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sabato 29 giugno 2013

Lettera del nostro Presidente in occasione dell'incontro di Fenestrelle.


Duccio carissimo, si avvicina il giorno in cui tu e quanti volenterosi compatrioti ci saranno, vi recherete a Fenestrelle per ricordare quei valorosi Soldati delle Due Sicilie che in quel forte, per cattiveria del vincitore trasformato in carcere, morirono, nel pieno rispetto del loro giuramento.
Essi vinti dalla mala sorte, dal tradimento, dalla incapacità o codardia  di capi e non certo manchevoli di valore militare e di virtù civile, dettero ulteriore dimostrazione dell'attaccamento dell'uomo del Sud alla propria terra, alla propria Patria, identificata nella figura del Re e ne è prova chiara ed eclatante quella frase di risposta  all'adescamento piemontese: ""UNO DIO, UNO RE"".
Si sacrificarono oltre ogni misura e il Loro ricordo deve essere per noi motivo di vanto e sprone a ricordare, ricordare e ricordare e riprenderci la nostra identità di Popoli delle Due Sicilie.
Purtroppo contrariamente all'anno scorso quando con te applicammo la targa ricordo dell'Istituto Due Sicilie e dell'Associazione Capitano De Mollot, quest'anno non ci è possibile, per motivi di ordine vario, partecipare a questo pellegrinaggio che sotto l'egida dei Comitati Due Sicile, tu, con tanto amore, curi e dirigi: consideraci presenti e noi in quel giorno lo saremo con il nostro pensiero e con una preghiera.
Ti abbraccio  e dico Viva le Due Sicilie.                         

Caramente,
Gianni  Salemi


Fenestrelle luglio 2012,  il nostro Presidente (a destra) accanto alla lapide apposta nel 2008 e alla targa dell'Istituto di Ricerca Storica elle Due Sicilie e dell'Ass. Culturale de Mollot, insieme con Duccio Mallamaci (centro)  ed Aldo Clemente (sin.)

sabato 22 giugno 2013

La verità in quelle carte finite in fondo al mare: la “strana” morte di Ippolito Nievo



