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sabato 27 settembre 2014

Capua 2014: il Programma


venerdì 26 settembre 2014

il 1799 in Terra di Lavoro

Terra di Lavoro

Di concerto con il comune e con la biblioteca comunale di Atina stiamo organizzando un convegno presso il Palazzo Ducale sui fatti che hanno insanguinato l’alta Terra di Lavoro nel primo semestre del 1799 legati all’invasione francese. Il convegno si terra il 4 ottobre dalle 17 alle 19 e sara condotto dal giornalista e storico Fernando Riccardi. l’invito e aperto a tutti e verranno trattati argomenti ai piu sconosciuti e molti saranno sorpresi per quanto accaduto.


giovedì 11 settembre 2014

VERSO MADDALONI/ Giacinto de'Sivo, le origini, la formazione, le prime opere



Nei giorni che ci separano dal convegno che l'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie ha organizzato, per il giorno 29 novembre 2014 presso il Convitto Nazionale Giordano Bruno di Maddaloni, per celebrare il 200esimo anniversario della nascita dello storico Giacinto de'Sivo, ripercorreremo la storia personale e familiare dell'autore della monumentale Storia delle Due Sicilie. Lo facciamo perché il de'Sivo, purtroppo, è stato poco considerato e poco studiato, nonostante sia un rappresentante di massimo livello dell'ambiente culturale Napoletano oltre che un vero patriota e fedele cristiano. La sua produzione poetica e letteraria è pressoché sconosciuta al grande pubblico e la stessa storia delle Due Sicilie ha vissuto l'onta della censura tricolore e, perfino nell'ambiente revisionista, de'Sivo, resta un personaggio tutto da scoprire. L'Istituto gli rende omaggio, in collaborazione con la Società di Storia Patria di Terra di Lavoro e l'associazione Unione Due Sicilie, e, in attesa della definizione del programma delle celebrazioni con le autorità comunali (che hanno concesso il loro patrocinio e dato, agli organizzatori, la massima disponibilità per la buona riuscita dell'evento), sono arrivate le fondamentali adesioni della Diocesi di Caserta (il Vescovo Giovanni d'Alise ha già annunciato la sua presenza) e dell'Università  di Salerno (il cui docente Emilio Gin sarà uno dei relatori) dopo quelle dell'amministrazione comunale e provinciale di Terra di Lavoro.



MADDALONI - E' noto a tutti quanto Giacinto de'Sivo, di cui ricorreranno i 200 anni della nascita il prossimo 29 novembre, abbia pagato la sua fedeltà alla Real Casa di Borbone delle Due Sicilie e al perduto Regno e, nella storia, sono ben poche le famiglie che possono vantare pagine di fedeltà così gloriose. Una fedeltà sempre presente nella famiglia de'Sivo. Il nonno dello storico maddalonese, che si chiamava Giacinto come il nostro, fu fedele al Re di Napoli perfino nel momento più buio della storia nazionale, durante gli anni terribili della rivoluzione e poi delle invasioni francesi. Impegnato nel 1799 contro la repubblica napoletana e acceso sostenitore della Santa Fede, nel 1806, all'arrivo dell'armata che impose sul trono di Napoli Giuseppe Bonaparte, fratello dell'Imperatore dei Francesi, Giacinto prese la via dell'esilio, verso Roma, per poi fare ritorno, solo quattro anni più tardi, nella sua Maddaloni su autorizzazione del nuovo Re Gioacchino Murat. Dei suoi figli, il secondogenito Antonio, (zio dello storico) fu un vero e proprio protagonista nella lotta ai francesi. Prese parte direttamente alla spedizione organizzata dal Cardinale Fabrizio Ruffo e, dopo la riconquista di Napoli, scacciò con mille uomini e un cannone i francesi che si erano asserragliati nella Reggia di Caserta e nelle aree urbane limitrofe. L'anno seguente equipaggiò con le proprie risorse un battaglione di cavalleria formato da 360 uomini e lo mise al servizio di Ferdinando IV. Nel 1806, di fronte ad un nemico ben armato e ben determinato a occupare il Regno, scelse di seguire il suo Re a Palermo con la speranza di poter ripetere quanto verificatosi nel 1799. Purtroppo, nonostante il valore dimostrato dai patrioti calabresi e lucani (protagonisti di più di una rivolta anti murattiana), il sistema di potere bonapartista rimase in piedi fino a quando la coalizione europea, nel 1815, non mise definitivamente la parola fine all'epopea napoleonica. Murat perse il regno e Ferdinando poté tornare a Napoli come nuovo Re delle Due Sicilie. Antonio de'Sivo era con lui al rientro a Napoli e per la fedeltà dimostrata negli anni d'esilio venne nominato Colonnello del Reggimento di Cavalleria Borbone e si distinse nella lotta ad alcune bande criminali nella provincia di Capitanata dove distrusse la famigerata banda Vardarelli. Nel 1823 venne promosso Brigadiere da Ferdinando I e assunse il comando dei Cacciatori Reali della Guardia fino a quando, nel 1831 col grado di Generale, venne messo a riposo dal Re Ferdinando II


