Jolanda Capriglione
Francesco Starace
Vega de Martini
M. Fernanda Garcia Marino
Riccardo Serraglio
Giulio Pane
Tsao Cevoli
Cesare Cudari

moderati da 
Nadia Verdile

ci racconteranno la storia del Grande Monarca.

lunedì 15 febbraio 2016

GAETA CLVI ANNIVERSARIO DELL'ASSEDIO

GAETA:  Nella ricorrenza del 156° anniversario, il 14 febbraio si è svolta a Gaeta la cerimonia celebrativa e commemorativa della fine dell’Assedio del 1860/61 e del ricordo dei Caduti dell’Esercito delle Due Sicilie.



Fu appunto il 14 febbraio 1861 che il Re Francesco II lasciò Gaeta dopo che, da parte dei plenipotenziari incaricati, era stato firmato il Capitolato di resa della piazzaforte: i Sovrani dopo essere passati, nel tratto di strada tra la casamatta Ferdinando e la Porta di Mare, tra Soldati di ogni Arma e grado e Cittadini di Gaeta che lo invocavano  disperatamente, si imbarcarono sul vascello francese la Mouette per raggiungere il territorio pontificio e, nel passaggio davanti alla Batteria Santa Maria (all’estrema punta del porto fortificato ), da questa furono sparate le prescritte venti salve di saluto e la Bandiera Reale si abbassò per rendere i dovuti  onori al Re del Regno delle Due Sicilie.
S.A.R, il M. Rev. Principe Don Alessandro di Borbone delle Due Sicilie
Da terra si sentirono per l'ultima volta le grida dei soldati borbonici e della popolazione di Gaeta: "Viva 'o Rre!".
Gaeta 1861: il commiato dei Sovrani
E abbiamo ricordato il comportamento veramente regale, per la coerenza, la serietà, il coraggio  e la tenacia che il Sovrano mostrò di possedere durante i 100 giorni dell’Assedio, terminato, come detto prima,c on un atto di resa che  riguardò solo ed esplicitamente  la piazzaforte e non certamente il Regno.

la S.Messa: notiamo tra gli altri, da dx: l'avv. Scafetta, l'avv, Ciufo, Delegato Vicario del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, l'ass. Matarazzo in rappresentanza del Sindaco, il presidente Onorario dell'Ass. Naz. Ex Allievi Nunziatella dr. Giuseppe Catenacci ed ancora il presidente ing. Alessandro Ortis.

ancora un'immagine dell'interno del Duomo di Gaeta durante la S.Messa

amcora una suggestiva immagine del Duomo
il gonfalone della sez. Lazio dell'ass, ex Allievi. A destra notiamo l'ing. Luigi Cobianchi

Abbiamo anche ricordato lo scoppio della Batteria Transilvania accaduto il giorno 13 febbraio in cui trovarono la morte numerosi Militari addetti alla Batteria e tra questi, tenendolo come simbolo del sacrificio dei Soldati del Sud, abbiamo ricordato il diciassettenne Alfiere di Artiglieria Carlo Giordano(*), scappato dalla Nunziatella e giunto a Gaeta  per combattere per la sua Patria e il suo Re.
foto di gruppo