Un paio d'anni fa Fazi editore ha pubblicato un romanzo storico di Paolo Ruffilli dal titolo “L'isola e il sogno” (Roma 2011, pp. 208) interamente dedicato alla vita, breve ma avventurosa, di Ippolito Nievo, l'autore de “Le confessioni di un italiano”, opera uscita postuma nel 1867. In realtà, però, va detto, a scanso di equivoci, che la vita del nostro non fu per niente romanzata ma ebbe risvolti drammatici e, nello stesso tempo inquietanti, che gettano una luce cupa sulla fin troppo ridondante epopea risorgimentale. Ma procediamo con ordine. Ippolito era nato nel 1831 a Padova da un'agiata famiglia. Giovanissimo aveva partecipato attivamente ai moti del 1848. Ma era stato soprattutto l'incontro con Giuseppe Garibaldi a condizionare la sua vita tanto che nel 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi per poi indossare la camicia rossa e partecipare, l'anno seguente, alla spedizione dei Mille. Il giovane Ippolito si comportò così bene in Sicilia che il generale di rosso vestito lo nominò vice-intendente generale della spedizione. Il Nievo compilò un diario in cui annotò con precisione certosina tutti gli accadimenti che si verificarono dal 5 al 28 maggio del 1860. In seguito fece ritorno a Torino soddisfatto di aver dato il suo apporto alla causa dell'unità nazionale. Nel frattempo, però, le cose avevano preso una piega non proprio prevista. Garibaldi, infatti, era stato messo da parte senza troppi riguardi (il 9 novembre aveva abbandonato Napoli e si era ritirato nel bucolico esilio di Caprera) e ogni cosa veniva vagliata e decisa dal re Vittorio Emanuele II e dal suo perfido primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, attraverso una gestione di luogotenenza che aveva insediato a Napoli alcuni fedelissimi alla corona sabauda. L'aver esautorato completamente Garibaldi, però, si rivelò assai pericoloso. Il generale, infatti, godeva ancora, e non solo in Italia, di moltissime simpatie e la sua impresa era stata esaltata da tutti gli organi di informazione del continente europeo. La manovra sabauda, insomma, rischiava di far esplodere una polveriera i cui effetti avrebbero anche potuto essere destabilizzanti per una nazione, quella italiana, che si era appena costituita e che si reggeva su gambe malferme. Ma ecco allora che il diabolico conte di Cavour ne pensò un'altra delle sue. Per mezzo di alcuni suoi emissari iniziò a far circolare voci sull'allegra gestione finanziaria che avrebbe caratterizzato la spedizione di Garibali in Sicilia. Erano soltanto voci oppure c'era qualcosa di vero? Difficile saperlo con matematica certezza. Sta di fatto che il gigantesco fiume di denaro raccolto grazie alle generose sottoscrizioni effettuate sia in 'Italia che all'estero (specialmente dall'Inghilterra), che poi aumentò considerevolmente grazie alla confisca dei depositi finanziari del governo borbonico sull'isola, raggiunse la stratosferica cifra di 600 miloni di lire. Garibaldi affidò l'amministrazione di tale ingente patrimonio ad Agostino Bertani, medico milanese di fervente fede repubblicana, di fatto il “cassiere” della spedizione dei Mille. Nessuno ha mai potuto accertare se Bertani abbia impiegato quel denaro o, per lo meno una parte di esso, per fini che niente avevano a che vedere con la campagna garibaldina. Una cosa però è certa: all'improvviso il medico meneghino diventò ricchissimo, il che prima non era. Una circostanza che, al di là della subdola manovra di Cavour, fece ingenerare moltissimi sospetti. Bertani tentò di difendersi dalle accuse presentando un rendiconto in cui vennero elencate nei dettagli le entrate e le uscite della spedizione. Ma neanche questa operazione riuscì a dissipare dubbi e perplessità sul suo operato. Anche perché da quei conti risultava un residuo di 17 milioni di lire che, però, stranamente, in cassa non c'erano. Dov'erano finiti quei soldi? Mistero. Né Bertani seppe giustificare il clamoroso ammanco. Ed è proprio in questo momento che torna alla ribalta il nostro Ippolito Nievo che da vice intendente aveva curato la gestione finanziaria della spedizione lavorando a stretto contatto di gomito con il Bertani. Anzi, mentre quest'ultimo dirigeva il tutto da Genova, egli si trovava proprio lì, in Sicilia. Per questo a Torino pensarono bene di affidare al Nievo il delicato incarico di tornare sull'isola per cercare di recuperare ogni sorta di documentazione sulla gestione finanziaria dell'impresa garibaldina. Una missione che anche Garibaldi vedeva di buon occhio, conoscendo la zelo e la precisione del giovane Ippolito, anche perché in tal modo sperava di mettere fine a quella ridda incontrollata e denigratoria di voci. Nievo, nel suo diario, aveva annotato con precisione maniacale ogni cosa. Compreso il numero degli arruolati, le paghe ad essi corrisposte, i costi delle forniture militari e le spese di gestione. Spesso si era trovato in disaccordo con i responsabili della guerra del governo dittatoriale, riscontrando una enorme confusione e conti che non quadravano. Ippolito si imbarcò sul vapore “Elettrico” a Napoli il 15 febbraio del 1861 e giunse a Palermo tre giorni dopo. Verso la fine del mese, dopo aver raccolto una imponente documentazione cartacea che stivò in sei capienti casse, si imbarcò sul vapore “Ercole” per far ritorno a Napoli. Sulla nave, al comando del capitano Michele Mancino, vi erano 63 marinai, 12 passeggeri e 233 tonnellate di merci. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo, giunti quasi in vista dell'isola di Capri e, quindi, molto vicini alla meta, la nave improvvisamente si inabissò. Non ci fu alcun superstite. Si trattò, in effetti, di una strana circostanza in quanto quella notte il nave era piatto come una tavola e ottime le condizioni atmosferiche. Forse quella vecchia carretta aveva avuto un cedimento strutturale. O forse no. Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, parecchi anni dopo, parlò senza mezzi termini di affondamento provocato da una esplosione. L'Ercole, insomma, fu fatto saltare in aria e sprofondare negli abissi marini proprio per distruggere prove lampanti di situazioni poco lecite e compromettenti. Ma per chi? Per Garibaldi o per i suoi amici/nemici di Torino? Una domanda alla quale, ormai, nessuno potrà più dare risposta. La scomparsa di quei documenti, nei quali si trovava di certo la chiave per risolvere il mistero, non placò le polemiche tra cavouriani e garibaldini che anzi proseguirono roventi per un bel pezzo. E se i primi continuavano ad evidenziare l'allegra gestione finanziaria e le ruberie dei garibaldini nel periodo della dittatura siciliana, questi ultimi, invece, parlavano di misteriosi agenti del primo ministro entrati in azione per cancellare scomode verità. Come quelle contenute nei bauli di Ippolito Nievo finiti in fondo al mare del golfo di Napoli e non più ritrovati. E' questa una pagina tanto inquietante, quanto poco conosciuta, estrapolata tra i tanti e controversi eventi che portarono all'unità d'Italia. Eventi che non furono tutti eroici né tanto meno edificanti. Ma questo la vulgata storica dominante non lo riconoscerà mai.


