ATTENZIONE, AVVISO AI LETTORI DEL BLOG

Si avvisano i lettori che per commentare i post pubblicati è necessario accedere con l'account di posta gmail o inviare il proprio commento a istitutoduesicilie@gmail.com e gli amministratori provvederanno alla pubblicazione a nome del mittente.

lunedì 26 dicembre 2016

QUATTRO CAVALIERI COSTANTINIANI PARLANO DELLA SPEDIZIONE DEL CARDINALE RUFFO


SACRO MILITARE ORDINE COSTANTINIANO DI SAN GIORGIO



L’Associazione Identitaria “Alta Terra di Lavoro” ha editato la ristampa anastatica della “Storia della spedizione del Cardinale Ruffo”, opera di Domenico Petromasi, risalente al 1801. Un corposo ed assai circostanziato saggio introduttivo a firma dello storico Fernando Riccardi, ricostruisce, passo dopo passo e in maniera dettagliata, la straordinaria impresa che nel 1799 portò il porporato calabrese Fabrizio Ruffo a riconquistare il Regno di Napoli, invaso dai giacobini, con la sua “armata reale e cristiana”, composta in gran parte da volontari raccolti strada facendo sotto l’emblema della Santa Croce. Fu allora che nacque l’epopea dei sanfedisti, dei lazzari, degli insorgenti, dei “briganti”, di Michele Pezza, alias Fra’ Diavolo. Vicenda che è stata a lungo bistrattata da una vulgata storiografica troppo partigiana che si è divertita a sminuire il ruolo degli interpreti che hanno realizzato la mirabile impresa.
Tutto "costantiniano" il banco dei relatori che a San Lorenzello ne parleranno. 
Infatti i quattro confratelli sono: il cav. di merito Fernando Riccardi, curatore, il comm. di Grazia Eugenio Donadoni, direttore di Cronache Costantiniane, il comm. di merito Angelo Giovanni Marciano, ed il cav. di Grazia ecclesiastico Fra' Sergio Galdi.


SABATO 31 DICEMBRE IL II SABATO PRIVILEGIATO DEL 2016

testi ripresi da:
http://www.napolipost.com/gesu-vecchio-la-chiesa-del-sabato-privilegiato/

La Basilica del Gesù Vecchio, Don Placido Baccher ed il Sabato Privilegiato


il Venerabile Don Placido Baccher



Grande fu a Napoli, nel Settecento, il contributo di S. Alfonso de’ Liguori e, nella prima metà dell’Ottocento, quella del venerabile don Placido Baccher (Napoli 5 aprile 1781-10 ottobre 1851).
Quest’ultimo, durante la repubblica partenopea, ebbe esiliato il padre, fucilati due fratelli ed egli stesso, imprigionato in Castel Capuano in attesa di condanna, in giorno di sabato fu riconosciuto innocente e liberato. Egli il giorno precedente con fede viva aveva così pregato: «Domani è sabato; questo giorno non mi può arrecare sventura, perché è il giorno della Madonna, giorno della divina misericordia»
La sera, mentre egli si assopiva recitando il Rosario, gli apparve la Madonna, che gli disse: «Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu poi dovrai essere mio; e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento»
Grato al Signore e alla Vergine, Placido Baccher abbracciò la vita clericale e il 31 maggio 1806 fu ordinato sacerdote nella Basilica di Santa Restituta. Collaborando con D. Pignataro, rettore della chiesa di S. Tommaso d’Aquino, promosse intensamente una cosciente partecipazione ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia, l’adorazione frequente del Cristo eucaristico, la devozione all’Immacolata e un’intensa attività evangelizzatrice e caritativa.
Nominato ben presto rettore della chiesa del Santissimo Salvatore, detta del Gesù Vecchio, egli, dopo essersi consigliato col suo confessore, il barnabita Francesco Saverio Bianchi, poi canonizzato, accettò l’incarico e subito si mise all’opera per sistemare questa artistica chiesa che con la soppressione della Compagnia di Gesù era passata al Demanio e adibita a teatro, ad aula magna dell’Università e, per diversi anni, persino abbandonata. A sue spese don Placido riparò il tetto e la cupola, acquistò suppellettili ed arredi sacri, riportò all’antico splendore marmi e bronzi, e fece costruire un organo idoneo per rendere più solenni le funzioni liturgiche.



Malgrado tutto, don Placido soleva dire che la chiesa gli sembrava una casa senza padrona e una reggia senza regina. Fece perciò modellare dall’artista napoletano Nicola Ingaldi la Madonnina, come gli era apparsa durante la sua prigionia in Castel Capuano. La statua è di proporzioni ridotte, è parte in creta e parte in legno; le sue vesti sono di lino ingessato e inargentato; sul manto, sulla veste e sopravveste sono dipinti fiori, stelle e frange dorate. La Madonnina sorregge sul braccio sinistro il Bambino, mentre col piede schiaccia la testa del serpente.
Don Placido volle porre nelle mani della Madonna e del Bambino la corona del Rosario, e ai piedi della Vergine, sul globo, simbolo del mondo, un gruppo di teste di angeli; a destra e a sinistra due angeli recanti nelle mani un giglio e una stella; e ancora a destra uno specchio e a sinistra una rosa quasi a richiamare le litanie lauretane.
La Madonnina fu collocata su un trono composto di colonne e cornici di legno indorato e ghirlandato di lauro, con in alto, a rilievo, le persone della Santissima Trinità. Vi si accede con due rampe di scale in marmo, sulle quali si adagiano due angeli sostenenti candelabri di bronzo dorato.
A questo punto va menzionata una data storica di grande importanza per la devozione dell’Immacolata a Napoli. Leone XII, a chiusura dell’anno giubilare del 1825, concesse all’Archidiocesi partenopea di celebrarlo ancora per tutto il 1826. Don Placido promosse ed ottenne dal Capitolo Vaticano che la Madonnina fosse incoronata il 30 dicembre 1826 dal card. Luigi Ruffo di Scilla, arcivescovo di Napoli.
La celebrazione fu solennissima e vi presenziò S.M. il re Francesco I con la regina Maria Isabella. Incessante fu il pellegrinaggio dei fedeli e straordinaria la partecipazione ai Sacramenti. Allora don Placido scrisse al cardinale arcivescovo che la gran Signora gli aveva imposto di riferirgli queste sue parole: «Beati i sacerdoti che celebreranno al mio altare e beati i fedeli che vi faranno la comunione nel sabato seguente alla mia incoronazione»
Da allora sino ad oggi nel cosiddetto Sabato privilegiato accorrono a venerare la Madonnina di don Placido innumerevoli pellegrini a confessarsi e a ricevere l’Eucaristia da Napoli e dalla Campania. All’altare maggiore si celebrano ininterrottamente sante Messe durante la notte e il giorno e vari sacerdoti e diaconi distribuiscono l’Eucaristia. 