l'intervento dell'avv. Scafetta

l'alzabandiera effettuato dell'ex-allievo comm. Giovanni Salemi

il lancio della corona

l'intervento dell'ass. Matarazzo

S.A.R. il Principe Don Alessandro accanto alla "NOSTRA" bandiera


la corona



La cerimonia tutta è stata presieduta da S.A.R. il M. Rev. Principe Don Alessandro di Borbone Due Sicilie che nello stile regale della Sua Casa ha accettato di essere presente a Gaeta per l’occasione
Interventi da parte dell’Avv. Sevi Scafettaorganizzatore dell’evento, del dr. Ferdinando Matarazzo, rappresentante del Sindaco di Gaeta dr. Cosmo Mitrano, del comm. Giovanni  Salemi  Ex Allievo Nunziatella e Presidente Istituto Storico Due Sicilie e del dr. Sandro Ortis, Presidente della Associazione Naz. Ex Allievi Nunziatella.
Tutto questo si è svolto sulla sommità della falesia che sovrasta la Chiesa della Trinitàlà dove era sistemata per l’appunto la Batteria Transilvania e da quel luogo  ,dopo aver provveduto ad issare sul pennone ed aver visto garrire al vento sul mare di Gaeta la bianca Bandiera Gigliata,  a nome della Associazione Ex Allievi Nunziatella  per la memoria dei Caduti, è stata lanciata in mare una corona di fiori con una Bandiera (quella bianca con le Armi di Casa Borbone). Il lancio è stato effettuato da un gruppo di Ex Allievi  coadiuvati dal  Principe Reale Don Alessandro di Borbone Due Sicilie il quale nella qualità di Sacerdote in mattinata aveva già celebrato la Santa Messa nel Duomo di Gaeta  ove sono le tombe di alcuni Caduti particolari.
In conclusione una cerimonia  improntata a  valori di dignità e di amor di Patria svolta con il “cuore”, iniziata con il Sacro Rito e terminata  con tanta passione.


(*) Messinese, orfano di padre, era arrivato a Gaeta pieno di entusiasmo. Figlio del generale di brigata Giuseppe Giordano, pugliese di Lucera, era fuggito dalla Nunziatella il 10 ottobre. Il suo posto era a Gaeta, aveva detto. E non si era risparmiato. Fu assegnato all’arma dell’Artiglieria il 12 novembre.
Era rimasto assai sconvolto dall’esplosione della Sant’Antonio, le notizie di quella sciagura avevano provato e segnato i più giovani come lui. Ma era rimasto al suo posto, in fondo era fuggito dal scuola militare proprio per stare accanto al suo re e difendere la Nazione.  Gli ultimi giorni dell’assedio, con centinaia di morti e feriti, avevano lasciato tanti vuoti sulle batterie. E anche loro, i più piccoli, erano stati chiamati a riempirli. Giordano, insieme con l’alfiere Giovanni Pannuti, era stato assegnato alla Transilvania, sulle batterie Malpasso eTrabacco. Pannuti era più grande, un uomo fatto con i suoi trentacinque anni e un curriculum con l’esperienza nella battaglia del Volturno e nella difesa del ponte sul Garigliano. Proprio a lui spettava fare coraggio a quel giovane alfiere. Erano le tre del pomeriggio del 13 febbraio.36 Ormai le trattative per la resa, dopo la strage alla Sant’Antonio, erano arrivate alla stretta finale. Tutti sapevano che, da un momento all’altro, sarebbe arrivato il cessate il fuoco. La capitolazione era questione di minuti. Ma il generale Cialdini non aveva voluto sospendere i bombardamenti, per affrettare la firma della resa.
Per questo motivo, gli artiglieri napoletani, quando mancavano pochi minuti alla fine della loro guerra, erano ancora lì, sotto le bombe. Giordano e Pannuti parlavano del futuro incerto, di cosa sarebbe stata la loro vita al ritorno a casa. Un po’ ne erano spaventati, un po’ angosciati, non riuscivano a pensare a progetti di vita mentre i cannoni nemici sparavano ancora.
Erano le tre del pomeriggio, quando dalla batteria piemontese 3 del Lombone partì un micidiale proiettile da un cannone da 40. Centrò in pieno la traballante batteria Transilvania, ormai priva di difese. Il proiettile rimbalzò sulla casamatta vicina ai cannoni e centrò il deposito di munizioni dove erano ammassati 18 000 chili di polvere da sparo e centinaia di proiettili. L’inferno si materializzò in un istante e Carlo Giordano vi si trovò dentro. Dalle batterie piemontesi partì il grido «Savoia!». Rombi di fiamme, boati e fumo. Decine e decine di cannonieri marinai furono travolti dall’esplosione. La Transilvania venne cancellata mentre, ancora una volta, per ostacolare i soccorsi i cannoni piemontesi puntarono sul punto dove era avvenuto lo scoppio. Partirono i soccorsi, il cappellano Buttà parlò di «ultimo atto di barbarie voluto dal nemico senza alcuno scopo militare»
tratto da Gigi Di Fiore "La Nazione Napoletana", pag. 91-93, UTET 2015



mercoledì 10 febbraio 2016

Un mondo perduto: la venezianità adriatica.

