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venerdì 28 novembre 2014

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

Quella prima domenica d¹Avvento del 1969Š

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 95/14 del 28 novembre 2014, San Giacomo della Marca

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

A partire dalla prima domenica d’Avvento del 1969 Paolo VI impose il Novus Ordo Missae in sostituzione della Messa Romana. 
Sull’argomento: Michel Louis Guérard des Lauriers, “Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, dei cardinali Ottaviani e Bacci” 



Da 1600 anni, di Mario Taglioni

Ci piacerebbe certamente molto iniziare il nostro scritto così: era il Pontificato di Marcellino, durante la grande persecuzione di Diocleziano, e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri.
Potremmo farlo; potremmo farlo perché se nessun documento d’archivio ce lo conferma, nessuno ce lo contesta. Ma noi, moderni, anche se non modernisti, noi che non abbiamo mai mitizzato nulla e nemmeno gli archivi, ma che siamo stati sempre rispettosissimi di tutto ciò che ne fosse degno, e quindi anche degli archivi, non cominceremo così. Ma poiché negli archivi, e ce lo conferma uno studioso quale lo Jungmann, si trovano documenti che pure qualcosa di assai valido dicono, a questi documenti ci atterremo, e dall’epoca a cui questi documenti risalgono, partirà il nostro scritto.
Siamo dunque agli albori del V secolo; è papa S. Innocenzo I, ed è imperatore romano d’Occidente Onorio; è l’epoca in cui Alarico e i Visigoti occupano e saccheggiano Roma e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri
Siamo alla metà del secolo; è pontefice S. Leone Magno; Attila, flagellum Dei, già battuto dal romano Ezio, irrompe di nuovo su Roma fermato solamente, questa seconda volta, dalla mano del Santo Pontefice e la Messa romana era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo quasi alla fine del secolo. E’ pontefice S. Simplicio. Cade l’Impero Romano d’Occidente; si chiude un periodo storico che è intrecciato in maniera non districabile con la storia stessa della umana civiltà e la Messa romana da almeno cento anni era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo nel primo quarto del VI secolo. E’ pontefice S. Giovanni I. S. Benedetto fonda Montecassino. Regge l’Italia l’ariano Teodorico: è un’epoca di lotta ed anche di persecuzione. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo agli inizi del VII secolo. Non troppo lontano dal Mediterraneo, e, quindi, da Roma, è nato Maometto. Occupano l’Italia i Longobardi e siede sul trono di Pietro l’intrepido S. Gregorio Magno. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo nel primo quarto dell’VIII secolo. Nella Chiesa i primi demitizzatori, gli Iconoclasti, infuriano guidati da Leone, imperatore di Oriente, che crede “... così di rendere più civile il suo popolo, di rafforzare l’unità e di avvicinarsi con scaltra politica all’impero mussulmano”. Ma la Messa romana è la stessa di sempre.
E’ la notte di Natale dell’800. Risorge, o sorge sotto altra forma, con l’incoronazione di Carlo Magno da parte di S. Leone III papa, l’impero di Occidente e la Messa romana, sempre uguale a se stessa, in nulla cambia.
La metà del IX secolo è superata da poco più di 15 anni. Siede sul trono di Pietro, S. Nicolò I il Grande. Fozio, dall’Oriente, fa sorgere il più importante o, addirittura, il primo vero scisma. Ma anche ora la Messa romana resta integralmente la stessa.
Siamo alla fine del secolo IX, epoca tragica per la Chiesa, con papi incapaci e indegni come Formoso, Bonifacio VI e Stefano VI. Ma la Messa romana resta immutata.
Ci avviciniamo a quell’anno Mille in cui tanti credevano che l’universo sarebbe crollato ed è pontefice Giovanni XV, tutt’altro che eroe, pastore inetto se non vogliamo definirlo vile. Malgrado tale pontefice, malgrado tale epoca, la Messa romana non cambia.
Siamo intorno alla metà dell’XI secolo e, con il divino eterno miracolo della Sua stessa esistenza, la Chiesa va da un papa bambino, indegno ed ignorante, quale Benedetto IX, al santo Brunone di Nordgau, pontefice con il nome di Leone IX e ad Ildebrando di Soana, pontefice con un nome evocatore di grandi pagine di Storia: Gregorio VII. E la Messa romana resta sempre identica a se stessa.
Siamo alla fine dell’XI secolo. “Levatevi, volgete le vostre spade intrise di sangue fraterno contro i nemici della Fede cristiana... Dio lo vuole!”. Così parla ai Crociati Urbano II papa. Il 15 luglio del 1099 cade Gerusalemme. E la Messa romana non cambia.
Passano 75 anni. E’ l’età di Federico Barbarossa e di Alessandro III papa, della Lega Lombarda, del giuramento di Pontida e della battaglia di Legnano: sul Carroccio un sacerdote celebra durante la battaglia; su quel Carroccio sventola un drappo tutto bianco completamente traversato da una Croce rossa sul cui braccio orizzontale campeggia la parola latina Libertas. Non è simbolo di partito, è bandiera di guerra di un esercito schierato in sanguinosa battaglia, senza compromessi, senza patteggiamenti; ed anche allora, in mezzo a lotte e devastazioni, la Messa romana resta quella di sempre.
E’ l’età di Valdo e di Francesco d’Assisi, tutti e due alfieri della povertà cristiana, l’uno ribelle ed eretico, l’altro rispettoso dell’autorità, nella più rigida ortodossia. E’ l’età di Francesco e di Domenico, quasi coetanei, uno italiano l’altro spagnolo, fondatori in quei giorni, dei loro Ordini, Ordini così differenti fra loro, così identici nella meta ultima ricercata, così determinanti ambedue nella storia della Chiesa e di tutta l’umana civiltà. E la Messa romana resta immutata.