La tradizione a venerare la Madonna Immacolata di Don Placido si rinnova, in via Giovanni Paladino, nel cuore della vecchia bella Napoli  nella Basilica Santuario del Gesù Vecchio, realizzata tra il 1500 ed il 1600, che poi data l'espansione dell'Ordine dei Gesuiti fu poi seguita dalla costruzione del Gesù Nuovo, anch'essa da visitare a breve distanza. La Basilica, con facciata barocca, unica navata con cappelle laterali, ed opere di Marco Pino, Caracciolo etc è poi in altro momento da visitare anche come Sito d'arte. Notevole anche il Presepe con statue a grandezza naturale dell'800, che, con banchi di esposizione di articoli vari in locali attigui, si trova nei locali d'uscita sul lato sinistro.

la facciata del "Gesù Vecchio"


Ma è la venerata scultura dell'Immacolata, modesta nei materiali ma piena di significati religiosi e mistici per tutti, con la sua corona d'oro e l'arco d'argento, che commuove e fa pensare. Tutti senza eccezioni hanno avvertito in quel luogo ed in quel momento una atmosfera diversa. e lo si è visto sul volto di tutti.Sabato 31 dicembre è il secondo Sabato Privilegiato di quest'anno 2016. Celebrazioni eucaristiche si  succederanno per l’intera giornata, una ogni ora, sin dalle prime ore del mattino.

una bella immagine dell'interno

Cosa significa e cosa rappresenta questa ricorrenza per i fedeli? Era il 30 dicembre del 1826 quando don Placido Baccher, sacerdote nel Gesù Vecchio dal 1806 al 1851, fortemente devoto alla Madonna per averlo liberato dal carcere e da una condanna a morte al tempo della rivoluzione napoletana del 1799, vide concretizzato un suo desiderio: far incoronare solennemente dal Cardinale Luigi Ruffo Scilla la statua dell’Immacolata, con una celebrazione solenne, che vide coinvolta tutta Napoli, in segno di profonda e viva devozione. Nel giorno seguente all’incoronazione, mentre don Placido si recava all’altare per celebrare Messa, l’Immacolata gli apparve e gli disse: ”Beati… particolarmente tutti quei sacerdoti che celebreranno al mio altare e beati i fedeli che vi faranno la Comunione nel sabato seguente la mia incoronazione”, il sabato dopo il 30 dicembre.
Per la sua vita esemplare, don Placido per Napoli ha sempre rappresentato una vera e propria istituzione; la Chiesa era frequentata da moltissimi aristocratici, popolani, borghesi, commercianti e spesso anche dalla corte, e le sue omelie erano come “vangeli” ed in molti lo consideravano quasi un santo. Si parlava sempre più frequentemente della sua Madonnina e delle grazie che riusciva ad ottenere dalla stessa. Vuoi per l’antica gratitudine, vuoi perché davvero meritorio, spesso S.M. il Re Ferdinando II si recava con la Regina e con la corte nella basilica del Gesù Vecchio in visita al reverendo: l’incontro avveniva nel centro della Basilica, il re e don Placido si inchinavano reciprocamente incerti se dovesse prevalere la maestà o la santità. I rapporti con la casa reale erano tali che non di rado don Placido rimproverava anche i reali. Persino il pontefice Pio IX il 9 settembre 1849 si recò al Gesù Vecchio per venerare personalmente questa immagine nonché per conoscere don Placido e verificarne la santità.
Da allora, sono trascorsi quasi due secoli, e la tradizione del “Sabato Privilegiato” continua ancor oggi; sembra che il tempo si sia fermato, tutti accorrono numerosi, anzi numerosissimi, oggi come ieri, dall’alba al tramonto. È una giornata che la città non trascura, nell’ antica tradizione napoletana, una grande festa liturgica e di popolo: appuntamento a cui “non si può mancare”. Nel Sabato Privilegiato una processione che dura un giorno intero, che coinvolge tutte le vie limitrofe alla Basilica.

l'altare Maggiore

Di generazione in generazione, un culto che viene tramandato e rispettato con fede e convinzione. Una folla di fedeli come un fiume in piena, e la Chiesa con le porte di entrata spalancate per facilitarne l’ingresso. Una volta nella Basilica, tutti in silenziosa, raccolta, lenta processione verso la scala che porta davanti alla Madonna, in un procedere che più che un dovere è un vero bisogno di ognuno. La si guarda, La si prega, si invocano grazie e intercessione, ma anche per ringraziare per una malattia guarita, per un figlio nato, un matrimonio realizzato, un lavoro trovato, una pace fatta, in un elenco infinito di “fatti”, in ciò che più che una prehiera diventa un vero e proprio colloquio personale e intimo con la Madonna. 


Tutta Napoli, in un sol giorno, nella Chiesa del Gesù Vecchio,con lo sguardo rivolto verso l’alto, sopra l’altare maggiore, dove è racchiusa la scultura dell’Immacolata, appartenuta a don Placido. Commossi e partecipi, nella Fede e nella speranza. Arrivederci al 31 dicembre 2016, giorno del prossimo Sabato Privilegiato. Ebbene sì, questo 2016 potrà contare incredibilmente di due Sabati Privilegiati, di “due primi sabati dopo il 30”, il primo fu agli inizi, sabato 4 gennaio, il secondo, come ricordato, sabato 31 gennaio.
O Maria Vergine Immacolata, ti salutiamo e ti invochiamo, con le parole dell’Angelo:Piena di Grazia, il nome più bello con il quale Dio stesso ti ha chiamata fin dall’eternità colmandoti di divino amore fin dal primo istante della tua esistenza predestinandoti ad essere Madre del Redentore e Madre nostra. Gran Signora, tu sei Maria, il tuo nome è per tutti noi pegno di sicura speranza e alla sorgente del tuo Cuore Immacolato veniamo fiduciosi ad attingere fede e consolazione, gioia e amore, sicurezza e pace. Tutta bella sei, o Regina che dicesti a don Placido: “Ho protetto e proteggero’ Napoli”, mostrati madre tenera e premurosa verso gli abitanti di questa tua città in modo speciale per le famiglie, i giovani, i malati, i poveri, donaci sempre Cristo Gesù, il crocifisso risorto unica speranza del mondo e accoglici tutti nel tuo cuore di Madre


altri post su Don Placido e su i Baccher:

ccxxxv anniversario della nascita del Venerabile Don Placido Baccher
la congiura dei Baccher


giovedì 22 dicembre 2016

SANTE FESTE 2016-2017



...A vuje è nato ogge a Bettalemme
D' 'o Munno l'aspettato Sarvatore.
Dint' 'e panni o trovarrite,
Nu putite - maje sgarrà,
Arravugliato,
E dinto a lo Presebbio curcato