Un mondo perduto: la venezianità adriatica.



Dal blog di Davide Ubizzo:
Uno degli aspetti meno noti ed esplorati della questione adriatica e del confine orientale italiano – anche in questi giorni che si celebra l’annuale ricorrenza del giorno del ricordo (10 febbraio : https://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_del_ricordo) –  è probabilmente la memoria di una cultura che per secoli ha formato il cuore della civiltà veneziana, una cultura marinara e contadina, commerciale, cosmopolita e multietnica, che da Venezia fino a Zara si inserì nella storia europea per imprimerle quei caratteri che oggi ne fanno una componente essenziale dell’Europa unita.
Una terra di confine, di guerre, dagli Istri ai Romani e da Bisanzio ad Aquileia nell’antichità,  dal modello veneto a quello asburgico nell’epoca moderna e attraverso l’esodo infine alla Yugoslavia  e ai terribili anni ’90 del ‘900.

Le due regioni dell’ex Venezia Giulia –  cioè il Goriziano, il Triestino, l’Istria e la città di Fiume al termine orientale dell’arco alpino – e la Dalmazia, la regione costiera dell’Adriatico orientale che si sviluppa tra il mare e i monti retrostanti del Quarnero sino alle Bocche di Cattaro – sommano la ricchezza e la complessità delle regioni di confine fra i diversi mondi geografici, etnici, culturali in un crocevia di culture: quella germanica, la latina e la slava. Il peculiare carattere culturale è probabilmente l’unico tratto distintivo capace di fornire quel comune denominatore che l’area politica e sociale adriatica pare aver dimenticato; un mondo perduto appunto, fatto di pietre calcaree e rovere, marinerie e navi, di commerci e scambi, marine assolate e fitti boschi mediterranei, di gusti semplici e forti, fatto di terra rossa e di mare trasparente, di tradizioni e consuetudini, di piatti e di dialetti.“Venezia e poi l’Austria, combinandosi al sangue della stirpe illirica, aveva costruito una specialissima razza d’uomini. Un innesto di Mediterraneo e Mitteleuropa.” Scrive Paolo Rumiz

Zara e Dalmazia, Veneziane (non italiane) dal 1409
“La costa  adriatica orientale presenta una certa omogeneità etnico culturale e linguistica, di costume e di tradizioni artistiche e urbanistiche. Non dovuta a processi di colonizzazione, quanto alla progressiva sedimentazione di una storia comune. Perfino Trieste, Fiume e Ragusa, sostanzialmente mai appartenuta alla Repubblica, erano venete nella loro identità sostanziale ed espressive a conferma che non c’è stata vera imposizione.” ( P. Scandaletti, Storia dell’Istria e della Dalmazia- Edizioni Biblioteca dell’immagine 2013) 