Passano meno di cento anni da Francesco e da Domenico. E’ l’età di Dante e siede sul trono di Pietro Bonifacio VIII. Fervono le lotte tra Guelfi e Ghibellini. Avviene la celebrazione del primo Giubileo. La Messa romana resta la stessa.
E giunge la lunga cattività babilonese, il lungo esilio in Avignone che si protrarrà per un secolo. Giunge l’infiammata parola di Caterina a Gregorio XI: sii arboro fruttifero, sii homo virile. Ma anche durante quell’amaro lunghissimo secolo la Messa romana non cambia.
Siamo alla fine del primo quarto del XV secolo. E’ pontefice un Colonna, Martino V, il papa che riportò definitivamente la Sede di Pietro in Roma, in un borgo chiamato Roma, in una Roma che, per la verità, più quasi non esisteva, né negli abitanti, né nei suoi gloriosi monumenti, e nemmeno nelle sue antichissime, sacrosante ma fatiscenti basiliche; quel Martino V che vide la gloria di Giovanna d’Arco e morì pochi mesi appena prima di dover assistere allo scempio spirituale e fisico che della santa Pulzella fece un tribunale ecclesiastico composto di altissimi Dignitari. Ma la Messa romana rimaneva quella dei secoli lontani e quella che rimarrà nei secoli futuri.
Siamo nella seconda metà del XV secolo, epoca gravida di grandi eventi. Il 29 maggio dei 1453 l’ultimo imperatore romano, l’imperatore d’Oriente Costantino, cade da eroe combattendo contro l’Islam e con lui cade Costantinopoli e cessa l’ultima vestigia diretta di quello che fu l’Impero di Roma; il 2 gennaio 1492, con la caduta di Granada, gli Spagnoli, compiendo la loro unità nazionale, liberano l’ultimo lembo dell’Europa occidentale da quello stesso Islam che, quarant’anni prima, aveva messo piede da Oriente in Europa. E la Messa romana non cambia.
E’ il periodo di transizione tra il XV ed il XVI secolo. E’ l’epoca che viene, quasi come uno stretto confine, assegnata al passaggio tra l’evo medio e l’evo moderno. E’ l’ora in cui la divina Provvidenza permette, con Alessandro VI, “ ... che divenisse rappresentante di Cristo sulla terra un uomo che la Chiesa antica, per la vita scostumata, non avrebbe ammesso agli infimi gradi del Clero”, è l’ora in cui, per la Chiesa romana, “cominciano i giorni dell’obbrobrio e dello scandalo”, è l’ora in cui, incoraggiata, permessa o soltanto tollerata, avverrà la “vendita delle indulgenze”, e l’ora in cui Colombo, varcando l’Oceano, pianta la Croce di Cristo Re su un nuovo mondo ed è anche l’ora in cui esplode il grande scisma del mondo germanico, e Lutero, mentre indica, come prima muraglia da abbattere per colpire la Chiesa di Roma, la distinzione netta tra laici e preti, nega che la Messa sia un sacrificio. Ma la Messa romana non cambia.
Passano pochi anni e Roma, non ancora risorta, malgrado l’opera dei sommi artisti dell’epoca, dallo sfacelo materiale in cui era caduta nel periodo della cattività avignonese, da appena cento anni terminato, viene nuovamente pressoché distrutta, nel contesto delle lotte tra Francesco I e Carlo V, dai Lanzichenecchi luterani e vede invasori camuffati con abiti papali farsi, con sacrilego sarcasmo, venerare da altri invasori camuffati da Cardinali, mentre in S. Pietro vien gridato Papa Martin Lutero e mentre Clemente VII è rinchiuso in Castel S. Angelo. Ma, mentre vede tutto ciò, Roma vede anche, in quelle Chiese dove si riesce a celebrare, che la sua Messa, la Messa romana, è, ancora e sempre, la stessa.
Non siamo ancora alla metà del XVI secolo e Clemente VII, lo stesso Pontefice del Sacco di Roma, deve assistere al distacco dal Soglio di Pietro della Chiesa d’Inghilterra, della quale sì erige capo Enrico VIII, al quale un solo Vescovo si oppone, John Fischer, ed un solo laico d’importanza, Tommaso Moro. La codardia della totalità dei Vescovi e della grande maggioranza del Clero resero estremamente facile lo scisma, ma per i Martiri che resistettero una sola Messa rimase vera e valida: l’inalterata Messa romana.
Siamo nel 1540: un eroico soldato basco, Ignazio de Loyola, fonda una Compagnia di Combattenti, decorati del nome di Gesù, che vogliono lottare sotto il Vessillo della Croce.
E siamo finalmente al 1545, anno in cui, pietra angolare della Chiesa, si apre il Concilio di Trento, che, nel settembre del 1562, definisce la Messa, che è rimasta e rimane tuttora sempre uguale a se stessa, “vero Sacrificio espiatorio, per il quale i fedeli acquistano i frutti del sacrificio della Croce“ ed afferma che essa “viene offerta non solo per i viventi, ma anche per le anime del Purgatorio e in onore dei Santi” e dichiara che “il Canone della Messa stabilito dalla Chiesa per la degna celebrazione del Sacro Sacrificio è immune da errori”.
E da questo momento potrebbe non essere necessario ricordare il resto. Potremmo non ricordare la testa di Niccolò Dandolo gettata a Marc’Antonio Bragadin, e l’eroico e fidente Miserere mei del Bragadin di fronte al Martirio. Potremmo non ricordare la disfatta di Cipro ed il trionfo di Lepanto. Potremmo non ricordare la litania Auxilium Christianorum. Potremmo non ricordare martiri, confessori: missionari, Santi, Pontefici. Potremmo non ricordare i Teologhi. E potremmo ignorare anche la Storia civile.
Ma giunse, quasi duecento anni dopo la chiusura del Concilio Tridentino, un 14 luglio, in cui parve che un nuovo Vangelo, nuovi Messia, nuove luci avrebbero illuminato il mondo. Fu l’inizio della fine della Civiltà, fu l’inizio di una tremenda guerra civile che tuttora dura, sempre più divenendo crudele, armata di un odio quale mai sì era visto, e di mezzi tecnici ogni ora perfezionati. Pure la Messa romana rimase fino a ieri totalmente uguale a se stessa ed aiutò le anime a superare le lotte ed a vivere in mezzo alla bufera.
E venne la prima domenica d’Avvento del 1969.