"Quanno Nascette Ninno" S. Alfonso Maria de' Liguori - 1754




Con questa bell'immagine e con le parole di Sant'Alfonso, il nostro Presidente, comm. Giovanni Salemi e tutti noi dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, auguriamo a tutti Voi un sereno Natale ed un felice Anno Nuovo.


sabato 10 dicembre 2016

XV COMMEMORAZIONE DEL GEN. BORGES


L'8 dicembre del 1861, a Tagliacozzo, i piemontesi fucilavano il generale catalano José Borges, valoroso legittimista che aveva messo la sua sciabola al servizio di Sua Maestà Francesco II di Borbone, catturato, assieme ai suoi uomini, presso la cascina Mastroddi nel comune di Sante Marie. 

Finiva così tragicamente la valorosa avventura dell'ardimentoso cabecilla che si era ripromesso di restituire ai legittimi sovrani quel regno di cui si erano impadroniti “manu militari” gli usurpatori scesi dal nord. Un uomo valoroso e un valente soldato che si confermò tale, come del resto i suoi ufficiali, anche davanti al plotone di esecuzione. Da quindici anni a questa parte, grazie alla felice intuizione del comm. Giovanni Salemi, in quel di Sante Marie (oggi provincia di Aquila), Abruzzo Ulteriore Secondo, Distretto di Avezzano, Circondario di Tagliacozzo, si ricorda con una semplice ma toccante cerimonia quell'indomito generale venuto a morire per la causa borbonica.

Quest'anno si è celebrata la XV edizione della commemorazione grazie alla proficua sinergia che si è instaurata tra amministrazione comunale di Sante Marie, Pro Loco e Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie

Mercoledì 7 dicembre, nella sala consiliare del Comune, si è tenuto il convegno storico Il generale Borjes nell'ambito del legittimimsmo filoborbonico. Sono intervenuti Marco Rossi, Presidente del Consiglio comunale di Sante Marie, Giovanni Salemi, Presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle due Sicilie, Fernando Riccardi, giornalista e scrittore, Maria Ornella Cristalli, studiosa di storia patria e Luciano Troiano, giornalista e presidente dell'associazione “Fontevecchia”. Il convegno è stato impreziosito dalla lettura di alcuni brani ad opera di Maria Elena Farese. Infine c'è stata la presentazione del libro “Fiori di ginestra” di Maria Scerrato, che ha aperto una interessante finestra sul poco conosciuto mondo delle brigantesse del periodo postunitario. 


Il giorno successivo, 8 dicembre, festa dell'Immacolata Concezione, dopo la rituale visita al “Museo del Brigantaggio”, ci si è recati presso la cascina Mastroddi, in località Luppa, dove è collocato il cippo marmoreo che ricorda la morte di Borges. Qui, alla presenza del sindaco Lorenzo Berardinetti, di don Michelagelo Pellegrino, parroco di Sante Marie, che ha recitato una preghiera e poi benedetto il cippo, di una colorita rappresentanza dei “briganti di Cartore”, guidati da Giuseppe Ranucci, e di una nutrita schiera di partecipanti, il comm. Giovanni Salemi ha coordinato e diretto la cerimonia della deposizione della corona e poi dell'alzabandiera sulle note dell'inno di Paisiello, con il candido vessillo gigliato che veniva issato sul pennone. Dopo la breve ma toccante allocuzione sono stati ricordati ad alta voce tutti i valorosi combattenti, spagnoli e duosiciliani, che hanno perso la vita in quella occasione per mano dei vili piemontesi.


da sin. il sindaco di Sante Marie dr. Lorenzo Berardinetti, il comm. Giovanni Salemi, il cav. Pietro Valle, un brigante, l'ing. Roberto Gruber ed il comm. Arturo Cannavacciuolo.

Il saluto del sindaco Berardinetti, che ha dato appuntamento a tutti per il 2017, ha chiuso la cerimonia. Infine, a conclusione del programma, ci si è recati nella vicina Tagliacozzo dove il presidente dell'Associazione Identitaria “Alta Terra di Lavoro” ha deposto un omaggio floreale ai piedi del busto del generale Borges, alla presenza del sindaco di Tagliacozzo Vincenzo Giovagnorio.


da sin. il comm. Arturo Cannavacciuolo, il cav. Vincenzo Giovagnorio, Sindaco di Tagliacozzo, ed il comm. Giovanni Salemi posano vicino al busto del gen. catalano. donato dal comm. Cannavacciuolo.


Davvero una bellissima due giorni quella che si è consumata in terra di Abruzzo.


Una manifestazione semplice ma significativa, dove tutto è andato per il giusto verso. E se ciò si è verificato è soprattutto grazie all'impegno instancabile di Maria Ornella e Paolo Farese che molto si sono spesi nell'organizzazione dell'evento: senza di loro sarebbe stato impossibile ottenere questo straordinario risultato. Così come va rimarcata la squisita disponibilità di Lorenzo Berardinetti, sindaco di Sante Marie, che non ha fatto mancare, come già nelle precedenti edizioni, il suo appoggio e la sua vicinanza, e di Emanuele Ermili, presidente della Pro Loco, che ha dato anch'egli una grossa mano. Un'attestazione di merito poi per Pietro Valle, impeccabile soprattutto nella organizzazione delle cerimonia che si è tenuta nella cascina Mastroddi, dove tutto ha funzionato a puntino. Così come va evidenziato il prezioso contributo fornito dai “Briganti di Cartore” e da Giuseppe Ranucci, e da tutti i relatori che sono intervenuti al convegno storico. Per cui, prendendo in prestito le parole del sindaco Berardinetti, 

arrivederci a tutti al prossimo anno!!!

mercoledì 23 novembre 2016

COME ANDARE A MESSA E NON PERDERE LA FEDE


Un grazie alla Fondazione il Giglio per aver riproposto questo libro ormai introvabile presentandolo con la partecipazione del Prof. Vignelli e del prof. Ayuso.

Con un titolo provocatorio e con un testo chiaro e brillante, don Nicola Bux, che fu nominato dal Santo Padre Benedetto XVI tra i Consultori della Sacra Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, spiega cosa non bisogna fare a Messa, i rimedi che il Pontefice propone per affermare la verità della liturgia, racconta di quando è nata e cos’è la Santa Messa, educa alla partecipazione all’Eucaristia e conclude con una riflessione di Vittorio Messori sul problema dell’omelia. 