In questo quadro geografico più o meno dalla metà del 1200 al 1797 la Serenissima ha saputo coltivare, gestire e alimentare la sua peculiare specificità culturale veneta i cui influssi e le cui reminiscenze oggi, pur nel disorientamento e nel rimescolamento successivi al 1947,  appaiono ancora, seppur sbiaditi,  nella memoria e nei luoghi delle terre adriatiche. Come scriveva Fulvio Tomizza “Cinque secoli di civiltà non si cancellano. Persino nei villaggi croati dell’interno si continua a mangiare, lavorare le viti, oziare e giocare alla veneta.” (F. Tomizza, Destino di frontiera, Marietti 1992)
“Venezia in particolare è presente nelle pietre dei selciati, nella grazia dei palazzetti gotici, nei numerosissimi leoni di S. Marco (oltre centosessanta esemplari documentati essenzialmente lapidei), nella linea dei campanili, ville e abbazie, nei poderosi castelli costruiti da nobili veneziani, nonché nella dolce parlata istroveneta, quel dialetto istro-romanzo che purtroppo sta scomparendo, man mano che muoiono gli anziani e sempre meno esso viene pronunciato dalle ultime generazioni bilingui.” ( Irma Sandri Ubizzo, Istria: scatti d’amore – Alcione Editore 2006.)
La costa adriatica orientale che da Muggia ( Trieste ) scende fino a Cattaro ( Montenegro) nella sua struttura storica ripropone una conformazione urbanistica e architettonica che forma il modello veneziano di Città: il porto o mandracchio, le rive, la piazza, l’edificio del Potestà,  i magazzini pubblici, la chiesa parrocchiale, i palazzi dei notabili. Questa struttura cittadina è solo la parte esteriore di un processo di aggregazione storico, architettonico e culturale che vide le sponde dell’Adriatico nord orientale congiungersi in una unità territoriale e sociale che  durerà all’incirca 500 anni.
A  partire dall’anno mille Venezia diede inizio ad un’azione politica volta al controllo del Mare Adriatico: “La spedizione marittima militare in Dalmazia da parte dei Veneziani, sotto la guida del Doge Pietro II Orseolo, avvenuta nell’anno Mille, aveva ribadito la supremazia che Venezia aveva sulle acque dell’Adriatico, un potere sostanzialmente marittimo, commerciale e soprattutto militare, di milizia marittima, in quanto si proteggevano i vari centri della costa e le loro navi.”  ( Istria nel tempo,  Manuale di storia regionale dell’Istria a cura del Centro di ricerche storiche  Rovigno 2006). Ma fu già nel 932 che il Doge Pietro Candiano II sbarcò a Giustinopoli ( poi Capodistria, dove si trova il più antico leone marciano lapideo del 1317) per stabilire un piano di difesa dei possedimenti privati veneziani in Istria.
L’Istria, appunto, fu la prima tappa di questo processo storico, militare e culturale di costruzione di una civiltà. Da Muggia, Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, San Lorenzo, Montona, Orsera, Rovigno, Dignano, Pola, Sissano, Albona, Abbazia, Fiume, Cherso, Veglia e poi attraverso Lesina e Curzola fino a Spalato, Zara, Sebenico e Ragusa, ecco prendere forma l’arcipelago veneziano adriatico, un non – stato, in fondo solo una parte della storia veneziana, poi tragicamente confluito nella storia novecentesca della finis austriae  tra Regno d’Italia e Yugoslavia, un fantasma del ‘900, uno dei tanti.
“In Istria si incontrano tantissime cose. Due mondi, le Alpi e il Mediterraneo; tre lingue, italiana, slovena e croata; e i segni forti di tre dominazioni: Roma che ha lasciato una grandiosa arena nella città di Pola; Venezia, che per secoli in Istria ha avuto basi commerciali costiere – Pirano, Rovigno e altre – sulle rotte del mare d’Oriente; e infine l’Impero d’Austria, che su quella penisola strategica ha costruito porti e ferrovie ancora in funzione, che si è dissolto con la prima guerra mondiale.” ( P. Rumiz, A piedi – Feltrinelli 2012)
Negli anni ’90, in uno dei frequenti viaggi familiari, ebbi l’occasione di visitare Cherso e nella piazza della cittadina omonima fummo avvicinati da un anziano del posto che sentendoci parlare in veneziano ci raccontò,  in un purissimo dialetto chersino ( che dopo di allora non sentii più),  che da giovane aveva a lungo navigato tra l’isola e Venezia a bordo di un burcio ( o forse un trabaccolo ) che trasportava legna da rivendere nella città lagunare. Un pezzo di storia, una delle tante storie.
Il governo di Venezia nell’Istria ebbe le stesse caratteristiche che in tutte le altre regioni dominate dalla Repubblica, fu il tipico governo di una città che accentra nella sua aristocrazia  tutti i poteri ma che si caratterizza anche per la sua imparziale giustizia e, oltre che per le affinità etniche e le comuni tradizioni, per il benessere che essa portava alle popolazioni soggette. In Istria, quest’opera d’assimilazione veneta fu particolarmente efficace, sì che dialetto della penisola divenne col tempo la lingua parlata dalla Dominante, e gli istriani parteciparono, come cittadini veneti, a tutte le maggiori imprese di Venezia, dalle guerre contro gli Uscocchi alle imprese contro i Turchi.
Venezia fu per secoli il mercato naturale di un vasto territorio, il commercio infraregionale fu un caposaldo dell’economia veneziana. “Aquileia esportava a Venezia maiali e grano, l’Istria mandava a Venezia legname, carbone e pietra; Trieste , che nel sec. XIII faceva ormai concorrenza a Capodistria per importanza, mandava cuoio, pelli, carne; le Marche mandavano i loro vini.”  (F.C. Lane, Storia di Venezia – Einaudi 1973)
Ciò che conta capire oggi, se vogliamo uscire dalla logica della contrapposizione e dei rancori, è che fu nell’800 con l’avvento delle Nazioni risorgimentali e dello sviluppo di idee di Nazione, di etnia e diritto dei popoli –  e successivamente infine nella metà del ‘900 con la congiuntura funesta di ideologie totalitarie – che questo mondo finì. Faccio mia la definizione di Paolo Rumiz, anche se riferita ad altro tema, secondo cui serve un “armistizio della memoria” ( P. Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli 2014) è ora cioè che si depongano le armi nazional ideologiche, gli odi e i rancori e ci si avvii verso una umana ed europea comunità di storie.
“L’antico regime istriano, soprattutto il dominio veneto, non è stato capito, anzi, troppo spesso è stato frainteso in chiave nazionale/nazionalistica. Eppure basta girare per la penisola per capire che i circa quattrocento anni precedenti all’Ottocento dei mutamenti dell’identità hanno plasmato la regione, le hanno dato quel qualcosa di particolare, in stupefacente sintonia con i suoi paesaggi naturali che la rende originale e riconoscibile.” ( Istria nel tempo,  manuale di storia regionale dell’Istria a cura del Centro di ricerche storiche  Rovigno 2006).
Se l’Italia, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia, la Slovenia e la Croazia facessero pace con la loro storia forse potremmo riprendere antichi legami e restituire un ruolo all’Adriatico, in fondo basterebbe rileggere Stuparich, Quarantotti Gambini,  Comisso, Marin, Tomizza.
“Alla sera riprese il buon vento e durò tutta la notte, all’alba ci trovammo prossimi alla costa istriana, visibile nei bianchi delle case rasenti alla curva azzurra delle acque. A Promontore i fondali apparvero attraverso il verde dell’acqua e la costa vicina era tutto un incavo di grotte. Dall’altra parte le isole splendevano nelle loro montagne rese trasparenti dalla luce. Ma oltre Punta Merlera il vento ci lasciò e le vele si fecero inerti.” 
(Giovanni Comisso,  Gente di mare –  Longanesi, 1929)