(Da Vigilia Romana, Anno II, n. 1, 15 gennaio 1970)


Oristano: altare distrutto

lunedì 24 novembre 2014

Per GOOGLE MAPS è già corso Ferdinando II di Borbone!




Quando un giornalista dell’ANSA me lo ha comunicato, ieri, stentavo a crederci.

Ho appena verificato, ed è proprio vero: GOOGLE MAPS, anticipando tutti, ha già recepito il cambio di odonimo da me proposto per il corso Trieste.

Per GOOGLE MAPS è già corso Ferdinando II di Borbone!

E’ proprio il caso di dire: vox Populi…..

A questo punto, anche in ragione del consenso plebiscitario che l’iniziativa ha raccolto, auspico che nessuno opponga resistenza al corso della Storia e che si lasci ai Casertani il sogno di una rinascita vera e duratura che riparta dalle origini, dall’ambizioso progetto dei Borbone di fare di Caserta una moderna Capitale, pronta a reggere il confronto con le più belle Città d’Europa.

Luigi Cobianchi


Quando l'amico Gigi, ci ha comunicato la bellissima notizia dell'approvazione all'unanimità del ripristino dell'odonimo originale, e lo abbiamo comunicato attraverso il nostro blog, ricordavo di aver visto una mappa di Caserta, prima della colonizzazione, in cui il nome "corso Ferdinando II" era chiaramente indicato, dimostrando INEQUIVOCABILMENTE che l'operazione proposta dal cons. Cobianchi era ed è un semplice ripristino della originaria denominazione e che solo quest'ultima era quella che, più forte anche rispetto a "Campano", aveva, ed HA, legami con il territorio e con la sua Storia.

Con un po' di fatica sono riuscito a ritrovare l'antica mappa pubblicandola nello stesso post.

Sono felice, ora, leggendo la comunicazione sopra riportata, di proporne una versione decisamente più moderna.

la mappa, versione aggiornata,  che testimonia l'importanza che Google Maps alla proposta del consigliere Cobianchi

Ed è la prova provata che Google Maps battendo tutti sul tempo merita il nostro plauso.

questa invece la mappa originale



Gaeta: ultimo prestito pubblico del Regno delle Due Sicilie

Dal nostro amico Daniele Iadicicco, che lo ha pubblicato sul sito della Sua associazione (http://www.terraurunca.it/cultura/documenti/1377-gaeta-ultimo-prestito-pubblico-del-regno-delle-due-sicilie.html) riprendiamo e pubblichiamo un interessante nota su gli ultimi momenti del nostro antico Regno.