Con tali ascendenze, non sarebbe potuta andare diversamente la storia personale di Giacinto de'Sivo che vide la luce il 29 novembre 1814 nel castello che suo padre Aniello aveva acquistato dal Principe di Colobrano, Marzio Gaetano Carafa (cessione sottoscritta presso il notaio Pasquale Rocereto il 5 gennaio 1821). L'educazione di Giacinto de'Sivo fu improntata al modello cattolico dell'epoca ma risentì fortemente, e come non avrebbe potuto, del clima culturale generalmente orientato al romanticismo. Corrente filosofica, artistica e letteraria che era arrivata dall'area tedesca dove si era affermata e confrontata con l'idealismo e lo sturm und drang, grazie all'opera di filosofi come Fichte, Schelling, Muller ed Hegel. Non a caso, negli anni '30, quando cominciò a pubblicare le prime poesie e i primi sonetti, passò per liberale ma, secondo Roberto Mascia, autore di una biografia del de'Sivo e delle sue opere, si "salvò" dalle idee malsane della rivoluzione proprio grazie alla sua forte fede religiosa e alla cultura umanistica a cui i genitori lo avevano educato. L'opinione che il de'Sivo potesse aver cominciato la propria opera e che fosse vissuto aderendo alle idee liberali era largamente diffusa tanto che, ancora nel 1879 (ben 12 anni dopo la morte), Paolo Mencacci sentì il bisogno di definire questa opinione come erronea. A far cadere in errore i contemporanei alcuni episodi della sua vita giovanile, in particolare quello del duello in cui de'Sivo affrontò il comandante dei reggimenti Svizzeri. Ben nota ai suoi concittadini era l'avversione che il giovane poeta nutriva verso gli "stranieri" al servizio del Re Borbone e, quando alcuni svizzeri entrarono ubriachi al teatro della città e cominciarono a far danni, Giacinto de'Sivo ne schiaffeggiò il comandante. Il duello che si svolse il giorno seguente ebbe conseguenze legali formali ma perfino il Re, Ferdinando II, dimostrò simpatia per il coraggio e l'ardore dimostrato dal maddalonese. 
Basilio Puoti
La sua educazione fu seguita da Basilio Puoti, già ispettore generale della pubblica istruzione del Regno che aveva rinunciato al suo incarico pubblico per fondare e dirigere la Scuola di lingua Italiana, e che già seguiva Settembrini, De Mais e De Sanctis, fatto che aiuta a comprendere come si arrivò a pensare a de'Sivo come un "liberale". Fu proprio il Puoti ad influenzare lo stile dei primi anni, votato all'imitazione dei classici di epoca tardo medievale e rinascimentale, che contraddistingue quella prima fase della vita del de'Sivo nota ai più come periodo romantico. Una fase di belle speranze e grandi progetti che sarà però interrotta dal fatidico 1848. La produzione letteraria del de'Sivo cominciò nel 1836 quando diede alle stampe "poche rime a mio Padre", una raccolta di pensieri e poesie dedicate al padre cui fece seguito, nel 1839 la "strenna pel cap d'anno e pe' giorni onomastici del 1839" pubblicata nella rivista Iride. Fin dai primi scritti non esitò ad affrontare dei temi che sarebbero poi stati ricorrenti, anche nel suo lavoro da cronista e storico. L'amore di gloria che spinge gli uomini alla perdizione, il fortissimo disprezzo per i vili ministri e per gli altri funzionari infedeli e traditori della patria, emergono tutti come caratteristiche delle sue opere letterarie che, ispirate dalla storia, si scontravano con una visione via via più drammatica dei fatti del mondo. 