Ritenendo di fare cosa gradita riportiamo anche questa breve storia della Serenissima (il cui originale trovate qui)



Dall'inizio del XV secolo la Serenissima si espande verso la terraferma veneta e friulana.
E' il momento delle 'donazioni' a San Marco, più o meno volontarie, e tutti gli staterelli e signorie, il patriarcato di Aquileia e Patria del Friuli, chiedono di aderire alla Republica Veneta.

Si forma così un vasto stato di straordinaria importanza nell'orizzonte europeo, coniugando la già floridissima potenza economica, cerniera e ponte tra oriente e occidente, con il peso politico e militare che un potente stato poteva offrire.
Fu un successo straordinario che pose fine alle lotte feudatarie succedutesi per oltre un millennio, dovute a signorotti e scompensi delle 'migrazioni' straniere (le invasioni dei barbari).

Per la terraferma veneta e friulana, soprattutto per le masse contadine, saranno i quasi quattrocento anni di pace e prosperità, interrotti solamente dalla stagione dell'invidia europea verso Venezia con le truppe associate nella Lega di Cambrai a portare devastazioni per qualche decennio nel primo cinquecento. Coalizione battuta dalla straordinaria diplomazia veneziana ed anche dalla popolazione veneta e friulana unita in San Marco.
La Repubblica, seppur oligarchica comunque più tollerante e civile dell'epoca, prosperò grazie ad una lungimirante politica che aveva il cardine nelle amplissime autonomie locali (i 'rettorati', molto più di 'federalismo' come ora lo intendiamo, quasi una associazione di distretti indipendenti) lasciate alle 'Regole' locali delle varie Comunità e agli 'Statuti' delle varie Città con i loro Contadi. Molto esteso e protetto il terreno 'demaniale' (delle comunità locali) destinato ad uso civico, eredità di tradizione medioevale.
Lo stato centrale si limitava a nominare nelle città e comunità locali un Podestà e un Capitano Militare. Persino più ampia ancora l'autonomia alla Patria del Friuli, dove veniva insediato un Luogotenente, quasi uno stato indipendente.

