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giovedì 31 luglio 2014

Auletta, dopo 153 anni il ricordo della strage

Il Presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, Giovanni Salemi, si appresta a onorare i caduti nella strage di Auletta accanto al Presidente di Unione Due Sicilie Carmine Di Somma.


AULETTA - Il 30 luglio 2014, a 153 anni di distanza dai fatti storici che andiamo a raccontare, un folto gruppo di appassionati e patrioti delle Due Sicilie ha voluto ricordare le vittime dell’eccidio di Auletta. Organizzata dall’associazione Unione Due Sicilie e dal suo responsabile, il dottore Carmine Di Somma, una bella visita guidata al centro storico del paese, oggi in provincia di Salerno, dove ancora sono visibili alcuni edifici del periodo della strage durante la quale, come si vede dalle immagini, si è reso omaggio alla lapide che gli amici dell’associazione Terra Nostra, col suo presidente Antonio Gagliardi, hanno affisso in paese, nei pressi della chiesa madre, per ricordare l’episodio della strage. Presente anche una delegazione del nostri istituto il cui Presidente, Giovanni Salemi, ha avuto l’onore di collocare la corona di fiori per omaggiare i caduti. Tra lo sventolio delle bianche bandiere del Regno e le note dell’inno del Paisiello, si è continuato il giro nel paese seguito, nel pomeriggio, da una visita ad una delle bellezze poco conosciute del nostro Sud, le grotte di Pertosa che hanno fatto rimanere a bocca aperta i visitatori. Di seguito, la descrizione dei fatti di Auletta. In basso le immagini della giornata ad Auletta e della grotta di Pertosa. Per maggiori informazioni sulle grotte di Pertosa-Auletta http://grottedipertosa-auletta.it/

La pacifica invasione di Auletta

Il 28 luglio 1861 fece il suo ingresso nel piccolo comune di Auletta, nel Principato Citra, un cospicuo gruppo di miliziani borbonici che si stavano raggruppando, assieme ad altre formazioni in arrivo dal resto della Provincia, nel bosco Lontrano. La zona si prestava alle scorribande anti piemontesi soprattutto a causa delle numerose grotte naturali che vi si trovano e che avrebbero costituito, in quegli anni di guerra e resistenza all’occupante, un rifugio alle intemperie e ai nemici. Profittando della vicinanza, le truppe bianco gigliate decisero di recarsi ad Auletta, dove la popolazione, rimasta notoriamente accanto al Re in esilio, li accolse con benevolenza mentre i pochi liberali si diedero alla fuga verso le vicine Pertosa e Caggiano dove allertarono le autorità chiedendo l’intervento dell’esercito piemontese. Come sempre, quando le forze della legittimità prendevano possesso di un centro abitato, si verificarono le consuete immagini da cambio di regime. I simulacri ritraenti Vittorio Emanuele II e Garibaldi furono distrutti, lo scudo sabaudo sparì dai pennoni per fare posto allo stemma dei Borbone e delle Due Sicilie mentre i sacerdoti celebravano un Te Deum in onore di Francesco II, Maria Sofia e Pio IX in un tripudio di campane fatte suonare appositamente ad oltranza per richiamare quanti più cittadini e contadini all’evento. Tutto avvenne con rapidità. Centinaia di persone si schierarono sotto il simbolo della legittimità perduta e si diedero da fare con tenacia per respingere le prime decine di guardie nazionali e Carabinieri che erano arrivati dalla vicina Pertosa, dove erano acquartierati. Non fu un lavoro difficile data la disparità numerica ma i fatti di Auletta fecero molto clamore e vennero registrati come uno smacco, gravissimo, per gli occupanti piemontesi. Tanto grave che i vertici del VI Gran Comando Militare di Napoli decisero di intervenire con la solita durezza mirante non tanto ad identificare ed eliminare i guerriglieri, quanto piuttosto a punire la popolazione civile che, accogliendo i “briganti”, avevano dimostrato al mondo, per l’ennesima volta, l’inconsistenza dell’idea unitaria. Per questo compito, accanto agli onnipresenti bersaglieri, i comandanti militari piemontesi decisero di schierare dei veri e propri specialisti in massacro: la Legione Ungherese. Inquadrati come legione ausiliaria alle forze regolari sabaude, i 1400 uomini al comando del Colonnello Mogyorody (reduci dalle campagne garibaldine e dalla battaglia del Volturno) sarebbero diventati tristemente noti per il ruolo da protagonisti in alcuni degli episodi più crudeli e sanguinosi della guerra civile post unitaria coma ad Auletta, Montefalcione e in decine di altri comuni della Terra di Lavoro e del Principato. Bersaglieri e legionari ungheresi, ben armati e preparati, investirono il paese di sorpresa, la mattina del 30 luglio, e, dopo aver messo in fuga i miliziani borbonici, cominciarono a saccheggiare e devastare il paese accanendosi sulla popolazione uccidendo decine di persone compreso il parroco del paese Giuseppe Pucciarelli. Alle 45 vittime accertate si sommano le violenze e le percosse, anche se gli storici dell’epoca parlarono di più di 150 vittime cifra non del tutto esagerata se si tiene conto che furono più di 200 i cittadini di Auletta messi in manette e condotti al carcere di Salerno con l’accusa di cospirazione e rivolta. 