Centocinquattaquattro anni fa a Gaeta veniva emanato l’ultimo prestito pubblico del Regno delle Due Sicilie. Il 10 Ottobre 1860 le Reali Finanze di Re Francesco II emanavano un Prestito di Cinque Milioni di Ducati, per cercare fondi per sostenere le spese per la difesa del Regno.

Il ricordo al debito pubblico, ieri come oggi è un fatto del tutto naturale per uno stato sovrano. Ma quando si tratta di atti ufficiali emanati da Gaeta, da Re Francesco II nei mesi dell’assedio tutto cambia. Elementi come questo rappresentano un tassello importante per ripercorrere una delle pagine belliche più raccontate del risorgimento, eppure pronte ancora oggi a far parlare di se per nuove scoperte.
Il 20 ottobre (come da foto) il pegno fu emesso su cartelle con cedole in franchi, che in quel frangente storico era più piazzabile e solido, per la vendita all’estero. I 5 milioni di ducati, circa 21 milioni di franchi, erano difficilmente piazzabili all’epoca, data la situazione bellica in atto. 
Le “cartelle di Gaeta” sono oggi davvero introvabili, ed è tra i cimeli più rari da trovare dell’assedio di Gaeta. Non interessando le banche, queste fedi di credito furono piazzate presumibilmente tra Ambasciatori e Sovrani amici per un sostegno al Sovrano, che si pensa possano poi averle fatte sparire, in quanto elemento di imbarazzo, dato l’epilogo di Gaeta. Gli alti ufficiali o semplici investitori vicini al Re, che avessero sottoscritto tale prestito, non valendo di fatto più nulla con nascere del Regno d’Italia avranno senz’altro fatto sparire le prove di questi infruttuosi investimenti.
Un funzionario dell’epoca appellò questi investimenti  "prestito di simpatia politica", essendo davvero rischioso quel tipo di investimento in quell’epoca e un puro atto di sostegno alla causa borbonica. Risulta nondimeno che  “nel 1866 ancora "innumerevoli" erano i titoli rimasti senza collocazione sul mercato, è pur vero che diversi furono regolarmente emessi, come furono pagate anche le relative cedole. (1) 
Dei capitali non si quanti e se furono rimborsati, fatto sta che nelle cartelle tutta l’organizzazione delle rendite e relative cedole era demandata a Roma, dove essenzialmente furono gestite e depositate presso la Banca dello Stato Pontificio. Le cartelle del prestito furono vendute (o comunque proposte sul mercato anche dopo la loro scadenza (1866), nell 1867 il ministro Carbonelli si recò a Parigi per tentare ancora di collocare le cartelle del prestito decretato a Gaeta.(2)
la fede di Credito "di Gaeta"
Si tratta di una rendita del 5% con cedole incassabili da Dicembre 1861 sino al 1866. Nella copia (in allegato) è stata ritirata solo la cedola del 1861, quando il Re era già in esilio a Roma.
Nel film “O’ Re”  di Luigi Magni (3), il generale José Borjes parla a Re Francesco II delle Fedi di Credito di Gaeta, con il quale la Regina Maria Sofia l’aveva pagato per la sua spedizione.

Ricerche, testo e documento originale di
Daniele E. Iadicicco

(1) parvapolis.it
(2) Treccani.it
(3) ‘O Re è un film del 1989 scritto e diretto da Luigi Magni, vincitore di un Nastro d'Argento per i migliori costumi (Lucia Mirisola) e di due David di Donatello per il miglior attore non protagonista (Carlo Croccolo) e i migliori costumi.

martedì 18 novembre 2014

A Maddaloni un convegno per il II centenario della nascita di Giacinto de' Sivo



"Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti qui a depredar l'altrui? Il padrone di casa è brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiare la casa? "
(Giacinto de' Sivo, da I napolitani al cospetto delle Nazioni civili)


Il giorno 29 novembre di quest'anno 2014 ricorrono duecento anni dalla nascita dello storico e letterato Giacinto de' Sivo.
Nato il 29 novembre 1814 in Maddaloni, provincia di Terra di Lavoro, da Aniello, ufficiale dell'Esercito delle Due Sicilie e da Maria Rosa Di Lucia. La famiglia de' Sivo ha una tradizione di fedeltà alla dinastia borbonica. Il nonno, anch'egli di nome Giacinto, nel 1799 aveva combattuto i repubblicani tra le file dell'esercito sanfedista del Cardinale Fabrizio Ruffo. Anche lo zio Antonio era un militare.