Nel volume il sacerdote precisa che l’ultima cena non fu la prima Messa, perchè come ha spiegato anche Joseph Ratzinger, la cena celebrata da Gesù alla vigilia della Pasqua ebraica non è ancora una liturgia cristiana. Anche se con le due benedizioni del pane e del vino si fonda quella che in greco si chiama Eucaristia.

Di cambiamenti introdotti dagli apostoli si incomincia ad aver notizia dopo il martirio di Santo Stefano, quando cacciati dal tempio e dalle sinagoghe, i cristiani si riunirono con assiduità nelle case il pomeriggio del “primo giorno della settimana” che da Gesù Dominus prese il nome di Domenica.

San Giustino nella sua “Prima apologia” spiega all’imperatore Antonino Pio come si celebrava la messa a Roma nel 155 d.C., celebrata nel giorno del sole (domenica) con l’ascolto delle memorie degli apostoli, degli scritti dei profeti, l’omelia e la preghiera universale, il secondo, la colletta la presentazione del pane e del vino, l’azione di grazie consacratoria e la comunione.

La spiegazione del titolo si trova negli intenti che precedono lo svolgersi del libro, quando Bux sostiene che la liturgia cristiana subisce ai nostri tempi una violenza sottile.
I suoi riti e simboli – ha scritto l’autore – sono desacralizzati o sostituiti da gesti profani. In ritardo sulle ideologie in frantumi, si ricorre a simboli fatti da mano d’uomo, idoli, come la bandiera arcobaleno usata come stola o tovaglia d’altare”.

Don Bux si chiede cosa fare per uscire da questa crisi della liturgia e della Chiesa? E risponde facendo riferimento alle soluzioni che il Pontefice Benedetto XVI sta prospettando. 
“Il Papa – è scritto nel libro – ci sta richiamando in tutti i modi alla conversione, serve le liturgia perchè ‘all’inizio dell’essere cristiano non c’è decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva’” (Deus caritas est n.1).

“Pertanto – sostiene Bux – la riforma di Papa Benedetto XVI, mirante a superare le deformazioni al limite del sopportabile e l’idea che la liturgia possa essere fabbricata, deve rimettere il rito, il sacramento del sacro ristabilendo i diritti di Dio a essere adorato come lui vuole invertendo la pericolosa tendenza a creare riti contingenti che assecondano i bisogni dell’uomo o dell’assemblea”.
Nella prefazione al primo volume della sua Opera Omnia il Pontefice ha scritto: “Prima di tutto Dio, questo ci dice l’iniziare con la liturgia; là dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento”.
Bux sottolinea che “la Messa serve alla testimonianza della fede, a difenderla, a diffonderla” perchè nella Messa “avviene l’adorazione del Signore Cristo nei nostri cuori che consente di dare ragione agli uomini e alle donne del nostro tempo della speranza che è in noi con dolcezza, rispetto e retta coscienza senza vanto ma con la benignità e la pazienza dell’amore”.

Il libro di Bux ribadisce la spiegazione della Santa Messa rilevando che essa è “il memoriale incruento della Passione, Morte e Risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo”.

Nella parte finale Vittorio Messori analizza i problemi relativi all’omelia e osserva che la prima difficoltà sta nel linguaggio: termini come omiletica, carisma, catechesi, presbitero, kerigma, Kenosi, sinassi, agape, dossologia, teandrico, escatologico, penumatologico, parenetico, mistagogico, ecumenico, teurgico, esegetico, parresico, soteriologico ecc… rendono oscuro il significato delle parole.

A questo proposito Messori indica la soluzione in una regola che è quella aurea di chi scrive e cioè semplificare, che nel caso specifico significa esprimere un’idea, un concetto fino in fondo, uno solo, eliminando fronzoli, preamboli, digressioni e poi svolgerlo in forma chiara e breve.
A tal proposito Messori ricorda che San Giovanni Bosco che pure era un uomo assai colto, preparava i testi delle omelie confrontandoli con sua madre Margherita, che aveva fatto l’equivalente della seconda elementare e che parlava meglio il piemontese che l’italiano.

Preparando omelie semplici ed efficaci San Giovanni Bosco divenne un autentico leader della comunicazione e della cultura popolare.

Per questo motivo nell’ultima di copertina Bux dedica il libro “a quanti capiscono poco o nulla di quello che si dice durante la Messa, ma sono devoti, più attenti di un teologo. Quant’è santa la loro partecipazione alla Messa!”.



UN SUCCESSO…. NONOSTANTE LA PARTITA!!!!






REAL COLONIA DI SAN LEUCIO: Una sala gremita da un pubblico molto interessato  ha testimoniato il successo della presentazione del libro "Brigantaggio Postunitario - una storia tutta da scrivere" di Fernando Riccardi, Sabato 19 novembre presso la sede della Proloco del Real Sito.

una foto della sala gremita

Successo ancora maggiore se si pensa che in contemporanea cominciava la partita Udinese - Napoli, concorrenza temibilissima, che però non ha fatto desistere l'attento pubblico dall'assistere ad un evento culturale.
E questo piccolo "sacrificio" ha portato bene regalando una vittoria per 2 a 1 alla squadra della nostra "Capitale".

Tra i presenti ricordiamo il col. Donato Montefiori, il cav. Francesco Salemi, Andrea Mingione, il console onorario dell'Uzbekistan, avv. Vittorio Giorgi, il marchese cav. Giancarlo de Goyzueta.

L'evento realizzato dal nostro Istituto e dalla Proloco "Real Sito di San Leucio" con la preziosa collaborazione dell'Associazione Corteo Storico (quella che ogni anno, agli inizi di Luglio, trasforma il borgo in un teatro a scena aperta e gli abitanti in perfetti attori "settecenteschi"), ha visto proprio il presidente della suddetta associazione, il dr. Donato Scialla, interpretare prima un suo brano dedicato a Garibaldi e successivamente "Vulesse Addeventàre" accompagnato dal giovane Ubaldo Tartaglione .








A rappresentare il comm. Giovanni Salemi, presidente dell'Istituto, assente per motivi istituzionali,   il cav. Giancarlo Rinaldi che, subito dopo il Presidente della proloco, dr. Donato Tartaglione, ha ringraziato il pubblico presente in sala e tutti coloro che, a vario titolo, hanno contribuito alla riuscitissima serata.

da sin. Massimo Savoia (in piedi), Giancarlo Rinaldi, Fernando Riccardi, Donato Tartaglione

Il bravo Massimo Savoia (no, non è un "savoiardo infiltrato" ma il bravo attore che nel corteo storico leuciano interpreta S.M. il Re Ferdinando IV), subito dopo il brano su Garibaldi, ha cominciato leggendo alcuni brani interessanti.

l'attore Massimo Savoia


Il primo, di Massimo D'azeglio: "A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no

Altro brano, quello del bersagliere Carlo Margolfo, cronaca cruda e scioccante di quel cruento episodio che fu l'eccidio di Pontelandolfo e che comincia "Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo…"

L'Autore ha poi brillantemente parlato della reazione alla conquista straniera, conosciuta come "brigantaggio", spiegandone la complessità e le motivazioni.