ROBERTO DELLA ROCCA















sabato 19 luglio 2014

Visita al Real Collegio Borbonico di Bronte e del dipinto di Ferdinando II

BY  · 18 LUGLIO 2014




Il Comitato Storico Siciliano, l’Associazione Culturale “Bronte Insieme”, il gruppo facebook “Sicilia Borbonica”, l’Associazione “Officina 667″, ‘Associazione “Parlamento delle Due Sicilie” e la Rete delle Associazioni delle Due Sicilie organizzano una visita guidata a Bronte il 9 di agosto alle ore 11 del mattino presso il “Real Collegio Borbonico di Bronte” (oggi Collegio Capizzi) ed al rarissimo dipinto di S.A.R Ferdinando II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie in uniforme di colonnello del 1° Regg.to di Linea “Re”.
Come altre iniziative similari, anche quella di Bronte si svolgerà all’insegna della riscoperta delle proprie tradizioni culturali e del ricco patrimonio storico che il periodo borbonico e del Regno delle Due Sicilie ha lasciato alla Sicilia, in particolare alla zona etnea, che ebbe un periodo di forte sviluppo economico e sociale durante quell’epoca d’oro.
Accompagnatore e cicerone sarà il Prof. Franco Cimbali dell’Ass. Bronte Insieme

Il sogno di Bentinck (dopo il disastro siciliano): Genova all'Inghilterra!





GENOVA - Dopo aver miseramente fallito nel suo progetto di dominio della Sicilia, Lord William Bentinck, non esitò a tentare di inglobare nei dominions di sua Maestà britannica nientemeno che la secolare repubblica di Genova, già morta a causa dell'occupazione napoleonica (e prima ancora consumata da secoli di crisi e immobilismo politico). L'Inghilterra aveva trovato la strada spianata in Sicilia e in Sardegna dove la corte borbonica e quella sabauda non avevano esitato ad aprire le porte dei governi locali nell'ottica della alleanza anti francese per la riconquista dei rispettivi regni. In una situazione del tutto particolare e delicata si trovavano i popoli degli stati italiani che erano formalmente spariti dalla mappa politica d'Europa con le invasioni napoleoniche ed erano, per di più, privi di rappresentanti o monarchi che potessero reclamare, protestare ufficialmente, pretendere. La rovinosa caduta di Napoleone aveva accelerato la rottura tra la corte di Palermo e quella di Londra mentre si andavano rinsaldando i rapporti tra quest'ultima e Cagliari dove Vittorio Emanuele I manteneva in piedi il Governo piemontese in esilio. Ferdinando IV, ringalluzzito soprattutto dal sostegno del cugino spagnolo, aveva recuperato il controllo sulla Sicilia ottenendo la partenza del viceré Bentinck, e aveva ottime chance di recuperare il trono di Napoli a danno di Murat. Ma a noi interessa soprattutto seguire la parabola del Bentinck che, nel mese di marzo del 1814, sbarcò a Livorno e, credendo di essere ancora in Spagna al seguito di Wellington, con i suoi 8mila soldati reduci dalla Sicilia, lanciò un appello a tutti gli italiani credendo di stuzzicare l'orgoglio della nazione. Peccato per lui che, i livornesi (e più in generale i popoli toscani), non avessero una idea precisa di questa nazione italiana che doveva contribuire a sgominare le guarnigioni degli occupanti francesi. "Gli italiani non hanno la tempra degli spagnoli" avrebbe commentato di fronte alle divisioni tra filo britannici, filo murattiani (l'usurpatore a Napoli coltivava il sogno di accreditarsi come nuovo alleato della coalizione anti Napoleonica e ottenere il controllo della penisola italiana) e tradizionalisti filo asburgici, puntando verso Genova dove il caos era esploso e vecchie aspirazioni indipendentiste avrebbero fatto il gioco degli inglesi. Bentinck non esitò a far proclami e promesse di libertà e indipendenza ritrovata. Il ritorno della "Superba" che avrebbe consentito di ritrovare la centralità genovese in un mondo che aveva dimenticato la gloria dell'antica repubblica. I genovesi carezzarono il sogno e si appoggiarono alle promesse di Bentinck pur di non fare la fine del topo e finire annessi al Piemonte dei Savoia che reclamava un ingrandimento territoriale verso il mare, nelle stanze dei bottoni di Vienna. Al Congresso delle potenze europee, chiamato a ridisegnare la mappa d'Europa dopo l'esperienza napoleonica, il problema di Genova venne derubricato a meno di una questione di secondo ordine e accantonato. 

Il pilastro che però si andava defilando a Vienna come portante del futuro assetto politico del continente era quello della legittimità degli antichi sovrani e dei vecchi stati. Impossibile da credere che un siffatto principio non potesse trovare applicazione per Genova (oltre che per Venezia), eppure così non fu. L'ultimo doge genovese, il marchese Giacomo Maria Brignole (unico nella storia ad essere eletto per due volte alla carica massima dell'antica repubblica), aveva aperto le porte di Genova ai francesi abdicando il 26 giugno 1797 e aprendo la strada all'instaurazione della repubblica ligure che, formalmente indipendente, era poco più di una appendice francese. Distinguendosi in questo dal veneziano Ludovico Manin, che combatté fino alla fine i francesi (rendendo la soppressione della repubblica veneta del 1815 ancora più bruciante), Brignole fu addirittura coinvolto nelle istituzioni del nuovo stato e nominato presidente del governo provvisorio fino al gennaio 1798. Una situazione di sfaldamento delle istituzioni locali che sarebbe stata ben sfruttata da Vittorio Emanuele I per ottenere il tanto agognato ingrandimento territoriale. A Vienna i delegati sabaudi ottennero più di una rassicurazione sul fatto che sia Vienna che Londra avrebbero sostenuto le pretese del loro Sovrano anche se restava da vincere la forte resistenza francese. Il capolavoro politico di Metternich sarebbe stato anche il capolavoro politico di Talleyrand, il ministro degli Esteri di Napoleone (di cui fu sostenitore attivo durante gli anni dell'ascesa) e oggi al servizio del restaurato Luigi XVIII. L'ex Arcivescovo di Autan riuscì a far rientrare nel massimo consesso diplomatico e politico europeo la Francia che era stata devastata dall'ultima guerra delle potenze coalizzate. Una revanche che gli avrebbe consentito di salvare lo Stato separandone i destini in modo netto e chiaro dal suo "stupratore", ovvero l'ex Imperatore esiliato all'Elba. Un progetto politico che resse anche ai 100 giorni e avviò un epoca nuova nelle relazioni tra gli stati. Gli aristocratici genovesi, ansiosi di conservare il peso politico avuto durante l'Impero e preoccupati di recuperare le antiche prerogative, tentarono di appellarsi al popolo ligure aizzandone le ali più estremiste. Torino non poteva competere con Genova, per storia, cultura e tradizioni. La repubblica vantava una storia di empori e colonie in tutto il mondo, un impero repubblicano che aveva spadroneggiato nel Mar Nero e difeso attivamente Costantinopoli fino alla conquista del 1453 e che, da allora, si era battuta degnamente in difesa della cristianità contro i turchi e i berberi, nonché concedendo, tramite i suoi banchieri, prestiti ai sovrani di mezza Europa. Un orgoglio che non poteva essere calpestato in questo modo concedendo la perla genovese alla provincialissima Torino. Invece questo andava defilandosi e Bentinck, anziché aderire ai placet di Londra e pacificare gli animi, continuò a creare scompiglio. 