Per lo storico di Maddaloni, il processo che ha portato all'unità d'Italia è stato, più che una rivoluzione o uno scontro militare tra italiani, un'aggressione contro due istituzioni legittime, il Regno delle Due Sicilie e la Chiesa. Oltre alla violazione del diritto, de' Sivo ravvisa nel piano risorgimentale, anche una violazione dei valori spirituali e civili della nazione napoletana.

Alla caduta di "Napoli", de' Sivo si proclamò fedele alla dinastia borbonica. Fu destituito dalla carica di consigliere d'Intendenza e arrestato (14 settembre 1860). La sua casa fu occupata per tre mesi da Nino Bixio, poi da Giuseppe Avezzana e, infine, da Carbonella. Gli venne resa dopo essere stata saccheggiata. I garibaldini gli sequestrarono anche il manoscritto che de' Sivo aveva redatto sugli avvenimenti del 1848-1849.
Scarcerato, fu arrestato nuovamente il 1º gennaio 1861 ed imprigionato per due mesi. Tornato libero, decise di lanciare la sua aperta sfida al nuovo regime fondando una rivista, la Tragicommedia, con la quale espresse pubblicamente la propria visione politica patriottica (che lui intendeva come il ripristino dei Borbone sul trono di Napoli). Il giornale fu soppresso dopo soli tre numeri. De' Sivo fu nuovamente arrestato il 6 settembre 1861. Posto di fronte alla scelta tra la sottomissione alla dinastia sabauda e l’esilio, il giorno 14 successivo partì per Roma, città che ospitava già Francesco II, assieme alla sua corte.

A Roma, capitale dello Stato Pontificio, continuò nell'esilio la sua attività pubblicistica.
Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla difesa dell'identità nazionale del paese in cui era nato. Appartennero a questo periodo altre opere di ricostruzione storica. Nel 1863 de' Sivo portò a termine la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che rappresenta il culmine della sua produzione letteraria e storica.

Morì a cinquantadue anni, il 19 novembre 1867. Fu sepolto inizialmente nel cimitero del Verano. Nel maggio del 1960 le sue spoglie furono traslate nella natia Maddaloni.
Per ricordarlo, il nostro Istituto insieme con il Comune di Maddaloni, organizza per Sabato 6 dicembre, alle ore 10,00, un convegno che ha ricevuto l'Alto Patronato dell'A.N.C.C.I. (l'Associazione dei Cavalieri Costantiniani) ed il patrocinio, oltre quello del Comune, della Provincia, della Diocesi di Caserta e dell'Università degli Studi di Salerno.


giovedì 13 novembre 2014

CASERTA. La vittoria di Cobianchi in consiglio: corso Trieste si chiamerà Ferdinando in memoria del Re Borbone


CASERTA: La mozione presentata dal consigliere è stata approvata ieri sera e adesso dovrà passare al vaglio della Giunta. S.M. il Re Ferdinando II volle la costruzione della nuova strada "...che dalla Reggia menava al Campo di Falciano”. L'arteria in parola venne inaugurata il 30 Maggio 1851 ed, in onore del Monarca che l’aveva fortemente voluta, assunse il nome di “corso Ferdinando II”, ma il corso, dopo anni di cattiva gestione, è ridotto ad un deserto. 


Cari Amici, 

sperando di farVi cosa gradita, mi pregio comunicarVi che la mia mozione consiliare in favore del ripristino dell’odonimo originario “Ferdinando II” per il corso Trieste, arteria principale della Città di Caserta, poche ore fa, al termine di una seduta fiume del Consiglio Comunale, è stata approvata all’unanimità dei presenti.

Ciò rappresenta, a mio sommesso avviso, un’ulteriore pietra miliare nella battaglia etica per la verità storica, che da anni combattiamo.

Ritengo non sia affatto un caso che questa occasione si sia data a pochi giorni di distanza dalla ricorrenza del bicentenario della nascita del mio prozio Giacinto de’ Sivo, cui dedico questa vittoria!            

Il testimonio passa, ora, al Sindaco ed alla Giunta, cui compete l’onere di completare l’iter amministrativo, attuando l’indirizzo ricevuto dal Consiglio Comunale.
Con i migliori saluti,

Luigi Cobianchi

Capogruppo ConsiliarePresidente della Commissione Consiliare Permanente di Controllo e Garanzia “Atti della Giunta Comunale”v. Presidente dell’Osservatorio Comunale sulla CasaComponente Effettivo della II Commissione Consiliare Permanente “Lavori Pubblici, Trasporti, Attività Produttive, Turismo”.

bellissimo ritratto di S.M. Re Ferdinando II, in età adulta


Questo il testo del messaggio, inviatoci dall'amico Luigi Cobianchi, che ci annunziava la bella notizia.
Di seguito l'articolo che il nostro Roberto Della Rocca, ha pubblicato su casertace.it. ci è sembrato giusto riproporlo anche sul nostro blog. Buona lettura:

