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giovedì 31 maggio 2012

"il re Bomba ed il re Galanuomo", l'analisi di Ubaldo Sterlicchio





martedì 29 maggio 2012

Maria Sofia di Borbone, l'eroina di Gaeta raccontata a Colle San Magno

Il tavolo dei relatori nella sala consiliare di Colle San Magno

COLLE SAN MAGNO – Bellissima manifestazione, quella organizzata dall’amministrazione comunale di Colle San Magno che ha consentito di ricordare la straordinaria figura di Maria Sofia di Borbone Wittelsbach, ultima Regina del Regno delle Due Sicilie. Ad organizzare l’evento l’associazione culturale “Praetoria” in collaborazione con l’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie e l’associazione culturale “Le Tre Torri”. A coordinare i lavori è stato Pompeo Di Fazio mentre a introdurre i lavori è stato il Sindaco di Colle San Magno Antonio Di Nota. A illustrare gli obiettivi della giornata il Presidente dell’associazione Praetoria, Antonio Valerio Fontana che è stato il promotore della manifestazione a cui hanno partecipato numerosi abitanti di Colle San Magno attirati non solo dall’immagine evocativa della grande Regina Maria Sofia ma anche dalla consapevolezza di far parte di una comunitas più vasta che li rende parte integrante dell’antico Regno delle Due Sicilie. A tratteggiare l’ideale linea di continuità tra la storia del Regno e l’attuale vita comunitaria è stato Giovanni Salemi, Presidente dell’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, che ha anche delineato alcuni tratti della figura di Maria Sofia. Ad analizzare nel dettaglio l’avventurosa esistenza dell’ultima Regina è stato Roberto Della Rocca, direttore de “il Giornale del Sud” che è riuscito ad affrontare i momenti salienti della lunga e avventurosa vita di Maria Sofia dalle origini bavaresi alla gloria conquistata sotto le bombe piemontesi sugli spalti di Gaeta, esperienza seguita dal lunghissimo esilio. Quasi sessant’anni trascorsi ad inseguire un sogno di riconquista del trono tramite le azioni militari dei cosiddetti “Briganti”, a rispondere agli attacchi personali mossi al fine di denigrare l’eroina di Gaeta e a covare un rancore cieco, ma giustificato, contro i Savoia contro cui sarebbe arrivata, secondo l’opinione di alcuni storici, a cospirare assieme agli anarchici alla fine del secolo. A fare un confronto tra Maria Sofia, che ha affrontato le sue sventure con dignità, e i Savoia, che di fronte al pericolo hanno preso la via della fuga, è stato lo storico Fernando Riccardi, Presidente dell’Associazione Culturale “Le Tre Torri” che ha lasciato la chiusura del convegno a Benedetto Vecchio apprezzato musicista e leader e fondatore dei Musicisti del Basso Lazio che ha eseguito alcuni brani del suo repertorio “brigantesco”.

I relatori al termine del convegno. Da sinistra Antonio Valerio Fontana, Pompeo Di Fazio, Antonio Di Nota, Fernando Riccardi, Benedetto Vecchio, Roberto Della Rocca e Giovanni Salemi


lunedì 28 maggio 2012

Presentazione del libro di Fernando Riccardi su "Il brigantaggio post-unitario"



il Presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle due Sicilie, dr. Giovanni Salemi (destra), con l'autore, dr. Fernando Riccardi





CAPUA – Ha suscitato molto interesse la presentazione del libro “Brigantaggio Postunitario. Una storia tutta da scrivere” di Fernando Riccardi, storico e giornalista de l’Inchiesta, quotidiano dell’Alta Terra di Lavoro e della Ciociaria. Il volume è stato presentato a Capua, presso la Libreria Guida in Palazzo Lanza nel corso della rassegna libraria organizzata dal dr. Giovanni Salemi, Presidente dell’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie che ha coordinato i lavori e presentato l’autore. Il libro ripercorre, in modo chiaro ed analitico la questione controversa e poco affrontata (e, troppo spesso, affrontata in modo inesatto e volutamente impreciso dalla storiografia “ufficiale”) del fenomeno brigantesco seguito all’unificazione politica della penisola italiana operata dai piemontesi con mezzi poco “ortodossi” nel biennio 1859 – 1861. Particolarmente interessanti sono stati i riferimenti che l’autore ha fatto circa la questione delle violenze subite dalle popolazioni meridionali nel corso del risorgimento e che sono alla base dell’ondata di sdegno e di protesta che ha successivamente alimentato la rivolta. Gli eccidi di Pontelandolfo, Casalduni e Scurcola Marsicana, le lotte a Isernia e a Bauco (oggi Boville Ernica) furono, assieme alla mancata redistribuzione delle terre, alle persecuzioni del clero, e all’imposizione di leva obbligatorie e pesantissime tasse e balzelli le motivazioni principali dello scontro che seguì l’annessione delle Due Sicilie all’Italia. Uno scontro durissimo che durò oltre dieci anni e che coinvolse, da parte piemontese oltre 120mila uomini del neonato esercito italiano contro diverse decine di migliaia di combattenti meridionali che volevano riconquistare la propria libertà e la propria secolare indipendenza. Animato il dibattito che è seguito alla presentazione e che ha visto coinvolta tutta la platea. Il prossimo appuntamento per la rassegna letteraria di Capua è fissato per venerdì 22 giugno quanto toccherà allo storico Luciano Salera, presentare il suo “La storia manipolata”.