Prima di concludere, il responsabile teatrale della prologo, Domenico "Mimmo" Vastano con la bella Paola Del Gais, hanno interpretato un apprezzatissimo brano, dedicato a San Leucio e al suo fondatore, il Re Ferdinando IV.

alla fine i meritati applausi per gli attori ed i musicisti


domenica 20 novembre 2016

XV COMMEMORAZIONE DEL GENERALE BORJES




Gentili Amici,

sono sotto gli occhi di tutti la dissolutezza e la mancanza di etica che il nostro mondo attuale vive,
I "valori", quelli veri, quelli dei nostri avi, quelli vivi nel nostro "Sud", sono stati soppiantati da valori "mobiliari ed immobiliari".
La mancanza totale di etica che quotidianamente riscontriamo in quella che con massimo eufemismo definiamo "classe dirigente" ci fa piombare nello sconforto più totale.
Per questo, una quindicina d'anni fa al comm. Giovanni Salemi venne in mente, di concerto con la locale amministrazione, di ricordare, di commemorare la morte di un uomo "vero", un militare, un "hidalgo", il generale carlista di origine catalana Giosép Borgés (conosciuto anche come José Borjés con la grafia castigliana) a cui vennero affidate le speranza di riportare sul Trono dei suoi Padri il legittimo Sovrano del Regno delle Due Sicilie.
Un uomo che giganteggia pur nella sua breve vita, soprattutto se paragonato allo squallore dei suoi avversari.
Uomini che "caddero ma come stelle d'agosto sfolgorando in cielo".

Quest'anno a Sante Marie, paesino di Abruzzo Ulteriore secondo, Distretto di Avezzano, Circondario di Tagliacozzo, che vide compiersi l'avventura terrena del generale e dei suoi valorosi compagni, celebreremo la XV edizione della commemorazione del grande eroe.


SANTE MARIE - Anche quest’anno a Sante Marie, piccolo comune in provincia di Aquila (per noi, provincia di Abruzzo Ulteriore II, distretto di Avezzano, circondario di Tagliacozzo) a pochi chilometri dal confine con il Lazio, ricorderemo l’eroico sacrificio del Generale carlista José Borjés (in catalano Josep Borges). A ricordarlo l’amministrazione comunale di Sante Marie guidata dal Sindaco Lorenzo Berardinetti che, da oltre dieci anni organizza l’evento commemorativo insieme con il Commendatore Giovanni Salemi, Presidente dell’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie e dell’Associazione Culturale Capitano G. De Mollot – eroe del Volturno, che oltre dieci anni fa per primo ebbe l'idea di commemorare il valoroso generale.



Nel pomeriggio del giorno mercoledì 7 dicembre 2016, alle ore 16,00, presso la sala consiliare del Comune di Sante Marie, si terrà il convegno

IL GENERALE BORJES NELL'AMBITO DEL LEGITTIMISMO FILOBORBONICO

nell'ambito del quale verrà presentato il romanzo di Maria Scerrato "FIORI DI GINESTRA donne briganti lungo la Frontiera 1864-1868"

Nel giorno dell’Immacolata Concezione, festività nazionale del Regno delle Due Sicilie, giovedì 8 dicembre, si terrà la parte "militare" dell'evento.

Dopo una visita al Museo del Brigantaggio, presso la Cascina Mastroddi, in località la Luppa, verrà issata la Bandiera del Regno delle Due Sicilie, tenuta una breve allocuzione da parte del comm. Salemi ed infine deposta una corona d'alloro al cippo che ricorda la cattura e l'uccisione del generale catalano. 

Dei fiori verranno poi deposti anche a Tagliacozzo davanti al busto del generale carlista realizzato dal Duca Massimo Patroni Griffi di Roscigno, Cavaliere di Giustizia, e donato dal Comm. Arturo Cannavacciuolo entrambi dell'Ordine Costantiniano ed inaugurato nel 2012.



 il sindaco Berardinetti ed il comm. Salemi,  durante una precedente edizione, depongono una corona d'alloro



bandiera carlista

Nato a Vernet, (Artesa de Segre – Lleida), un piccolo centro della Catalogna, José Borjés era figlio di Antonio, un ufficiale dell’esercito che partecipò ai conflitti antinapoleonici, in seguito fucilato a Cervera, durante la Prima Guerra Carlista, nel 1836. Di educazione cattolica e tradizionalista, si dedicò proficuamente agli studi umanistici, in particolare quelli di Cesare.

Formatosi presso l’accademia militare di Lleida, si arruolò nelle milizie carliste di Don Carlos, divenendone comandante di brigata nel 1840. Dopo la disfatta dei carlisti, Borjes esiliò in Francia, arrangiando come rilegatore, precettore e commerciante di vini. Nel 1860, si recò a Roma cercando di mettersi al servizio dello Stato pontificio ma, vista la delicata situazione diplomatica e per timore di turbare le relazioni con il governo spagnolo, le autorità papali rifiutarono.



Tornato in Francia, fu contattato dagli agenti borbonici inviati dal generale Tommaso Clary, ricevendo l’invito di servire il governo borbonicoin esilio. Gli fu prospettata una situazione favorevole, in cui lo avrebbero atteso i comitati borbonici e numerosi ribelli, pronti a combattere per restaurare il vecchio regime. Borjes, suggestionato dalla proposta, accettò l’incarico.
Il generale, con soli 17 combattenti, iniziò la sua missione partendo da Marsiglia e giungendo prima a Malta e poi a Capo Spartivento, in Calabria. Qui Borjes cominciò a dubitare delle promesse fatte da Clary, non trovando nessuno ad attenderlo.

la lapide posta nel 1966, cinque anni dopo il centenario dell'occupazione, intrisa dino all'estremo di retorica risorgimentalista
Le popolazioni locali apparvero diffidenti se non ostili. Giunto a Precacore (l’odierna Samo), venne accolto da un parroco ma nessun rappresentante del comitato borbonico giunse a riceverlo e riuscì ad arruolare solamente una ventina di contadini. Incontrò la banda di “Don” Ferdinando Mittica, composta da 120 uomini, con la quale attaccò il comune di Platì senza successo.
Abbandonato da Mittica, che verrà ucciso qualche giorno dopo in uno scontro, e inseguito dalle guardie nazionali che fucilavano chiunque gli fornisse aiuto, Borjes si diresse verso la Basilicata su indicazione di un delegato del principe di Bisignano, nella speranza di trovare una situazione più ottimista.