CASERTA - Giustizia è fatta, verrebbe da dire a chi, conoscendo i fatti storici che hanno attraversato questa terra, ha appreso della vittoria notturna del consigliere comunale Luigi Cobianchi la cui mozione sul ripristino dell’antico nome di Corso Ferdinandeo è stata votata durante l’assise di ieri. Buon sangue non mente, dato che Cobianchi, in quanto discendente dello storico e letterato Giacinto de’Sivo*, ha voluto omaggiare il proprio avo, fedelissimo al Sovrano tanto da subire persecuzioni e angherie tipiche della “ventata” unitaria, proprio a pochi giorni dal 200esimo anniversario della nascita che ricorrerà il 29 novembre. E’ indubbiamente una vittoria per i borbonici casertani che, da sempre, invocavano un riconoscimento per la Famiglia Reale delle Due Sicilie che trasformarono l’antico villaggio Torre in cuore pulsante del Regno, ma dovrebbe essere una vittoria di tutti.

la posa della "prima pietra" della Reggia, nello splendido affresco che orna il soffitto della sala del Trono

Certo, su internet subito fanno notare (e le polemiche infurieranno su questo tema) che i problemi sono altri. Strano a dirsi nel giorno in cui il consiglio comunale ha bocciato il Parco Urbano dei Tifatini nel silenzio generale della stampa e della società, cosiddetta civile, che preferisce, che vuole occuparsi del cambiamento alla toponomastica cittadina, come se fosse una questione di vita o di morte. Le chiamerebbe qualcuno “armi di distrazione di massa”. E sia chiaro che siamo solo al primo passo. La mozione approvata di Cobianchi deve ora trasformarsi in realtà, tramite l’azione della Giunta che dovrà poi comunicare la propria decisione alla Prefettura di Caserta che, sentito il parere della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, concederà l’autorizzazione.
Come che sia, è una bella giornata. Ferdinando II di Borbone è il Sovrano delle Due Sicilie più vituperato, offeso, maltrattato e sottovalutato dalla storiografia, soprattutto, anzi unicamente perchè, durante il suo regno fece quello che qualsiasi altro capo di stato avrebbe fatto: difendere il proprio paese dalle aggressioni, siano esse state economiche, politiche, diplomatiche o militari. Una difesa combattuta a oltranza, dal primo giorno di regno fino all’ultimo. Per capirlo basterebbe rileggere la vita di Ferdinando II, al netto di tutte le ingiurie, le illazioni e le offese che la storiografia post 1861 gli ha, in larga parte riservato.
Nato a Palermo nel 1810, durante gli anni dell’esilio della corte borbonica in Sicilia (Napoli era sotto controllo francese), divenne Re giovanissimo nel 1829 quando suo padre, Francesco I, morì. Ereditò un regno dove si era fatta sentire, pesantemente, l’ingerenza straniera (gli austriaci furono liquidati, con gran sollievo delle casse napoletane, dal padre nel 1827) e dove erano ancora forti i nemici esterni (in primo luogo l’Inghilterra). Diede impulso alla pre industrializzazione del regno nell’ottica, molto comune all’epoca, del protezionismo economico. Eccellenze sorsero in tutta la Terra di Lavoro, come dimostra la produzione serica di San Leucio (che dal progetto utopistico di Ferdinando e Carolina, suoi nonni, divenne concreta realtà industriale) o le imprese della valle del Liri, dove si producevano panni di lana esportate in tutto il mondo, dalle cartiere di Sora al cotonificio Egg di Piedimonte Matese per concludere con le ferriere di Teano e le produzioni agricole della Terra Laboris. Un Sovrano che seppe incarnare, fino al 1848 (l’anno delle terribili rivoluzioni europee), un modello anche per gli altri paesi della penisola e che seppe diventare un punto di riferimento per il movimento liberale italiano che gli offrì la corona d’Italia che lui, ovviamente e per mantenersi coerente ai suoi principi morali, etici e politici, rifiutò.
Pianta di Caserta con il nome originale del corso****
Sarebbe stato impensabile, per lui, sovrano d’altri tempi (accomunabile per dignità agli Asburgo d’Austria) violare la sovranità pontificia e spodestare gli altri sovrani della penisola. Un comportamento da vero e proprio avventuriero, soprannome dato poi proprio a Vittorio Emanuele II di Sardegna solo pochi anni più tardi. Sposò in prime nozze Maria Cristina di Savoia, la Regina Santa recentemente beatificata,  che, dopo la nascita del primogenito, morì. Si risposò con Maria Teresa d’Asburgo ed ebbe numerosa prole. Tutta la famiglia si dimostrò sempre attaccata a Caserta e al suo territorio. Al figlio Alfonso, che sarebbe diventato nel 1894 capo della Famiglia ed erede al trono, attribuì il titolo onorifico di Conte di Caserta. Sua figlia Maria Immacolata, negli ultimi anni della sua vita impiegò parte dei suoi beni per far costruire, tramite la benefattrice francese Marie Lasserre, la chiesa del Cuore Immacolato di Maria e l’Istituto dei Salesiani che sarebbero poi stati inaugurati nel 1897. Ferdinando inciampò sulla rivoluzione del 1848 come capitò a tutti i sovrani europei e non seppe trovare un accordo tra le varie anime sociali che componevano il proprio regno, chiudendosi in un isolazionismo che avrebbe portato poi, nel 1855, alla neutralità durante lo scontro in Crimea dove il Piemonte partecipò e poté sfruttare quella vittoria politica per accreditarsi come interlocutore serio per Francia e Inghilterra. Non a caso i due paesi sostennero, e non poco, politicamente, militarmente ed economicamente le mire dei Savoia fino alla conquista di tutta la penisola. Quel dramma, Ferdinando II non riuscì a viverlo. Si spense il 22 maggio 1859 (mentre i Savoia si lanciavano alla conquista dell’Italia centrale) proprio a Caserta dove si era ritirato, e dove era stato operato, troppo tardi, per un ascesso femorale inguinale.
il giovane Re Ferdinando
Fu proprio lui, questo è il dato ancor più interessante, a dare il via alla realizzazione del Corso in quello che il nonno, nel 1818, elevò al rango di capoluogo della Terra di Lavoro, a tutto svantaggio di Capua.