lunedì 21 maggio 2012

A Bitonto si continua a celebrare (e a scrivere) la storia gloriosa del Sud!

La corona d'alloro che "i popoli delle Due Sicilie" hanno innalzato
sull'obelisco di Bitonto in memoria della vittoria di Carlo di Borbone

BITONTO - A Bitonto ogni anno dal 2004, si riscrive la storia ad opera del nutrito gruppo di patrioti pugliesi che, armati di molto coraggio e molta passione, diedero il via all'annuale commemorazione della Battaglia di Bitonto, lo scontro bellico con cui Carlo di Borbone si assicurò il controllo sul Regno di Napoli restituendo ai suoi abitanti la libertà dallo straniero tanto anelata. Carlo di Borbone era un principe italiano in quanto Duca di Parma e, una volta ottenuto il controllo di Napoli, non ne fece una colonia o un vicereame ma una realtà politica, economica e sociale prospera e potente all'interno come all'esterno dei suoi dominii. Questa grandezza viene celebrata ogni anno a Bitonto dove, caso più unico che raro, trova spazio la vera riconciliazione vincitori vinti con il sentito omaggio ai soldati austriaci che difendevano le posizioni del governo asburgico oggi rappresentato da Umberto Schioppa delegato della Croce Nera, associazione nata nel 1919 ad opera del governo della repubblica d'Austria, per rintracciare e rendere omaggio ai soldati austriaci caduti di tutte le guerre. Lo ha ricordato lo stesso Francesco Laricchia, a capo del comitato promotore quando, ai piedi dell'obelisco eretto a Bitonto da Carlo di Borbone per ricordare la vittoria, a richiamato l'attenzione dei presenti a tre specifiche parole impresse sul monumento dal Re di Napoli e Sicilia: "Italicam libertatem fundaverit", a dimostrazione del fatto che l'arrivo dei Borbone fu salutato non solo come episodio interno al secolare stato napoletano ma anche come evento internazionale che mirava e otteneva, dopo secoli, la libertà dei popoli italici. Era dal 1498, anno in cui Carlo VIII di Valois attraversò la penisola da nord a sud, che l'Italia non era libera e unita (nei valori e nello spirito). Il senso è chiaro ai presenti che arrivano da tutto il mezzogiorno per assistere ad una manifestazione "anomala" nella sua essenza. Come spesso accade alle commemorazioni di fatti storici non segue un convegno di studi ma una premiazione. Gli amici pugliesi, spinti e incoraggiati nell'impresa da Silvio Vitale, avvocato e storico meridionalista oltre che fondatore della rivista napoletana tradizionalista L'Alfiere, istituirono un premio con cui, da allora, vengono fregiati gli "alfieri del Sud" vale a dire tutti coloro che nel corso dell'anno si sono distinti nel portare in alto i valori del Sud e della patria napoletana. La cerimonia di consegna è avvenuta nel gremito salone degli specchi del palazzo comunale di Bitonto. A presenziare e premiare i  nuovi "alfieri" Francesco Laricchia, l'avvocato Gaetano Marabello e Giovanni Salemi, Presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie. Molto importante è stato il premio assegnato al Comune di Casamassima (categoria impegno sociale), si legge nella motivazione, "per aver voluto testimoniare la solidità del legame tra il territorio e la popolazione del comune di Casamassima con il popolo armeno e con il poeta Nazariantz del quale è stata dignitosamente ricordata la scomparsa nel 50° anniversario della morte". Nelle altre categorie sono da segnalare l’imprenditore Mauro Vitulano, il giovane musicista rap impegnato nel sociale Giuseppe Poliseno (in arte Toki), lo scrittore Italo Interesse (autore di un romanzo storico dal titolo “il Mezzogiorno ha fame”), il regista Luigi Angiuli (autore e interprete di un monologo in 5 scene dal titolo “Briganti e piemontesi”), i giovanissimi Nicholas Caporusso, ricercatore tecnologico, e Andrea Leonetti, regista. Riuscita anche quest’anno la sorpresa finale della consegna del premio Alfiere del Sud “in pectore” che è stato assegnato all’ignaro Luciano Gentile, esempio per tutti i patrioti, impegnato da anni nella ricerca storica e nel tenere insieme i tanti appassionati e patrioti pugliesi. Presente alle cerimonie anche il candidato Sindaco Agostino Abbaticchio della Confederazione Duosiciliana che ha annunciato nuove azioni in difesa dell'obelisco carolino abbandonato all'incuria in modo vergognoso dall'amministrazione comunale. Lo stesso Abbaticchio si era fatto promotore diversi mesi fa di un comitato in difesa del monumento e ha subito colto l'invito dei tanti presenti disposti a contribuire ad una raccolta fondi per pulire l'obelisco, operazione che sarebbe resa difficile dalla burocrazia della Soprintendenza. Ultima nota "polemica" (che non può mancare) è quella sulle doppie celebrazioni che sempre si affollano nel mondo meridionalista. Tra i patrioti raccolti sotto la bandiera bianco gigliata è circolato, proprio in merito a questo tema, un motto: "Oggi si fa la storia, domani si fanno le mascherate". Mai parole sono state più azzeccate.