l'attuale lapide, posta nel 2003, grazie all'azione di una più attenta amministrazione comunale e del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio


Nel mese di ottobre, approdò in Basilicata per incontrare il capo di una delle bande più temute di quel periodo, Carmine Crocco. Il generale catalano fu accolto da Crocco e i suoi uomini nei boschi di Castel Lagopesole. I patti prevedevano di trasformare la sua banda in un esercito regolare, impiegando precise tattiche militari, conquistare più comuni possibile per arruolare nuovi combattenti e conquistare Potenza, la più consistente roccaforte sabauda della regione.
Crocco, sebbene stipulò l’accordo, non si fidò di Borjes sin dall’inizio, temendo che costui volesse sottrargli le bande e i territori sotto il suo potere. Stipulata l’alleanza, il capo brigante, Borjes e l’armata dei briganti riuscirono ad ottenere numerose vittorie ma, contro il volere del generale, venne evitato il tentativo di conquistare Potenza e l’esercito era ormai ridotto allo stremo. Così Crocco decise di ritirarsi a Monticchio, rompendo la sua alleanza con Borjes, mosso anche dalla mancata promessa di un rinforzo militare da parte dell’esule governo borbonico. Il generale, amareggiato dalla sua decisione, si mosse verso Roma per informare re Francesco II dell’accaduto e nel tentativo di organizzare un esercito di volontari per ripetere l’operazione.
Giunto quasi al confine tra l’Abruzzo e il Lazio, ordinò ai suoi uomini di fare una sosta durante la fredda e nevosa notte tra il 7 e l’8 dicembre 1861 a Sante Marie, presso la cascina Mastroddi, in località La Luppa. Questa decisione si rivelò fatale: il generale e il suo drappello vennero braccati dai bersaglieri sabaudi comandati dal maggiore Enrico Franchini, informati del loro arrivo da alcune persone del posto. Venne ingaggiato un conflitto a fuoco e, dopo l’incendio della cascina da parte dei bersaglieri, i legittimisti furono costretti ad arrendersi e furono portati aTagliacozzo per essere condannati a morte senza processo.


il comandante Enrico Franchini, medaglia d'oro al valor militare «per le ottime disposizioni date e per l'insigne valore dimostrato durante tutta l'operazione che fruttò l'arresto del capo banda spagnolo Jose Borjes e di 22 suoi compagni.» — valle di Luppa 8 dicembre 1861


Consegnata la sua spada a Franchini, che la spezzò, Borjes chiese di confessarsi in una cappella assieme agli altri prigionieri. Poco prima di morire, il generale urlò «L’ultima nostra ora è giunta, moriamo da forti.». Davanti al plotone d’esecuzione, si abbracciò ai suoi uomini e recitò una litania in spagnolo, interrotta bruscamente dalla fucilazione. I cadaveri, spogliati dei propri effetti personali, furono sepolti in una fossa comune ma per intercessione di Folco Ruffo, principe di Scilla, e del visconte parigino di San Priest, la salma del militare catalano fu riesumata per ordine del generale Alfonso La Marmora e portata a Roma per ricevere solenni funerali.
La morte di Borjes suscitò indignazione e venne aspramente criticata, anche da personalità liberali. Lo scrittore Victor Hugo, benché ammiratore degli ideali risorgimentali, accusò il neonato regno di Vittorio Emanuele II per i metodi impiegati esclamando «Il governo italiano fucila i realisti». L’archeologo François Lenormant definì il generale «uno di quegli avversari che ci si onora di rispettare» e considerò la sua morte «una macchia sanguinosa per il governo italiano». Il generale Rafael Tristany, compagno d’armi di Borjes nelle guerre carliste e impiegato dai Borbone per sollevare il popolo alla frontiera pontificia, accusò i generali borbonici Clary e Jean-Baptiste Vial come responsabili della sua morte, per averlo ingannato sulle direttive delle insorgenze mentre loro si trovavano al sicuro negli agi della corte romana.




PER COLORO CHE VOLESSERO PERNOTTARE:



Hotel Miramonti

CONTATTI » (+39) TEL. 0863/6581 - FAX 0863/6582

SITO WEB DELL'HOTEL MIRAMONTI

giovedì 17 novembre 2016

MONARCA PROJECT A PIANO DI SORRENTO



Volentieri pubblichiamo questo interessante evento.
Solo una preghiera: CAMBIATE NOME ALL'ISTITUTO NAUTICO!!!!!


Viaggio nel progetto del piu' grande vascello ad elica borbonico da 80 cannoni: il Monarca.


Il 13 maggio del 1846, nel Cantiere Navale di Castellammare di Stabia, l'antica fabbrica delle navi, veniva impostata la ruota di prora del Monarca, grande vascello da 80 cannoni .Il Monarca, progettato dall'Ing. Sabatelli, con le sue 3800 t di dislocamento a p.c. e i quasi 1000 uomini di equipaggio venne poi varato il 5 giugno del 1850. Bello e maestoso lo vediamo ancora oggi nel quadro del De Luca, nella Reggia di Caserta, al momento del varo, tra una folla festante. 

170 anni dopo, i ragazzi e le ragazze del Nautico N.Bixio di Piano di Sorrento, tempio della marineria italiana, hanno raccolto la sfida e, coordinati dai Marinai d'Italia di Castellammare di Stabia con la vicinanza e l'entusiasmo del Direttore Felicori della Reggia di Caserta, della Capitaneria di Porto dell'antica citta' di mare stabiese e dei Cantieri Aprea hanno dato vita al Monarca Project che, esaurito lo studio di progetto, dara' forma e vita ad un grande modello del Monarca al varo.

Auguriamo loro Buon Vento!


Rotta per 41°04'22.83''N14°19'37.14"E.




Napoli - Arsenale della Marina con vascelli 1865 circa

Real Cantiere di Castellammare


martedì 8 novembre 2016

FERNANDO RICCARDI PRESENTA IL SUO LIBRO A SAN LEUCIO



Sabato 19  Novembre alle ore 18,00 presso la sede della Pro Loco "Real Sito di San Leucio" (Caserta), atrio superiore Parrocchia di San Leucio, si svolgerà la presentazione del libro “Brigantaggio postunitario: una storia tutta da scrivere” di Fernando Riccardi.