un'immagine del corso, verso la reggia. presa dall'alto di un balcone
Una decisione ardita, quella di Re Ferdinando, che avrebbe avuto ripercussioni urbanistiche molto serie nei decenni successivi. L’antico impianto viario del villaggio Torre, gravitava tutto intorno all’attuale asse via Mazzini-corso Giannone e all’odierna piazza Vanvitelli dove si svolgeva il mercato cittadino. Poi la costruzione della Reggia segnò l’inizio di una nuova storia. Nel 1851 venne inaugurato il corso che divenne punto di sfogo per una città in crescita. Verso sud vennero costruiti nuovi quartieri in modo da coprire il vuoto esistente tra la stazione della linea ferrata e il centro cittadino. Le autorità vollero, per celebrare e ricordare degnamente il proprio Re, chiamarlo Ferdinandeo *** (evitando numerazioni). Il nome della strada cambiò poi, al momento dell’unità d’Italia, in corso Campano e, agli inizi del XX secolo, in Corso Umberto (in memoria di Umberto I di Savoia). Trieste apparve, nella toponomastica cittadina solo dopo la seconda guerra mondiale quando le attenzioni della neonata repubblica erano tutte rivolte a salvaguardare la città giuliana dalle mire Jugoslave.

Quello che tornerà ad essere corso Ferdinando II visto da "miez' 'a Casina"**

Ferdinando II, quando la strada venne inaugurata, poteva dirsi ben soddisfatto. All’epoca era già considerato una delle strade più belle, con negozi e botteghe di qualità e illuminato da ben 80 fanali a gambe lungo tutti i suoi 1130 metri di lunghezza. Esattamente il contrario di come appare oggi, che la crisi economica e le scelte amministrative degli ultimi anni, lo hanno svuotato e fatto abbandonare da operatori commerciali e casertani. Con la speranza che il buon Re, possa essere ricordato e che di nuovo il "corso Ferdinando II"***  torni alla gloria e alla bellezza di un tempo.

Roberto Della Rocca


* A Giacinto de' Sivo, in occasione del II centenario della nascita, il nostro Istituto dedica un convegno che si terrà in Maddaloni, presso il Convitto Nazionale G. Bruno, il giorno 6 dicembre alle ore 10,00

** (tratto dalla pagina facebook "Caserta Retrò", un post di Nando Astarita):  miez' 'a casin' " i casertani doc sanno cosa significa, anche se l'espressione è sempre meno usata e per farsi capire dai giovani o dai tanti immigrati si dice " a piazza Dante". La "Casina militare borbonica" nata per " l' ufficialità della guarnigione" , dopo l'unità, divenne " Circolo Nazionale, aprendo alla borghesia per " trattenervisi, leggere giornali e libri e divertirsi con giuochi non proibiti"..

sempre a Nando Astarita si deve quest'altro post che integra il recedente: "L'attentato di Agesilao Milano del 1856 ed i fermenti rivoluzionari, indussero re Ferdinando II a concentrare il più possibile soldati e soprattutto ufficiali fra Napoli e Caserta. Ciò provocò un notevole aumento degli affitti tanto che a Caserta, per l'affitto di 3 vani occorrevano più di 43 ducati annui e se con stalla 68. Anche per questo motivo furono costruiti i Quattro Cantoni, cioè 4 padiglioni uguali e con portici , di cui 3 ad uso abitazioni per i militari, nella "piazzetta ellittica" nata fin dal 1837, quando fu aperto il primo tratto del " corso"

*** da una "pianta" dell'epoca si legge il nome dell'arteria: corso Ferdinando II. Inoltre tale è il nome che il cav. Luigi Cobianchi propone di ripristinare. La mappa ed il nome l'ho vista personalmente (gr), ma non sono riuscito a ritrovarla. Spero di riuscirci e di postarne l'immagine. 