ROBERTO DELLA ROCCA



















domenica 20 maggio 2012

Brigantaggio postunitario. Se ne parlerà sabato a Capua


CAPUA - Si svolgerà sabato 26 maggio presso la libreria Guida di Capua la presentazione dell'ultimo libro di Fernando Riccardi "Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere". Ad intervistare l'autore sarà Giovanni Salemi, presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie e organizzatore del ciclo di incontri che, dopo aver già visto alternarsi a Palazzo Lanza di altri ricercatori e storici (Gaetano Marabello, Vincenzo D'Amico, Maurizio Di Giovine) proseguirà sabato proprio con la presenza di Riccardi. L'autore, originario di Roccasecca nell'Alta Terra di Lavoro (oggi provincia di Frosinone), nel suo libro affronta con documenti inediti la storia del brigantaggio postunitario affrescando pagine di storia che troppo spesso sono state mal raccontate. Appuntamento quindi a sabato 26 maggio a Capua, alle ore 18.00.

C.S.

Maria Sofia, un raggio di gloria sugli spalti di Gaeta. Domenica 27 maggio il convegno a Colle San Magno

La Regina Maria Sofia di Borbone Wittlesbach

COLLE SAN MAGNO - “Domenica 27 maggio, a Colle San Magno, presso la sala consiliare del palazzo comunale, a partire dalle ore 17.00, si terrà il convegno storico dal titolo “Maria Sofia, un raggio di gloria sugli spalti di Gaeta”. La manifestazione intende rievocare la splendida figura di Maria Sofia di Baviera (1841-1925), moglie dell'ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone e, di conseguenza, ultima regina di Napoli prima che il meridione della Penisola, nel 1860, fosse inglobato, manu militari, nello stato unitario sotto il dominio egemone della monarchia sabauda. La regina Maria Sofia, forse perché appartenente a quella cospicua schiera degli sconfitti della storia, è stata per tantissimo tenpo ingiustamente trascurata e vilipesa. La stessa cosa, d'altro canto, è accaduta anche per il suo legittimo consorte, quel Francesco II di Borbone, dipinto sempre come un sovrano inesperto, tremebondo, alle prese con un compito troppo più grande di lui e persino pavido e codardo, per non essersi messo alla testa delle sue truppe opponendosi con le armi agli invasori che si apprestavano a rovesciare il suo trono e ad impadronirsi del regno. E invece, in quei momenti così difficili e drammatici, che tante deleterie conseguenze produssero per il meridione d'Italia e per la sua popolazione, conseguenze i cui negativi effetti ancora oggi si percepiscono nitidamente, i due giovani sovrani seppero mostrare al mondo intero una dignità, una forza d'animo ed un coraggio che altri personaggi regali (si fa per dire), qualche tempo dopo, non seppero neanche sfiorare. Maria Sofia si distinse per eroismo, coraggio e abnegazione soprattutto nel lungo, devastante e criminale assedio di Gaeta, che si protrasse dal novembre del 1860 al febbraio del 1861. Incurante delle bombe assai poco intelligenti di Cialdini, che ogni giorno, con macabra puntualità, devastavano case e seminavano morte, la giovane regina (aveva soltanto 19 anni), era sempre lì, sugli spalti, sotto il tiro delle artiglierie piemontesi, a prodigarsi fino alla stremo per consolare gli eroici soldati, per portare le prime cure, non facendo mancare mai il suo incoraggiamento. Incurante dei rischi gravissimi e del pericolo costante, disobbedendo puntualmente agli ordini dei suoi generali che si affannavano per farla mettere al riparo dagli ordigni che piovevano dal cielo, Maria Sofia un vero “raggio di gloria sugli spalti di Gaeta”, aveva per tutti una parola dolce e un pensiero gentile. Fino a quando, il 14 febbraio, il re Francesco decise di mettere fine ad un inutile massacro (le bombe, comunque, continuarono a cadere fitte su Gaeta ed a seminare morte anche quando erano in corso le trattative di resa) firmando la capitolazione. Da questo momento per i due ormai ex regnanti iniziò un lungo e malinconico esilio. Anche in questa dolorosa parentesi, però, Francesco e