L’evento, promosso dall’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie e dalla Pro Loco della Real Colonia, sarà l’occasione per approfondire una pagina della storia della nostra terra ancora poco conosciuta. Previsti i saluti del comm. Giovanni Salemi, presidente dell'Istituto e di Donato Tartaglione, presidente della Pro Loco. La presentazione del dr. Riccardi sarà arricchita dagli interventi degli attori Massimo Savoia, Paola Del Gais e Domenico Vastano (responsabile Teatrale della Proloco). Saranno accompagnati dalle musiche del dr. Donato Scialla, presidente dell'Associazione Coerteo Storico" e del giovane Ubaldo Tartaglione.


mercoledì 2 novembre 2016

BORBONE DUE SICILIE: TESI E CONFUTAZIONI



Gentili amici, vi propongo un altro bell'articolo di Giovanni Grimaldi sperando possiate trovarlo interessante:



Gentili signore e signori,

vi segnalo, per la curiosità degli appassionati e degli studiosi, questa intervista di Don Pedro di Borbone sulla disputa "duosiciliana" (in realtà ispanico-duosiciliana).
Interessanti (ma scorrette) le tesi e le conclusioni dichiarate da Don Pedro. 
Ovvero l'attuale versione del pensiero spagnolo sull'argomento.

Ecco le tesi. E le loro confutazioni.


TESI 1) Il Gran Magistero del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.

Questa carica succede per rigorosa linea agnatica fino ai nostri giorni.
A questo Gran Magistero non ha mai rinunciato il suo bisnonno. 
Pertanto, seguendo la linea agnatica, il Gran Magistero ricade nella persona di Don Pedro(*) dalla morte del padre.

CONFUTAZIONE ALLA TESI 1) Il Gran Magistero del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.

Tale Gran Magistero, come ampiamente spiegato nello studio dinastico pubblicato nella XXXII ed. dell'Annuario della Nobiltà Italiana e qui citato più volte, è unito indissolubilmente alla dignità di Capo della Real Casa.
Infatti tale Ordine (come già era per i Farnese) è un Ordine dinastico-familiare, che pertanto non può trasmettersi semplicemente nella linea primogenita legittima, MA si deve trasmettere esclusivamente nella linea primogenita dinastica.

Infatti le leggi dinastiche dei Borbone delle Due Sicilie distinguono fra semplice discendenza legittima e discendenza legittima e dinastica.
Quindi, siccome la linea di Carlo Tancredi (1870-1949), bisnonno di Pedro, non era dinastica delle Due Sicilie, perchè appartenne ed appartiene alla Real Casa di Spagna, il Gran Magistero, unitamente alla dignità di Capo della Real Casa, non appartengono a tale linea, ma sono stati tramandati nella linea dinastica legittima, quella di Ranieri, fino all’attuale Duca di Castro.
Da notare poi, come meglio chiariremo nel successivo punto, che Carlo Tancredi rinunciò espressamente anche a qualsiasi onorificenza cavalleresca (ed ogni diritto dinastico) che gli proveniva dalla sua Real Casa.


TESI 2) La dignità di Capo della Casa Borbone delle Due Sicilie.



Questa dignità si eredita sempre per linea maschile ed agnatica.
A questa dignità giammai rinunciò il suo bisnonno l'Infante Don Carlos (Carlo Tancredi ndr.).

bellisima foto con errore. Essendo vivente Re Francesco, il Duca di Calabria (Atto sovrano n. 594 del 4 gennaio 1817) è il Principe Alfonso, Conte di Caserta. Il Principe Ferdinando Pio, all'epoca della foto Duca di Noto, divenne Duca di Calabria il 27 dicembre 1894 alla morte del Re. Alla morte del Padre diverrà Duca di Castro e Capo della Real Casa.


CONFUTAZIONE ALLA TESI 2) La dignità di Capo della Casa Borbone delle Due Sicilie.
Anche in questo caso le leggi dinastiche dei Borbone delle Due Sicilie distinguono fra semplice discendenza legittima e discendenza legittima e dinastica.
Dai documenti ufficiali spagnoli, reperiti da uno storico spagnolo, la cui opera è SCARICABILE anche online (pagine 286-289)
comprendiamo in maniera inoppugnabile che Carlo Tancredi (bisnonno di Don Pedro), proprio per poter sposare e la Principessa delle Asturie, dovette sottostare, rispettare ed obbedire alle condizioni inderogabili che gli impose Regina reggente di Spagna

Tali condizioni erano le seguenti:
a) Carlo Tancredi doveva naturalizzarsi spagnolo
b) Carlo Tancredi doveva fare rinuncia esplicita (da tener segreta) a QUALUNQUE diritto proveniente dalla sua famiglia (per se stesso ed i suoi discendenti)
c) Carlo doveva rinunciare ad usare qualsiasi titolo e decorazione dei Borbone Due Sicilie.

Carlo Tancredi si naturalizzò spagnolo, rinunciò (con il cosiddetto Atto di Cannes) a tutti i suoi diritti dinastici duosiciliani e rinunciò a qualsiasi titolo e decorazione dei Borbone delle Due Sicilie (infatti fu cancellato dai ruoli degli Ordini cavallereschi borbonici, in primis proprio da quello Costantiniano e non usò MAI nessun titolo dinastico duosiciliano).


il legittimo Capo della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Castro, insieme con il cav. gr. Cr. di Grazia nob. dr. Antonio di Janni, delegato vicario per la Sicilia del S.M.O.C. di San Giorgio.




TESI 3) La pretensione al Trono delle Due Sicilie o dignità di Capo della Casa Reale delle Due Sicilie.
Questo è l'unico punto che Don Pedro, ritenendosi generoso, ritiene discutibile, perché in effetti, il suo bisnonno nel 1900 firmò una "rinuncia condizionale".
Ma Don Pedro, ritiene di non avere alcun dubbio che questa rinuncia non abbia avuto nessun effetto, perché si sono avverate le sue condizioni.
Ribadisce ancora dei rapporti emessi dagli organi spagnoli nel 1983 e dalla relazione emessa nel 1984 dal Consiglio di Stato. 