Il Lord arrivato dalla Sicilia era infatti un whig convinto, un libera di primo piano e, per questo, malvisto dal ministro degli Esteri inglese, l'ultraconservatore Lord Castlereagh che già aveva stabilito di cedere Genova ai Savoia. A convincerlo di questo fu proprio il comportamento che l'ultimo doge di Genova, e tutta la classe politica della Superba avevano tenuto in occasione dell'invasione francese. A giocare un ruolo di primo piano fu l'ambasciatore sardo a Londra, Cesare Ambrogio San Martino conte di Aglié. Nato nel 1770 ed esponente di una delle famiglie più in vista della Torino sabauda, Aglié fu uno dei diplomatici più importanti del periodo ma, a differenza del napoletano Marzio Mastrilli Duca di Gallo (ministro degli esteri di Ferdinando IV, Gioacchino Murat e ancora di Ferdinando I dopo il 1815), lavorò nelle segrete stanze dei governi tenendosi lontano dalle luci della ribalta. La sede della sua azione fu dal 1812 al 1837 Londra e Nello Rosselli, autore di un volume sui rapporti diplomatici anglo-sardi, lo rimprovera proprio di eccessiva riservatezza oltre che di essere indolente ed eccessivamente anglofilo. Anglofilia che lascia pensare ad una adesione alla massoneria di rito scozzese ed anti francese. Con i suoi memoriali, sotto forma di lettere personali indirizzate a Lord Castlereagh, lanciò una dura accusa all'establishment genovese. In una missiva del 16 giugno 1814 scriveva: "Il solo esame della carta geografica dimostra che Genova e il Piemonte devono far parte di un medesimo Stato. Da un lato stanno i prodotti, dall'altro i canali per l'esportazione e l'importazione". Un discorso, quello economico, che non poteva lasciare indifferenti gli inglesi. Ricordando poi di come i genovesi avevano aperto le porte ai francesi, in ogni epoca, pur di salvaguardare i loro interessi economici, completò l'opera. "E' attraverso Genova che i francesi hanno sfondato nel 1794, che si sono sostenuti e hanno trovato i mezzi per entrare in Piemonte nel 1796... E' la resistenza di Genova che ha provocato la catastrofe degli austriaci e la perdita dell'Italia nel 1800. In ogni tempo, la Francia ha attribuito il più grande interesse a conservare lo Stato di Genova nella sua integrità. Non è forse una prova che il contrario è l'interesse dell'Inghilterra. Genova ha sempre venduto ai francesi l'accesso all'Italia, la sua indipendenza e infine, la propria esistenza". Nella mente del ministro britannico Genova era spacciata. Ovviamente non per motivi di filantropia filo sabauda, anzi. Come al solito gli inglesi badavano esclusivamente ai propri interessi. La Gran Bretagna stava vivendo i primi, entusiasmanti e confusi anni della rivoluzione industriale. La produzione industriale era aumentata a dismisura e i prodotti inglesi, che già durante l'epoca napoleonica avevano sofferto del lungo blocco continentale, si stavano accantonando nei magazzini, fatto che avrebbe compromesso la produzione futura e l'occupazione. Genova al Piemonte significava invece avere un punto commerciale per la penetrazione delle merci britanniche verso nuovi mercati, innanzitutto la Svizzera, il nord dell'Italia, l'Austria, il sud della Germania e i Balcani. Bentinck ricevette così il ben servito dalla madrepatria e dovette imbarcarsi rapidamente con le sue giubbe rosse lasciando allo sbando il Governo Provvisorio. Girolamo Serra, nominato il 26 aprile 1814 a capo dell'esecutivo genovese tentò di tenere duro e resistere ma il 26 dicembre dello stesso anno, da Vienna, arrivò la condanna a morte della repubblica di Genova. Vittorio Emanuele I avrebbe incamerato la Liguria e Genova avrebbe visti svanire in modo definitivo i sogni di rinascita. 