Nella sua prima tragedia, il Costantino Dracosa, del 1840, egli raccontò la storia dell'ultimo Imperatore Bizantino, quel Costantino XI Dragazès che perì nel 1453 di fronte all'assalto delle truppe ottomane e che il de'Sivo ci racconta tradito vilmente dal capo della burocrazia imperiale, il greco Lucas Notaras finito decapitato assieme ai figli davanti al Sultano impegnato a banchettare dopo la vittoria. Quattro anni dopo diede alle stampe una nuova tragedia, la Florinda d'Algezira ambientata nella penisola iberica durante il medioevo (siamo nel 713) al capolinea del dominio gotico e agli anni dell'invasione araba dall'Africa. Ancora qui, tradimenti, personaggi vili e mediocri, traditori. Un tema che sarebbe poi ritornato nelle sue opere e, purtroppo per le Due Sicilie, anche nella realtà delle cose. E' dal Dracosa al suo romanzo storico, il Corrado Capece, che per Mascia è il testo simbolo di questa prima fase della vita del de'Sivo, che vi raccontiamo oggi e che arriva fino al 1848. E' probabilmente in questi anni, che lo separano dalle fatidiche giornate di maggio del '48, che in de'Sivo nasce la sfiducia verso il sistema. Sempre più evidenti gli saranno apparse, a lui che ha studiato la storia e ne ha fatto addirittura una fonte di ispirazione per la propria produzione letteraria, le trame, gli intrighi, l'affievolimento di parte dell'entusiasmo che aveva accompagnato l'ascesa al trono di Ferdinando II (entusiasmo che venne, in parte della popolazione, meno man mano che si resero più evidenti le difficoltà insite nel processo di trasformazione economica, sociale, istituzionale e politica che si stavano verificando fuori e dentro i confini del Regno). L'unico testo che ci lascia il de'Sivo in quei due anni di profonda riflessione, dal 1844 al 1846 (in cui venne ultimato il Capece), è un sonetto pubblicato sull'Iride, riportato dal Mascia:

"Quella che in mente onor mi brilla e bea
Celeste immago onde quest'alma è presa,
Donna non è, ma una raggiante idea
Che co' vanni d'amor su l'etra è scesa.
Sin dagli anni miei primi in me ferve a
D'eterea fiamma pari a stella accesa,
E invan del mondo la caligin rea
D'affissarvi anco i rai mi fe' contesa.
Lei degli affetti infra l'alterna guerra
Lei chiamo, ed ella scopre un raggio aurato,
E pietosa ver me la man disserra.
Deh, perché quando ormai la stringo, un fato
Da lei mi strappa e mi rimbalza a terra?...
Gloria!... ch'io t'abbia, e poi ti mora a lato."


Ancora una volta ricorre la necessità di sconfiggere i vili esponendosi in prima linea per la conquista della Gloria. Esattamente quello che faranno Corrado Capece e i suoi compagni d'arme nel romanzo storico di de'Sivo che il Mascia ritiene fondamentale analizzare, perché solo attraverso l'analisi di quei 32 capitoli, ambientati tra la battaglia di Benevento e la fine di Re Manfredi nel 1266, (che il Cione nella Napoli romantica ha definito come dimenticato ma degno di stare accanto ai d'Azeglio, ai Grossi, ai Guerazzi e ai Cantù) che si può comprendere davvero il valore del letterato e le ragioni dello storico. Il Capece, che vedrà una seconda edizione nel 1859, chiude l'epoca romantica per de'Sivo che ha ancora due anni per riflettere e indagare sulla natura umana. Una scelta che avrà, come conseguenza letteraria una ricca produzione tragica fino a quando, nel 1860, l'evoluzione politica e storica delle vicende politiche del Regno non lo porteranno a compiere una ulteriore trasformazione di contenuti e stile.

-continua-

ROBERTO DELLA ROCCA