CONFUTAZIONE ALLA TESI 3) La pretensione al Trono delle Due Sicilie o dignità di Capo della Casa Reale delle Due Sicilie.
Come abbiamo appena visto Carlo Tancredi accettò in toto le condizioni della Reggente di Spagna, per sposare la figlia.
Fra queste vi era la rinuncia assoluta ai diritti dinastici duosiciliani.
Tale rinuncia di Carlo Tancredi non era sottoposta a nessuna condizione. 
La rinuncia, pertanto, fu SEMPRE valida, anche qualora Carlo Tancredi non fosse divenuto re consorte di Spagna (anche se comunque fu principe consorte delle Asturie, dignità inconciliabile con quella di Principe delle Due Sicilie, proprio per la Prammatica del 1759).
Da quale documento risulterebbe che la rinuncia era sottoposta a condizione?
Era il permesso al matrimonio sottoposto al rispetto delle predette condizioni. Fra le quali la rinuncia al diritti dinastici duosiciliani.

il Principe Carlo Tancredi

In sostanza la discendenza di Carlo Tancredi è esclusa dalla Real Casa delle Due Sicilie per una DUPLICE esclusione.
La prima è motivata dalla rinuncia stessa fatta da Carlo Tancredi con il cd. "Atto di Cannes" e l'altra è una motivazione giuridica, data dalla mancanza del formale regio assenso scritto che autorizzasse il suo matrimonio come valido ai fini dinastici nella Real Casa delle Due Sicilie (e come sarebbe mai stato possibile se proprio Alfonso, conte di Caserta, aveva trattato ed accettato le condizioni imposte dalla Regina reggente di Spagna per far uscire Carlo Tancredi dalla sua Real Casa e rinunciare ad ogni suo diritto dinastico??).
Ma tali due motivazioni, che singolarmente sono insormontabili, portano insieme allo stesso risultato: la discendenza di Carlo Tancredi è esclusa dalla Real Casa delle Due Sicilie.

Visto poi che molto probabilmente la "disputa" fu la conseguenza delle dispute al trono spagnolo, vi sono fortissimi dubbi sull'equità delle motivazioni che portarono ai "pareri di parte" degli organi spagnoli in favore di Don Carlos Maria.
Era interesse della Casa Reale di Spagna appoggiare le pretese alfonsine perché anch'essi parte in causa.

Don Carlos e Pedro (Borbone-Spagna) indossano i mantelli dell'Ordine fondato dal padre di Don Carlos negli anni '60 del XX secolo. Ordine di sub-collazione spagnola che richiama nel nome, mantelli, insegne etc. il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio che si fa risalire a Costantino il Grande.


TESI 4) Don Pedro sostiene che la disputa è iniziata nel 1960 dopo la morte di Don Fernando Pio di Borbone delle Due Sicilie. 
Perché infatti un mese dopo la sua morte, come previsto dalla loro tradizione di famiglia, suo nonno, il principe Alfonso, assunse la direzione della casa; e fu invece Don Ranieri, che era il figlio quartogenito del conte Caserta, che non rispettò questa successione "legittima".

CONFUTAZIONE ALLA TESI 4) 
Nel citato studio dinastico edito nell'Annuario abbiamo evidenziato abbastanza elementi per far capire come in realtà la disputa "duosiciliana" fu molto probabilmente una disputa spagnola/duosiciliana sollevata ad hoc per allontanare da Juan di Barcellona il cugino-cognato Alfonso Maria (e la sua linea), ovvero uno scomodo altro candidato di Francisco Franco al trono.
Infatti si capisce che dopo la restaurazione della monarchia operata da Franco (1947) e la situazione di rivalità fra i vari aspiranti al trono, dopo la morte di Carlo Tancredi (1949), suo genero Juan si dovette accordare con Alfonso Maria e convincerlo a dedicarsi solo alla successione duosiciliana.
Ma in che modo sarebbe stato possibile farlo? 
Ovviamente contestando la rinuncia di Carlo Tancredi del 1900 (il cd. "Atto di Cannes") e ignorando le leggi dinastiche duosiciliane.
Infatti l'unico punto che poterono artificiosamente e capziosamente attaccare fu il cd. "atto di Cannes". Motivo? 
Volevano distrarre TUTTI dal vero problema.

Perchè il vero nodo gordiano che MAI si sarebbe potuto sciogliere era quello dell'obbligo dei Principi duosiciliani ad ottenere dal Capo della Real Casa delle Due Sicilie il sovrano beneplacito per contrarre matrimonio (ovvero dal Capo della loro R. Casa e Dinastia). Ovvero nel rispetto degli atti sovrani n. 2362 del 7 aprile 1829 e n. 3331 del 12 marzo 1836, MAI aboliti e parte integrante e sostanziale delle leggi dinastiche duosiciliane.
Ma la "fazione spagnola" si servì delle polemiche per far scoppiare la "disputa duosiciliana", sostenendo così Alfonso Maria verso pretese illegittime (in aperto e totale contrasto con le leggi dinastiche della R. Casa delle Due Sicilie) ed allontanando in questo modo (e definitivamente) un potenziale rivale al trono di Spagna (che Franco avrebbe potuto scegliere invece di Juan di Barcellona).
Quindi è esattamente l'opposto di quello che ha dichiarato Don Pedro:
- la successione dinasticamente legittima era quella che portò Ranieri a succedere al fratello Ferdinando Pio.

Quindi fu invece Alfonso Maria a comportarsi da ribelle, tradire il giuramento del padre e creare questa disputa.


TESI 5) Don Pedro ha infine ribadito la sottomissione completa a re Felipe VI come suo sovrano di se stesso e della sua famiglia.

CONFUTAZIONE ALLA TESI 5) 
Il Capo di una Casa Reale (che pretende di essere tale) non può assolutamente ed ovviamente ritenersi sottoposto ad un altro Capo di altra Casa Reale.
Una tale sottomissione, per il Capo della Real Casa Borbone Due Sicilie e Pretendente al trono delle Due Sicilie (che si ritiene tale) è una contraddizione in termini inammissibile e assurda.

Tale questione è una ulteriore dimostrazione di come la famiglia di Don Carlos sia un ramo della Real Casa di Spagna.

Il Re Felipe VI di Spagna


(*) l'immagine qui sopra costituisce un'ottima idea per un regalo da fare a Pedro de Borbón. Si è infatti proclamato, oltre a Capo della Real Casa etc etc, anche XI Gran Maestro del (suo) Ordine Costantiniano. Ma siccome sostiene che il (suo) Ordine sia quello "vero" gli mostriamo l'elenco dei Gran Maestri dell'Ordine Costantiniano (quello che risale agli Angelo Flavio Comneno e che, passando per i Farnese, è arrivato a Casa Borbone): Cronologia dei Gran Maestri dell’Ordine Costantiniano.
Sono qualcuno in più di 11. Volendo anche cominciare da i Farnese, avrebbe dovuto dire XII, ma perché cominciare da lì? Nemmeno cominciando da Carlo i numeri tornano. Noi che, invece, la matematica la conosciamo e sappiamo contere gli comunichiamo il numero corretto!!! È il TERZO Gran Maestro, infatti: 1) Infante Alfonso (Fondatore); 2) Infante Carlos (buonanima) 3) Pedro de Borbón. TOTALE: TRE!!!


PER APPROFONDIMENTI