Bentinck avrebbe vissuto gli ultimi anni della sua vita in India dove avrebbe gestito l'organizzazione dell'impero britannico nell'Asia meridionale. Le cose non andarono poi, come gli inglesi avevano sperato e poterono sperimentare il comportamento sabaudo. Vittorio Emanuele I, bel lungi dall'essere realista nella conduzione dei suoi affari (e rincuorato dalla restaurazione appena verificatasi) progetto la costruzione di una flotta militare e commerciale che in una lettera al fratello Carlo Felice non esitò a definire "superba". In pratica tentò di farsi cedere a costo zero tutte le navi di piccolo e medio cabotaggio che erano in numero eccedente nella Royal Navy. Gli inglesi invece, se è pur vero che si ritrovavano con un notevole numero di navi in eccesso (dovute al quindicennio di guerra con Napoleone), non avevano alcuna intenzione di regalare il loro tonnellaggio, soprattutto ad un Sovrano, come Vittorio Emanule I, che poteva vantare finanze in buono stato e un cospicuo patrimonio personale. A quel punto il Re di Sardegna impose alla Camera di commercio di Genova una tassa come contributo forzoso per regalare una fregata al Sovrano e nominò alla guida del Tesoro il genovese Carlo Maria Brignole, discendente dell'ultimo doge che aveva, col suo comportamento filofrancese, condannato la Superba. I mercanti inglesi, ipotizzando che si trattasse di una ritorsione del Brignole, rifiutarono di sottoporsi alla gabella e presto anche gli altri mercanti cominciarono a protestare. Fu una crisi vera e propria. Il Morning Chronicle poteva scrivere in quei giorni: "A Torino il Re di Sardegna ha stabilito un governo di preti, ristabilito i gesuiti e saccheggiato il calendario dei santi per trovar dei nomi da dare a ogni piazza e a ogni via della sua capitale. Non vi si scorgon che preti, e soldati, per dar consistenza al paterno regime. Genova, al cui nome ogni inglese dovrebbe arrossire, è stata ceduta a questo sovrano, che ha già fatto rinchiudere nella cittadella di Torino molti dei principali abitanti di quella città, per aver essi sollevato qualche obiezione a diventare suoi sudditi"


Un vero e proprio j'accuse nei confronti dei metodi di Governo del Savoia che fece respirare un clima di rinnovata fiducia a Genova. Fiducia mal riposta, visto che a Londra, il primo a non ripensare a quanto partorito a Vienna, era proprio Lord Castlereagh che richiamò ufficialmente William Hill, astioso ambasciatore inglese a Torino (noto per il suo odio verso i Savoia), che aveva promosso una petizione di protesta contro i piemontesi e parlato di una vera e propria rivolta da organizzare a Genova contro l'occupante. Il ministro inglese alla Camera dei Comuni fu invece molto chiaro: "La naturalizzazione ottenuta in un Paese straniero, non scioglie i sudditi dall'obbedienza che debbono alle autorità del Paese nel quale sono nati, specie quando essi vi risiedano". La pacificazione arrivò con la rinuncia ad altre tasse per la realizzazione della flotta tante volte annunciata e con la regolarizzazione dei rapporti commerciali tra Inghilterra e Piemonte. Mai più ci sarebbe stata fiducia nei confronti di Vittorio Emanuele I e chissà con quale soddisfazione gli inglesi avranno accolto la sua abdicazione arrivata con i moti del 1820. Mai più, da allora, si sarebbero affidati solo ai sovrani di casa Savoia. All'azione a corte si sarebbero affiancate vere e proprie operazioni di intelligence a sostegno di rivoluzionari e massoni, come Pisacane, Mazzini e Garibaldi. Anche sulle macerie di Genova, insomma, si costruì la malaunità d'Italia.

ROBERTO DELLA ROCCA


venerdì 18 luglio 2014

dal 18 luglio al 3 agosto il Festival Musique et Mémoir


Dal 18 luglio al 3 agosto si svolgerà in Alta Saona il Festival Musique et Mémoire.

È nella Terra dei Mille Laghi, situata al confine settentrionale dell'Alta Saona, che è nato nel 1994, il festival Musique et Mémoire. In queste terre ancora selvagge, dove fitte foreste e placide acque si offrono alla contemplazione e ai sogni, il festival Musique et Mémoire rivisita attraverso un aspetto artistico  patrimonio essenziale per capire l'identità del territorio. 

Nel corso delle edizioni, il festival Musique et Mémoire ha ampliato il suo campo, aprendo il suo programma a eccezionali siti culturali e al patrimonio dei Vosgi della Saona (cappella Notre-Dame du Haut a Ronchamp, Basilica di  Saint Pierre de Luxeuil-les-Bains, chiesa priorale di Marast, auditorium e la chiesa Lure) e, dall'edizione 2008, l'Area Urbana Hericourt-Belfort-Montbéliard (fortezza del Mont Vaudois e del tempio d’Héricourt, chiesa di Sainte-Odile e Tempio di Saint Jean de Belfort). Il Festival Musique et Mémoire oggi si pone come un evento di riferimento nel panorama culturale regionale e in particolare nel nord della Franca Contea. La crescente e costante partecipazione del pubblico, così come il riconoscimento regionale e nazionale dei media, mostrano l'interesse del processo artistico perseguito. 


Il Festival Musique et Mémoire è il risultato di un lavoro appassionato e duro di una squadra di volontari associati con professionisti delle arti dello spettacolo e parte di una rete di collaborazioni artistiche, culturali e istituzionali costantemente rinnovati.

http://www.musetmemoire.com


mercoledì 16 luglio 2014

Il compleanno della Principessa Carmen di Borbone. L'omaggio dei Napoletani in Francia


S.A.R. la Principessa Maria del Carmen di Borbone delle Due Sicilie
(al collo il foulard celebrativo dei 50 anni dell'Associazione Ex Allievi Nunziatella)