Maria Sofia dimostrarono una tempra fortissima e, soprattutto, una ammirevole dignità. Francesco II di Borbone morì ad Arco di Trento il 27 dicembre del 1894, Maria Sofia, invece, gli sopravvisse a lungo e venne a mancare a Monaco, nel cuore della sua Baviera, il 19 gennaio del 1925. Da qualche anno i loro corpi riposano nel Pantheon dei sovrani napoletani, la splendida basilica di Santa Chiara, a Napoli, in una elegante cappella posta sulla destra del tempio, ad un passo dal maestoso altare maggiore. Per moltissimo tempo sugli ultimi sovrani del Regno delle due Sicilie, prima dell'avvento della inesorabile e violenta normalizzazione italo-sabauda, che provocò un inaudito bagno di sangue nelle contrade del meridione, con una cruenta e feroce guerra civile che si protrasse per dieci lunghi anni ed anche di più, è calato possente ed inesorabile il fitto velo dell'oblio e della dimenticanza. Anzi, ad onor del vero, è stato fatto di peggio: più qualcuno, infatti, ha trovato il modo di infangare la memoria di quei due giovani sovrani. E così, se l'ultimo re borbone è diventato per tutti o quasi “Franceschiello” (e l'operazione è così ben riuscita che molti, anche in buona fede, sono soliti usare tale termine insolente e dispregiativo), la regina Maria Sofia è stata dipinta, grazie ad un'osceno quanto spudoratamente falso fotomontaggio, come una donna da postribolo. Un ulteriore, gravissimo oltraggio per due ragazzi colpevoli di niente (non bisogna dimenticare, peraltro, che Francesco II di Borbone regnò per meno di due anni, dal 22 maggio del 1859 fino al 13 febbraio del 1861) se non di aver tentato, sia pure blandamente, di opporsi ad un atto di pirateria, varato contro tutte le norme del diritto internazionale, condannato da tutte le nazioni del vecchio continente, ma poi ammantato di legittimità dalla ignavia dei più e dalla convenienza, economica e politica, di Inghilterra e Francia in primis. Poi, però, con il passare dei decenni, pian piano, la situazione è iniziata a cambiare. I volti di Francesco II di Borbone e di Maria Sofia di Baviera, usciti dalla nebbia impenetrabile del tempo, sono riemersi in tutta la loro regale dignità. E così, oggi, nessuno più (o quasi: qualche irriducibile ostinato chiuso a riccio nel suo fortino rimane ancora), dipinge in maniera spregevole i due ultimi sovrani napoletani. E, soprattutto, nessuno più parla in maniera volgare e sconsiderata di Maria Sofia. Basti pensare che lo scorso anno, nella elegante brochure che annunciava la mostra documentaria allestita proprio nel castello di Gaeta a cura dell'Istituto del Risorgimento Italiano e dell'Università degli Studi di Cassino, inaugurata dal presidente del comitato celebrativo per il 150° dell'unità d'Italia, Giuliano Amato, era impresso proprio il volto radioso e celestiale della regina Maria Sofia di Baviera. A dimostrazione palese che, alla fine, la storia, quella vera, e non quella artefatta propagata dalla tronfia vulgata dominante, finisce sempre per rifulgere. Il convegno di Colle San Magno, diretto proprio a ricordare la tenera ed eroica figura dell'ultima regina di Napoli, è stato organizzato dall'associazione culturale “Praetoria”, in collaborazione con l'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, con l'associazione culturale “Le Tre Torri” e con il patrocinio dell'amministrazione comunale di Colle San Magno, sempre molto sensibile ad eventi di rilevante spessore culturale. Previsti gli interventi di Antonio Di Nota, sindaco di Colle San Magno, di Antonio Valerio Fontana, presidente dell'associazione “Praetoria”, di Giovanni Salemi, presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle due Sicilie, di Roberto Della Rocca, direttore de “Il giornale del Sud” e di Fernando Riccardi, presidente dell'associazione culturale “Le Tre Torri”. Prevista anche la partecipazione straordinaria di Benedetto Vecchio, leader e fondatore degli MBL (Musicisti del Basso Lazio). I lavori saranno coordinati e diretti da Pompeo Di Fazio.