**** come promesso la pianta di Caserta con corso Ferdinando II


martedì 11 novembre 2014

Presentazione a Roma del libro del Marchese de Felice su SAR il Principe Alfonso di Borbone Due Sicilie, Conte di Caserta



ROMA: Venerdi 21 novembre, in Roma, nell’Aula “Francesco Cossiga e Guido de Marco”  della Link Campus University in via Nomentana 335, con inizio alle ore 17.00, per ricordare gli ottant'anni dalla morte di SAR il Principe Alfonso di Borbone, la Delegazione per Roma ed il Lazio del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, l'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, la Link Campus University e la D’Amico Editore, con l’Alto Patronato dell’Ass. Naz. dei Cavalieri Costantiniani Italiani ed il patrocinio dell’Ass. Naz. Ex Allievi Nunziatella, organizzano la presentazione del libro del marchese Gaetano de Felice, dal titolo "Il Re Alfonso di Borbone Conte di Caserta", dedicato alla figura del Principe capostipite degli attuali esponenti della Real Casa e curato da Giuseppe Catenacci, appassionato bibliofilo e Past President dell’Ass. Naz. Ex Allievi della Nunziatella, e da Francesco Maurizio Di Giovine, storico. 


S.A.R. il Principe Alfonso di Borbone delle Due Sicilie, Conte di Caserta, poi dal 1894, Duca di Castro

La presentazione, che conclude una serie di eventi dedicati al successore di Re Francesco II vedrà come relatori i due curatori del volume ed inoltre l’avv. Sevi Scafetta ed il dr. Giovanni Grimaldi.

la bella sala dell'Università

L’on. Vincenzo Scotti, Presidente dell’Ateneo, porterà i Saluti della Link University.
Saranno inoltre presenti S.A.S. il Principe Manfred Windisch Graetz, delegato per Roma ed il Lazio del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, il Delegato Vicario per la città di Roma, Marchese Giorgio Mirti della Vallel’avv. prof. Franco Ciufo, Delegato Vicario per il Lazio, Consigliere dell’A.N.C.C.I. e docente di Diritto dell’Unione Europea presso la Link University ed il marchese Giuliano Buccino Grimaldi, Presidente dell’A.N.C.C.I.


il Delegato Vicario per la Città di Roma del S.M.O.Costantiniano di San Giorgio, Marchese Giorgio Mirti della Valle (secondo da sinistra). Accanto, primo da sin. il cav. Vincenzo Giovagnorio, il Delegato Vicario per la Sicilia, nob. dr. Antonio di Janni (terzo da sinistra, con il mantello)
il Delegato Vicario per il Lazio del S.M.O. Costantiniano di San Giorgio, prof. avv. Franco Ciufo accanto a S.A.R. la Principessa Béatrice di Borbone delle Due Sicilie, Gran Cancelliere dell'Ordine, a Capua, durante la annuale Commemorazione dei Caduti dell'Esercito delle Due Sicilie.

Il Principe Alfonso Maria Giuseppe Alberto di Borbone-Due Sicilie, Conte di Caserta (Caserta, 28 marzo 1841 - Cannes, 26 maggio 1934), era il terzogenito di Re Ferdinando II e della seconda moglie l'Arciduchessa Maria Teresa d'Austria. Durante l'invasione garibaldina combatté in prima linea al fianco dei fratelli Francesco e Luigi nella battaglia tra Capua e Gaeta per respingere l'esercito invasore. Alle 7 del mattino del 14 febbraio 1861, dovette, insieme con gli ultimi sovrani delle Due Sicilie, lasciare Gaeta e prendere la via dell'esilio.
Alla morte di Re Francesco nel 1894, divenne  Capo della Real Casa Borbone Due Sicilie assumendo uno dei titoli di pertinenza del Sovrano, “Duca di Castro”, titolo ancora oggi usato dall’attuale Capo della Real Casa e Gran Maestro degli Ordini Dinastici, S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie.


la locandina dell'importante evento









martedì 4 novembre 2014

Giorno Onomastico di SAR il Duca di Castro, Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie

Invitiamo tutti ad unirsi virtualmente a noi nel formulare al Capo della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, SAR il Principe Carlo di Borbone, gli auguri in occasione del Suo giorno onomastico.

AUGURI, ALTEZZA!!!!