CANNES – Un compleanno napoletano, almeno in parte, per la Principessa Carmen di Borbone delle Due Sicilie che ha trascorso il suo 90esimo genetliaco nella sua residenza privata in Provenza assieme a parenti e amici. Un appuntamento familiare a cui non sono mancati ospiti regnicoli. La Principessa Maria del Carmen è la sorella del compianto Principe Ferdinando, padre dell’attuale Capo della Real Casa di Borbone Due Sicilie, il Principe Carlo Duca di Castro, e figlia di Ranieri (nipote, dunque, di Alfonso Conte di Caserta). Alla piccola festa familiare, che si è svolta la sera di domenica 13 luglio scorso, non hanno esitato nel far sentire la vicinanza dei popoli dell’antico Regno i rappresentanti del nostro istituto. Invitati da S.A.R. la Principessa Béatrice, il Presidente comm. Giovanni Salemiaccompagnato dalla sig.ra Caterina Ossi e dai cavalieri Giancarlo Rinaldi e Roberto Della Rocca, hanno omaggiato la festeggiata. Presenti alla cena anche la Principessa Anna, seconda figlia di Ferdinando, ed una pronipote della Principessa Urraca, figlia della contessa Stillfried. Prima della cena il “drappello” napoletano ha consegnato alla Principessa Carmen un copritavolo in seta di San Leucio, alcune eccellenze alimentari della Campania, il volume Ottocento Napoletano donato dalla Responsabile del Museo di Capodimonte dr.ssa Linda Martino, e un foulard celebrativo prodotto nel 2000 in occasione del 50esimo anniversario dell’Associazione Nazionale Ex Allievi della Nunziatella (introvabile ma ottenuto grazie all’interessamento del Past President, dr. Giuseppe Catenacci). Durante la cena si è parlato molto di Napoli e dell’ex Regno, della sua storia e delle sue bellezze, suscitando più di un sorriso e ricordo alla festeggiata. Non un addio ma un arrivederci alla prossima occasione ha messo fine ad una splendida serata.

cs 

La residenza della Principessa Carmen di Borbone Due Sicilie

La Principessa Carmen legge la dedica della Direttrice del Museo di Capodimonte

Uno dei magnifici elementi della vegetazione della residenza reale. Uno dei pini più antichi della Provenza.

Uno scorcio, al tramonto, della residenza borbonica.

La Principessa Anna (a sinistra) e la sorella Beatrice.

Le LL.AA.RR. Principesse Carmen e Anna

La Principessa Beatrice con il Comm. Salemi e gli altri convenuti


domenica 6 luglio 2014

5 luglio 1830, lo zolfo siciliano va a Parigi!




FERDINANDO II
per la grazia di dio re del regno delle due sicilie,
di gerusalemme ec. duca di parma, piacenza, castro ec. ec.
gran principe ereditario di toscana ec. ec. ec.

Dovendosi stipulare il contratto di società con la compagnia Taix Aycard e Comp. per lo spaccio degli zolfi de’nostri reali dominii di là del Faro; Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue:
art. 1. Il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni è autorizzato ad intervenire nel nostro real nome alla stipula dell’anzidetto contratto.
art. 2 Lo stesso nostro Ministro è incaricato della esecuzione del presente decreto.
Firmato, FERDINANDO.
Il Ministro Segretario di Stato degli affari interni. Firmato, Nicola Santangelo.
Il Conigliere Ministro di Stato Pres. Interino del Cons. de’Ministri. Firmato, Marchese Ruffo.”

E’ con questo decreto, firmato dal Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone il 5 luglio 1838, che si apre uno degli scontri economici e politici più duri tra Sua Maestà Siciliana e il Governo Britannico. Uno scontro passato alla storia come “Guerra degli zolfi” e che sarebbe potuto rapidamente trasformarsi in guerra se non ci fosse stata la mediazione della monarchia francese. Durante uno dei suoi viaggi in Sicilia, Ferdinando II, aveva visto con i propri occhi la miseria generata dallo sfruttamento britannico dello zolfo siciliano. Uno sfruttamento che trovava le proprie radici all’epoca della rivoluzione francese, quando il Regno di Napoli si trovò a dipendere dalla protezione della flotta inglese, e che negli anni ’30 dell’ottocento non trovava più giustificazioni. Le ragioni erano di carattere morale ma soprattutto economico.

LO ZOLFO E LA SUA ESTRAZIONE
Conosciuto già in epoca antica, furono i romani a utilizzare lo zolfo a fini bellici impiegandolo come miscela con altri combustibili. Nulla di paragonabile all’uso che se ne sarebbe fatto a partire dalla fine del 1700 quando la scoperta del metodo Leblanc consentì una produzione su scala industriale. Ad ideare il sistema fu il chimico Nicolas Leblanc che partecipò con esso ad un concorso promosso dall’Accademia Francese delle Scienze. Il processo produttivo prevedeva la formazione di solfato sodio cui veniva aggiunto, in un secondo momento, carbone e carbonato di calcio i quali, riscaldati, consentivano di ottenere il carbonato di sodio, utilizzato poi nell’industria bellica. A rendere il metodo Leblanc un problema erano i prodotti di scarto, acido cloridrico e solfuro di calcio altamente inquinanti e tossici, ma, nonostante questo, esso rimase attivo fino al 1863 quando il metodo Solvay, che otteneva gli stessi risultati senza scarti inquinanti, venne adottato dal sistema produttivo inglese (il governo Palmerston stipulò l’Alkali Act, una vera e propria legge antinquinamento che favorì la scomparsa del Leblanc). Durante i primi anni dell’800 lo zolfo divenne un prodotto ricercatissimo soprattutto da quelle potenze proto-imperialistiche che mantenevano in piedi il proprio impero coloniale ed economico grazie all’uso della forza, come l’Inghilterra e la Francia.