Le varie città e comunità contribuivano (e non tutte) allo stato con tasse e/o con forniture (per esempio il legname dal Cadore e dagli Altipiani). Lo stato si occupava dell'amministrazione militare, della giustizia, della politica internazionale e, con alcune magistrature, ad opere pubbliche o militari sovralocali, come il potentissimo Magistrato alle Acque, soprattutto per quanto riguarda le regolazione (anche o forse soprattutto a scopi militari) delle acque lungo la gronda lagunare.

Finirà tutto con l'invasione napoleonica che devastò gli equilibri politici e sociali europei.

Ma il rispetto per le autonomie locali, con le loro tradizioni e le loro lingue, con norme a protezione delle classi popolari, ponendosi perfino con il giusto equilibrio sopra le prepotenze di signorotti e nobili locali, fece cementare quella dedizione a San Marco e alla Repubblica soprattutto da parte dei contadini e dei montanari.
Un po' meno da parte della nobiltà locale, in contrapposizione con la nobiltà veneziana, che non esitò di volta in volta a schierarsi con i nuovi dominatori, dall'invasione della Lega di Cambrai, all'arrivo del Generalissimo, al Regno Lombardo-Veneto, al Regno d'Italia.

La dedizione a San Marco e alla Repubblica, da parte delle masse popolari, è evidente nei moti popolari del 1848, rivolti contro la dominante austriaca ed anche contro i Savoia, in questo appoggiati solamente da truppe Borboniche e Papaline. Fu tenace lotta 'di liberazione' e non per la 'fusione' (come allora dicevano i Savoia) al regno piemontese e all'unità d'Italia.
Il regno piemontese fu peggiore della dominante austriaca e portò fame, pellagra e milioni di emigranti, soprattutto nel Veneto-Friuli e in tutto il sud della penisola italica.

E questo spiega quello che ancora è il fortissimo 'sentimento Veneto' delle masse popolari attuali.
Non per il Veneto della Regione 'italiana' del Veneto, ma per il Veneto di San Marco.
Causa non compresa dai Savoia e non ancora compresa dallo Stato Italiano, ma che merita, anzi necessita, approfondimento e rispetto nell'obiettivo di un moderno stato Italiano/Europeo. Finendola con l'ingiusta contrapposizione nord/sud e per la giusta valorizzazione delle culture locali, dal nord al sud della penisola italica.

La Veneta Serenisima Republica era suddivisa in 
  • Stato da Tera - centro a Venezia, con il Dogato (la terraferma di Venezia), i Rettorati (per le varie città), le Regole per le 'comunità montane' e la semi-indipendente Patria del Friuli 
  • Stato da Mar - con centro a Zara 
Dal punto di vista militare, la repubblica era suddivisa in 4 riparti
  • Terraferma (o Stato da Tera) comprendente il Veneto (con qualche differenza rispetto ai confini attuali della Regione del Veneto), la Patria del Friuli (compresa la Carnia) e la Lombardia Veneta (Bergamo, Brescia, Salò, Crema) 
  • Dalmazia - comprendente l'Istria, parte della Croazia, la Dalmazia e l'Albania Veneta 
  • Riparto del Golfo - comprendente le isole alle Bocche del Cattaro (oggi Montenegro) 
  • Levante - comprendente alcune isole del Mar Ionio e del Mar Egeo (Corfù, Cefalonia, Candia) e la Morea (Peloponneso)


martedì 9 febbraio 2016

UNA FIRMA PER MANDARE VIA ENRICO CIALDINI

Rimuovere da Napoli la statua di Cialdini, autore del genocidio dei meridionali



« Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra. »
(Cialdini al colonnello Pier Eleonoro Negri)