martedì 18 giugno 2013

Cerimonia di investitura di Cavalieri e Dame dell'Ordine Costantiniano al santuario di San Gabriele dell'Addolorata






Isola (Abruzzo Ulteriore Primo, Distretto di Teramo, Circondario di Tossicia): Sabato 15 giugno, presso la splendida basilica del santuario di San Gabriele dell'Addolorata, nel comune abruzzese di Isola del Gran Sasso (TE), si è celebrato il solenne rito delle investiture dei Cavalieri e delle Dame del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, delle delegazioni di Marche e Umbria ed Abruzzi e Molise. Cerimonia quanto mai significativa considerata la ricorrenza del 1700° anniversario dell'apparizione della Croce all'imperatore Costantino (“in hoc signo vinces”). Il rito di investitura e la successiva celebrazione eucaristica è stata presieduta da Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Renato Raffaele Martino, Gran Priore dell'Ordine, alla presenza di S. E. l'Ambasciatore Conte Giuseppe Balboni Acqua, segretario generale della Real Casa e degli ordini dinastici e delegato per le Marche e l'Umbria e di S. E. il marchese Baldassarre Castiglione di Poggio Umbricchio, delegato per gli Abruzzi e il Molise. 
Presente alla cerimonia anche S.E. Mons. Michele Seccia, vescovo della Diocesi di Teramo-Atri. che ha rivolto parole di saluto al Gran Priore dell'Ordine, ai delegati ed ai cavalieri e neo-cavalieri presenti.
Alla cerimonia ha preso parte anche una delegazione dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, guidata dal presidente, comm. Giovanni Salemi, e dai cavalieri Francesco Salemi, Fernando Riccardi e Giancarlo Rinaldi, membri del direttivo dell'Istituto.
Abruzzo Ulteriore Primo




un momento della bella cerimonia

S. Eminenza Rev.ma, card. Reanato Raffaele Martino, Gran Priore del SMOC di San Giorgio
da sin.il delegato degli Abruzzi, il marchese Baldassarre Castiglione di Poggio Umbricchio, S.E. l'ambasciatore, Conte Giuseppe Balboni Acqua, Segretario Generale della Real Casa e degli Ordini Dinastici e delegato per le Marche, 
i cavalieri


S.E. Mons. Michele Seccia, vescovo di Teramo-Atri
la foto di gruppo insieme con il Gran Priore, il Segretario Generale della Real Casa e degli Ordini Dinastici, i delegati e  S.E. il vescovo di Teramo-Atri
i cav, Riccardi, Rinaldi e Salemi insieme con S.E. l'amabasciatore, Conte Giuseppe Balboni Acqua


il nostro presidente, comm. Giovanni Salemi, con il mantello sul braccio, insieme con altri cavalieri membri dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie





venerdì 14 giugno 2013

Convegno storico alla caserma “Salomone” di Capua


CAPUA: Martedì 11 giugno, presso la caserma “Salomone” di Capua si è tenuto un convegno storico avente ad oggetto la battaglia del Volturno del primo ottobre 1860, che si combatté davanti alla fortezza di Capua tra borbonici e garibaldini. Dopo varie edalterne vicende lo scontro si chiuse in sostanziale pareggio con i borbonici inchiodati sulle sponde del fiume e i garibaldini frenati nella loro avanzata in direzione di Roma. Poi, come si sa, l’evoluzione delle vicende belliche furono favorevoli agli invasori “garibaldesi”, grazie soprattutto all’intervento massiccio delle truppe savoiarde di Vittorio Emanuele II che attraversando i possedimenti papalini e poi l’Abruzzo-Molise, erano giunte in Terra di Lavoro per dare manforte alle camicie rosse rimaste impantanate sul fronte del Volturno. Di questi accadimenti e di tante altre cose si è parlato a lungo nella caserma capuana in una conferenza fortemente voluta dal comandante, colonnello Pasquale Mingione, sempre molto sensibile a eventi culturali di tal guisa, e dall’Istituto
il dr. Francesco Salemi  (sin.) ed il col. Pasquale Mingione, comandante della Caserma
di Ricerca Storica delle Due Sicilie impegnato ormai da anni in una metodica opera di ricostruzione della storia del meridione d’Italia e, in particolar modo, di quella del cosiddetto periodo risorgimentale. Sono intervenuti, accanto al colonnello Mingione, il presidente dell’Istituto Giovanni Salemi che ha portato i saluti dell’Istituto e il dt. Giuseppe Catenacci, pastpresident dell’Associazione ex Allievi della Nunziatella che si è soffermato ad illustrare ai numerosi militari presenti in sala la gloriosa storia dell’antica istituzione napoletana. Le relazioni vere e proprie, invece, sono state svolte da Fernando Riccardi, storico, scrittore e giornalista, che ha tratteggiato gli eventi che portarono alla battaglia del Volturno e le successive  conseguenze che da esso scaturirono, e dal capitano Giovanni Rinaudo che si è soffermato soprattutto sugli aspetto tattico-militari di quel durissimo scontro. E’ stato davvero un bel pomeriggio che ha molto interessato ed incuriosito i numerosissimi presenti che hanno potuto ascoltare anche “l’altra campana” di alcune vicende  che non sempre si trovano scritte sui libri di storia. Anche perché, come si sa, la storia la scrivono sempre e comunque i vincitori. Nella sala conferenze della caserma “Salomone”, accanto al tenente-colonnello Cosimo Greco ed agli altri ufficiali e allievi, erano presenti anche i cavalieri Francesco Salemi e Giancarlo Rinaldi, membri autorevoli dell’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, e la graziosa signorina Alla Melnyk. Il convegno si è chiuso con l’intervento del presidente Salemi il quale ha ricordato che la XVI edizione della commemorazione dei soldati napoletani caduti in occasione della sanguinosa battaglia del Volturno, per la cui organizzazione si è già alacremente al lavoro, si terrà a Capua nei giorni 5 e 6 ottobre 2013.

il col. Pasquale Mingione durante la presentazione dell'evento
da sin. il dr. Giuseppe Catenacci, il comm. Giovanni Salemi edil dr. Fernando Riccardi
il dr. Riccardi durante il suo apprezzato intervento

Aggiungi didascalia

il cap. Giovanni Rinaudo durante il suo intervento

il dr. Catenacci

una simpatica "soldatessa" porge ai relatori gli omaggi da parte del comandante della caserma

ed il dr. Catenacci mentre ricambia con le interessantissi e apprezzatissime pubblicazioni dell'Ass. Naz. Ex Allievi della Nunziatella

giovedì 13 giugno 2013

13 giugno "Sanfedista"



Napoli - Il 13 giugno 1799 il Cardinale Fabrizio Ruffo, a capo della Armata della Santa Fede, dopo la veloce campagna di guerra condotta contro gli occupanti francesi e i sostenitori di questi, i giacobini napoletani, entrava in Napoli  suggellando così la sua vittoria ,la  vittoria del legittimismo e della tradizione, Era partito dalla Calabria nel febbraio dello stesso anno con pochissimi seguaci, rapidamente aumentati  fino a formare un vero e proprio esercito sia pure di tipo particolare facendone parte bande varie guidate da capi anch’essi molto particolari,uomini audaci e certamente carismatici come d’altronde, lo stesso Cardinale. In quel giorno moriva quindi l’effimera Repubblica Partenopea e i Napoletani che avevano malvisto la realizzazione del miracolo di S.Gennaro davanti al Comandante militare francese eleggevano  a loro protettore il “”glorioso”” (così lo definirono) S. Antonio di Padova, la cui festività ricorre proprio nel giorno 13 giugno. Oggi, nel centro antico di Napoli, l’Associazione Corpo di Napoli ha esposto infinito numero di bandiere gigliate con le Armi di Casa Borbone, a voler ricordare l’evento sopra citato, che fu affermazione di sovranità popolare ed espressione di orgoglio  militare e civile e a voler indicare il significato antico dell’essere napoletano celebrando in quel luogo,il Corpo di Napoli,l’antica agorà greca e poi romana e poi ancora tale nei secoli successivi e per tanti secoli . Egiustamente, la Bandiera  alzata è stata la Bandiera del Regno delle Due Sicilie ultima espressione di indipendenza e autonomia per Napoli stessa e per il Regno tutto di cui è stata Capitale.
Il commento di chi scrive è moto semplice  : Viva o Rre!  
                                                                                                             Giovanni Salemi



è una gioia vedere tante bandiere delle Due Sicilie sventolare per le vie dell'antica Capitale