S.M. Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie


LO ZOLFO SICILIANO
Circa l’80% dello zolfo prodotto all’inizio del XIX secolo in Europa, era frutto del lavoro dei siciliani. Le attività estrattive si erano intensificate durante l’epoca napoleonica. Spinti in Sicilia per un decennale esilio, i Borbone si giovarono del sostegno inglese e gli inglesi estesero la propria influenza sull’isola e sulle sue attività. Numerosi industriali britannici cominciarono ad acquistare sempre più fasce di terreno siciliano che si aggiunsero a quelle concesse dal Sovrano ai più meritevoli tra i suoi alleati (a Nelson fu concessa la Ducea di Bronte su cui nel 1860-61 si sarebbe verificata la nota repressione garibaldina) e questa espansione in Sicilia continuò fino al 1812 quando, con la costituzione siciliana, gli inglesi elessero l’isola a loro protettorato creando allarme e malumore nella corte borbonica in esilio. La situazione si modificò radicalmente con il Congresso di Vienna che restituì Napoli a Ferdinando e soppresse l’indipendenza politica siciliana. Le concessioni inglesi non vennero ritirare ma, in un clima di rinnovata concordia con il restaurato Luigi XVIII, anche i francesi cominciarono ad interessarsi al commercio dello zolfo diventato, a partire dal 1820 una produzione industriale vera e propria. Tra il 1828 e il 1830, stima il De Blasi, che quasi 40.000 tonnellate di materiale estratto e lavorato in Sicilia, giunse in Francia per essere lavorato ma la mancanza di imprese produttive e la concorrenza delle piriti estratte (nonché lavorate) tra l’Umbria e la Toscana, alla fine provocò un altalenante andamento dei prezzi. Quando Ferdinando II visitò la Sicilia orientale nel 1836 si fece un quadro ben chiaro della situazione e cercò di trovare una soluzione cercando una sponda da Parigi.




IL CAOS FRANCESE
La trattativa tra il Re delle Due Sicilie e quello dei Francesi non costituiva un mero passaggio formale. Molte cose erano cambiate, a Parigi. Sostenitore dei Borbone di Francia, i Sovrani di Napoli nel corso della storia avevano mantenuto un lungo e complesso rapporto politico e familiare con la Casa di Francia. Rapporti familiari interrotti dalla rivoluzione e ripresi, seppure con minore slancio (a causa del nuovo ruolo di potenza minore imposto ai francesi dal Congresso di Vienna), nel 1815 quando divenne Re di Francia Luigi XVIII, fratello del defunto Luigi XVI. Con Ferdinando I e suo figlio Francesco i rapporti erano stretti e intimi tanto che la sorella di Ferdinando II Maria Carolina, sposò, nel 1816, il principe francese Carlo Ferdinando e, 4 anni dopo, gli aveva dato un figlio (il futuro Enrico conte di Chambord, pretendente al trono). La rivoluzione del 1830 spazzò via i Borbone lasciando spazio a Luigi Filippo d’Orleans, figlio di quel "Philippe Égalité" che aveva più che flirtato con la rivoluzione del 1789 e che era stato in seguito ghigliottinato. I rapporti si erano così freddati ma l’Orleans, per quanto considerato usurpatore dai legittimisti, aveva la corona e gestiva gli affari di Francia (seppure fosse, più demagogicamente, solo Re dei Francesi) e il Re delle Due Sicilie con Luigi Filippo avrebbe dovuto relazionarsi. Tanto più che proprio Luigi Filippo aveva in simpatia Napoli e i suoi Sovrani perché era stato loro ospite in Sicilia negli anni dell’impero Napoleonico e di quella frequentazione aveva conservato un bel ricordo.


L’ACCORDO CON I FRANCESI
Tanto importante era diventata la questione degli zolfi siciliani che Ferdinando II dimentico delle pretese della sorella, ormai in esilio chiamata Duchessa di Berry (tale era il suo titolo matrimoniale), si recò a Parigi aprendo un canale di dialogo stabile con il Re dei Francesi e, in prossimità della chiusura dell’accordo, evitò di incontrare la sorella che era arrivata a Napoli per protestare partendo per un improvvisato viaggio verso le province pugliesi. Le condizioni che i francesi presentavano erano ottime per i Siciliani. Con l’esplosione della produzione tessile in Francia ed Inghilterra, crebbe la domanda dello zolfo finalizzato alla creazione di acido solforico indispensabile a quel settore. Il costo del cantaro di zolfo siciliano passo in dodici mesi da 11 a 53 carlini, mentre la produzione triplicò toccando i 900mila cantari estratti. Talmente tanto ne venne prodotto che non si sapeva a chi vendere i minerali che furono ceduti sottocosto. La costruzione di 25 Km di strada carozzabili da realizzare ogni anno, l’impegno di aprire industrie in Sicilia per la lavorazione dello zolfo, nonché una revisione al rialzo degli incassi destinati alle Due Sicilie con aumenti dell’importazione dall’isola verso la Francia, convinsero Ferdinando alla concessione del monopolio alla Taix & Aycard con decreto reale del 10 luglio 1838.

LA REAZIONE INGLESE
Una decisione, quella napoletana, che giungeva mentre stava per chiudersi un trattato commerciale con gli inglesi che miravano a far diminuire i dazi doganali imposti da Napoli per tutelare le produzioni nazionali. L’accordo con la Taix minava la capacità britannica di procurarsi lo zolfo. I francesi avrebbero acquistato ogni anno 600mila cantari di zolfo a 23 carlini l’uno, e “acquistando” i restanti 300mila cantari di zolfo non estratto a 4 carlini. Sui mercati lo zolfo cominciò a vendersi a 43 carlini il cantaro, più del triplo rispetto all’anno precedente. Il ministro degli esteri inglese, Lord Palmerston (che nel 1860 avrebbe brigato con Garibaldi e i piemontesi), fu durissimo e, dopo aver scatenato la prima guerra dell’oppio, era pronto ad aprire un nuovo fronte nel Mediterraneo, tanto da inviare una serie di rimostranze ufficiali annunciando l’uso della flotta militare contro i mercantili bianco gigliati. Approfittando dello slancio di Ferdinando II verso l’appeasement gli inglesi alzarono il tiro cominciando a chiedere una riduzione dei dazi e lamentandosi della chiusura economica delle Due Sicilie che non garantiva la reciprocità commerciale. Le rimostranze sarebbero state inaccettabili per qualsiasi sovrano e Ferdinando II prese tempo, avviando trattative con Londra e Parigi. Il 14 aprile 1840, rovesciando il tavolo del confronto, la tante volte annunciata squadra navale britannica giunse a Napoli e tre giorni dopo cominciarono le rappresaglie.