Enrico Cialdini

ORA BASTA! RIMUOVIAMO LA STATUA DEL GENERALE CIALDINI, ASSASSINO DEI MERIDIONALI! 
 Chiediamo la rimozione del busto dedicato al generale Cialdini sito all'interno del palazzo della borsa di Napoli. Il militare sabaudo fu responsabile tra le altre delle stragi di Casalduni e Pontelandolfo nonché di numerosi altri eccidi di massa. La statua in sui onore è un'offesa alla memoria dei tanti morti meridionali, vittime innocenti delle stragi sabaude nell'Italia post-unitaria. Per questo motivo invitiamo le istituzioni preposte a rimuovere la statua.



il video di insurgencia


NAPOLI: Stamane gli attivisti e le attiviste di Insurgencia hanno nuovamente sanzionato il busto in onore del Generale Cialdini posto al primo piano del Palazzo della Borsa. Il busto è stato simbolicamente imballato e su di esso è stata apposta una targa che invita le istituzioni a spedirlo a Torino. 

L'azione segue un primo sanzionamento con cui gli attivisti posero lo stesso problema qualche mese fa, rivendicando già allora la rimozione del vergognoso tributo al militare responsabile tra le altre delle stragi di Casalduni e Pontelandolfo, nonchè di numerosi altri efferati stermini di massa che hanno caratterizzato la cosiddetta "guerra al brigantaggio" dell'Italia postunitaria. Siamo convinti che dal punto di vista simbolico (ma non solo) oggetti come quello di cui parliamo rappresentino la plastica volontà di cancellare un pezzo di storia coloniale e di parte che è la storia del saccheggio che ha subito il nostro territorio a partire dall'unità. Una storia che ha condizionato e condiziona le nostre condizioni di vita, di sviluppo, che ancora determina l'iniqua distribuzione delle risorse economiche e l'assoluta sproporzione tra le condizioni di vita del Nord e del Sud del paese.

posta (speriamo) celere

Non siamo più disposti a tollerare le continue operazioni razzializzanti, napolifobiche che vengono imbastite sulla nostra pelle e per questo poniamo un problema a partire dai tributi alla storia ufficiale, una storia che vogliamo riscrivere. Nessun anacronismo. Piuttosto la volontà di costruire una cornice, una geneaologia, alle continue dichiarazioni e prese di posizione della politica nazionale sulle più importanti questioni che rguardano la città. Basti pensare alla negazione del nesso causa effetto tra devastazione ambientale e aumento dei tumori e la convinta attrubuzione dell'aumento della diffusione del cancro in campania agli stili di vita.


O ancora alle recentissime dichiarazioni di Alfano sulla criminalità organizzata che, ancora una volta, invece di riconocere nella stessa la forma di accmulazione economica più efficace del territorio e di agire in questo senso, propone per l'ennesima volta leggi speciali per militarizzare del territorio.


il busto del criminale, durante le operazioni di imballaggio

L'azione di questa mattina serve esattamente a ribadire il nostro rifiuto radicale per questi continui tentativi di mettere le mani sulla città, sulla nostra città, le mani della speculazione e del saccheggio, le mani dell'oppressione delle forze dell'ordine la cui presenza nelle strade aumenta solo l'insicurezza e occlude la libertà. Napoli piuttosto rivendica tutta la libertà che merita, rivendica autonomia nella gestione delle proprie questioni e rivendica soprattutto una inversione radicale dell'ordine di discorso intriso di razzismo con cui da sempre vengono affrontate da sempre tutte le questioni sociali. 



Anche Riposto (Catania) si è svegliata e l'anno scorso ha organizzato un convegno a cui, per la parte  anti-cialdini, ha partecipato il nostro vice-presidente, il bravissimo Fernando Riccardi  (riportato come Ricciardi nell'articolo). (La Sicilia, 23 aprile 2015 pag.40)

A proposito dei fatti dell'agosto 1861, un testimone di prima mano, Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva contro Pontelandolfo e Casalduni, scrisse nelle sue memorie:

« Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l'ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l'incendio al paese. Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l'obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava. »