LA CRISI DELLO ZOLFO

Da quel momento si aprì la vera e propria crisi dello zolfo che per alcuni mesi avrebbe potuto condurre alla guerra aperta tra la Gran Bretagna e le Due Sicilie. Ferdinando II non accettò la pressione inglese e ai furti messi in atto dagli inglesi ai mercantili napoletani davanti Capri il giorno 17 aprile rispose con un decreto militare con cui ordinava l’armamento delle coste del Regno e aumentando, giorno 19, le truppe in Sicilia. Il giorno seguente Ferdinando seguiva la diplomazia accettando la mediazione che, da Parigi, Luigi Filippo d’Orleans, gli offriva. Nonostante l’apertura di una trattativa ufficiale le navi inglesi continuarono a minacciare il Golfo di Napoli e Ferdinando il giorno 22 aprile, ne dispose il sequestro costringendo gli inglesi a sbarcare. Fu l’ambasciatore britannico a risolvere la situazione arrivando a stipulare il 26 aprile una convenzione preliminare di accordo con Napoli con cui otteneva la fine del sequestro della squadra inglese assicurando (come poi effettivamente fu) la fine delle rappresaglie. A quel punto si doveva capire come uscire da quel cul de sac. Ferdinando non avrebbe accettato la prepotenza inglese e per ben due volte, a maggio e a luglio, si recò in Sicilia per una visita articolata tra Palermo, Messina e Siracusa (una terza volta vi si recò ad ottobre. La Sicilia che contava era favorevole all’accordo e meno propensa allo scontro militare. Il 16 maggio si aprì ufficialmente la trattativa a Parigi che il 21 luglio giunse ai risultati sperati. Il contratto tra il governo siciliano e la Taix fu annullato dietro pagamento di una forte indennità all’impresa francese ma gli inglesi dovettero accettare il dazio di estrazione fissato a 20 carlini a quintale che avrebbero coperto l’abolizione del dazio sul macinato. Un vero e proprio  rinvio ai supplementari visto che, se Ferdinando era stato costretto ad una marcia indietro, gli inglesi non apprezzarono l’operato di Palmerston. Il partito Whig perse le elezioni del 1841 e il nuovo governo Tory riprese con maggiore vigore la trattativa commerciale con Napoli. Nell’accordo del 1845 l’Inghilterra ottenne libertà di commercio e navigazione ma, non solo avrebbe dovuto garantire condizioni di lavoro meno massacranti, ma anche una revisione al rialzo degli incassi dei napoletani (che ottennero l’esclusiva sul commercio di cabotaggio). Una conseguenza politica fu l’apertura, nel Governo del regno, di un dibattito politico sull’impostazione economica da dare alle Due Sicilie. Il principe Cassaro, responsabile degli Esteri, capeggiava il fronte di quelli che avrebbero voluto una maggiore apertura commerciale del Regno alle altre potenze. Il suo partito venne sconfitto e Cassaro rassegnò le proprie dimissioni. La politica delle Due Sicilie era però cambiata e si era aperta visto che libertà di commercio e navigazione fu sancita anche da accordi con Francia e Russia (sempre nel 1845) e, negli anni seguenti, ad altri stati europei.

ROBERTO DELLA ROCCA

mercoledì 2 luglio 2014

La rivoluzione (breve) nel 1820 a Napoli


E’ un uomo magro con i capelli neri quello che si aggira nella notte tra il primo e il due luglio 1820 a Nola, appena fuori le caserme militari dove dimorano i soldati del Re di Napoli. Si tratta di Michele Morelli, sottotenente nel reggimento di cavalleria Real Borbone di stanza nel comune della Terra di Lavoro. Ufficiale con il “vizietto” della carboneria, ambiente massonico e segreto in cui era entrato negli anni della giovinezza quando, a 16 anni, serviva nell’esercito dell’occupante francese. Un vizietto che la politica dell’amalgama voluta da Ferdinando di Borbone, al suo rientro a Napoli dopo la chiusura del congresso di Vienna, aveva tollerato e non visto. Una scelta politica conciliante che avrebbe portato ad effetti nefasti sugli ultimi 40 anni di vita dei plurisecolari domini di Sua Maestà Siciliana. Morelli parla molto assieme agli altri confratelli carbonari. Negli ultimi mesi le riunione si sono intensificate e i contatti con le città del Regno moltiplicati. C’è tutto un mondo in fermento, gli ufficiali militari come i fratelli Pepe (Florestano e Guglielmo), Pietro Colletta, Giuseppe Silvati e Michele Carrascosa, giuristi del calibro di Giustino Fortunato, letterati e pensatori e anche esponenti del clero, come il prete “anarchico” Luigi Minichini. Quello che bolle in pentola è qualcosa di più di una riunione carbonara. Ringalluzziti dall’esperienza costituzionale spagnola, i carbonari napoletani mettono in piedi una vera e propria congiura per costringere Ferdinando I a fare come l’Augusto parente spagnolo e concedere quelle riforme costituzionali che consentirebbero all’alta borghesia di limitare i poteri del Sovrano e arraffare il più possibile all’interno dello stato napoletano. Tutto si muove da Nola dove Morelli e Silvati con poco meno di 150 soldati si mettono in marcia per fare proseliti nelle campagne e nelle città. La marcia non è fortunata: Minichini e Morelli litigarono sulla strategia da seguire circondati dall’indifferenza più completa del popolo napoletano, stanco di nuovi tumulti e di altro caos dopo il decennio francese. Nemmeno la protezione di San Teobaldo di Provins riuscì a favorire la riconciliazione e il prete anarchico lasciò la compagnia quando, entrati i rivoltosi ad Avellino (dove li attendeva il Generale Pepe), i vertici militari tennero a precisare che Ferdinando sarebbe rimasto Re e che avrebbe concesso una Costituzione su modello spagnolo. Il 5 luglio la rivolta giunse a Salerno e a Napoli dove numerosi reparti militari si schierarono con il Generale Pepe, in parte per la sua autorevolezza (indiscussa) in parte per la laboriosa opera degli ufficiali figli del decennio. Il giorno seguente Ferdinando I, ultimo figlio dell’ancien regime e più anziano sovrano d’Europa, dovette concedere la Costituzione. Fu un fuoco di paglia. La rivoluzione del 1820 non aveva né capo né coda. Mancava il supporto del popolo. Apertamente ostile la monarchia. Intimidita e all’opposizione l’aristocrazia conservatrice ma anche larga parte dell’apparato produttivo napoletano che non era intenzionato a farsi trascinare in una nuova folle stagione politica. L’impianto era fragile e Ferdinando I, ai cui occhi non era stato risparmiato nulla durante il suo lungo regno, lo sapeva molto bene. Colse così una duplice occasione per risolvere il problema. Sulla base di un articolo segreto del Trattato di Vienna stipulato nel 1815 dalle potenze alleate vittoriose su Napoleone, il neo costituito Regno delle Due Sicilie si impegnava a non alterare l’equilibrio politico interno adottando costituzioni di tipo francese ma restando aderente al modello delle monarchie conservatrici dell’Europa centro orientale. In questo modo decise di partire per Lubiana dove l’Imperatore d’Austria, il Re di Prussia e lo Zar di Russia si sarebbero incontrati per un congresso figlio della politica del concerto che, dal 1816, promuoveva la Santa Alleanza. Prima di partire Ferdinando rassicurò tutti lasciando al figlio Francesco la reggenza. Diede ordine inoltre di schiacciare i rivoltosi che, in Sicilia, si erano messi al seguito di Giuseppe Alliata di Villafranca e del Principe di Paternò Castello, esponenti di quel baronato che malamente aveva digerito l’annessione di fatto della Sicilia a Napoli decisa a Vienna. Agli ordini di Florestano Pepe e poi di Pietro Colletta, entrambi liberali simpatizzanti del moto napoletano, le truppe sbaragliarono i rivoltosi e ripresero Palermo entro la fine dell’anno. La reazione in Sicilia servì ad alienare ancora di più le simpatie degli estremisti verso gli ufficiali al comando a Napoli. Nessuno si stupì, e pochi se ne ebbero a male, quando, agli inizi del 1821, fu Ferdinando I a chiedere aiuto agli alleati e ad ottenere l’invio di un esercito austriaco poderoso, oltre 50mila uomini, con cui si mise immediatamente in marcia verso Napoli. Attendere l’arrivo degli austriaci sarebbe stato controproducente. Per questo motivo Pepe e Carrascosa, con l’esercito costituzionale, si avvicinarono agli Abruzzi e affrontarono, alle gole di Antrodoco, i soldati stranieri. Il 7 marzo 1821, poco meno di nove mesi dall’avvio della marcia di Nola, tutto era finito. Il 24 marzo gli austriaci entrarono a Napoli e riportarono sul trono Ferdinando che poté chiudere il Parlamento napoletano che non lasciò rimpianti in molti. Alcune cose sono da aggiungere. Al rientro nella capitale Ferdinando affidò la gestione della salute pubblica al nuovo ministro della Polizia, il Principe di Canosa, uomo dalla fama oscura e negativa. A smentire la forza del tiranno l’esempio del giovanissimo musicista Vincenzo Bellini che, trovandosi a Napoli come studente del Real Collegio della musica di San Sebastiano, aveva preso parte alla rivoluzione. Gli bastò, come prescriveva la “dura legge del tirannico Borbone”, ritrattare la sua adesione alla rivolta e ottene, come molti altri (la maggior parte dei quali insinceri), il condono. L’arrivo degli austriaci creò un serio problema economico per le casse dello stato napoletano. Problema che riuscì a risolvere il Re Francesco, una volta arrivato sul trono alla morte del padre. Senza suscitare le ire dell’imperatore d’Austria (che anzi volle fargli l’onore di concedergli il Toson d’Oro) ottenne, nel 1827, il rientro delle forze alleate (che si trovavano a Napoli a spese delle Due Sicilie). Diversamente andò per i vertici militari della rivolta. Pepe e numerosi altri emigrarono all’estero. Morelli e Silvati tentarono anch’essi la fuga. 


Il 10 aprile con una nave di fortuna si imbarcarono verso l’Albania ma il maltempo li dirottò su Ragusa e, da lì, raggiunsero la Bosnia. Morelli tornò in Italia ma, arrivato in Abruzzo, fu assalito da un gruppo di banditi e, per chiamare soccorso finì per essere riconosciuto e arrestato. Tradotto prima al carcere di Foggia e poi a Napoli, dovette affrontare, assieme a Silvati finito anche lui agli arresti, il processo. Entrambi accusati di cospirazione furono condannati a morte e impiccati il 12 settembre 1822. Per quanto piccolo e breve, il 1820 napoletano, diventa importante se esaminato soprattutto allargando la visuale al contesto europeo. Solo così si possono recepire le differenze tra i tanti 1820 che si hanno in Europa. Fondamentale chiarire che il fallimento dei moti del ’20-’21 fu solo una battuta d’arresto del programma d’azione liberale che, da quel momento, avrebbe marciato in modo molto più organico e molto più pericoloso.

Roberto Della Rocca