ORNELLA MASSARO


"Ti par nu, nu par ti" il leone veneto ruggisce ancora a Perasto




Ad un occhio "poco accorto" potrebbe risultare non importante il contributo, invece preziosissimo, che ci ha inviato la patriota veneta Caterina Ossi reduce da una visita che possiamo definire del cuore e della testa a Perasto, antico dominio veneto sull'altra sponda del Golfo di Venezia, come veniva chiamato un tempo l'Adriatico. Perasto fu fino alla fine parte integrante della Serenissima. Gli abitanti di Perasto, nelle bocche di Cattaro in quello che oggi è territorio montenegrino, erano i figli della Serenissima e, seppur divisi dal mare, non si sentivano di serie B a differenza di quanto accade oggi in una penisola unita dalla terra e dai confini ma mai unita nello spirito. Il contributo di Caterina Ossi è un atto di amore per la propria vera Patria e, con la speranza che possa infiammare molti cuori "duosiciliani" lo rilanciamo! Viva Venezia! Viva le Due Sicilie!


VENEZIA - Sono ancora emozionata per il bellissimo viaggio organizzato da amici veneziani innamorati diella storia della Serenissima di cui siamo andati a rievocare la fine, con il seppellimento del gonfalone di San Marco sotto l'altar maggiore della basilica di Perasto, nelle bocche di Cattaro.
Il 12 maggio la chiesa era gremita: l'evento ebbe inizio al suono dell'organo alla presenza anche di circa duecento ragazzi dei Licei di Montebelluna che in silenzio ascoltarono il celebre discorso "ti par nu, nu par ti" pronunciato in veneziano dal conte  Viscovich, capitano veneziano, e oggi tradotto in italiano dall'ultimo suo discendente che vive a Trieste e poi ripetuto nella lingua del Montenegro da un giovane perastino.
Il rappresentante della città di Venezia aveva portato in dono una copia del gonfalone il cui originale è custodito nel museo cittadino e lo depose, piegato, su un vassoio d'argento fregiato di sbalzi: insieme lo portarono all'altare inserendolo nel vano foderato di seta rossa  dove giacevano sul fondo le reliquie di santi qui venerati ed infine chiusero il sito con un ovale decorato.
Allora si alzò, accompagnata dall'organo, la voce di una cantante perastina che interpretò in maniera sublime l'accorato Stabat Mater del Pergolesi.
La commozione generale si sciolse in un fragoroso battimani.
Perasto oggi conta circa 400 anime, allora era una città di cinquemila abitanti e vigilava sulle Bocche di Cattaro  potendo nell'evenienza del pericolo proveniente dal mare chiuderle con una catena da sperone a sperone: la città di Cattaro così in fondo alla baia era sicura, avendo anche mura di difesa sia verso il mare che fino alla vetta della montagna alle spalle, così da essere protetta anche da incursioni da terra. La baia era il porto più sicuro per la flotta su tutto l'Adriatico.
E' una storia di rapporti e di interessi reciproci che diedero luogo ad un patto di stretta alleanza e dedizione tra la Serenissima e Perasto, anche e non per ultimo, in nome della difesa della civiltà cristiana contro l'avanzata dei turchi mussulmani. Ma tutto finì con la discesa di Napoleone fino a tutta la Dalmazia, terre che una volta conquistate e depredate, gli servirono per la trattativa con l'impero asburgico dal quale ottenne in cambio i territori sul Reno a vantaggio della Francia.
Il seguito, lo sappiamo dai libri di storia, è stato tragico per entrambe le sponde dell'Adriatico che ebbero destini diversi e sempre più si allontanarono.
Eppure che emozione passeggiare per Cattaro come fosse per campi e calli di Venezia, sentirsi pur in presenza di lingua e cibi diversi  in un'affinità di fondo permeata di mare ed amicizia.
Alzando lo sguardo, leoni di San Marco, ora integri, ora violati, allo stesso modo stemmi di antiche casate dal nome familiare, fino alle vestigia dell'ultimo lungo regime, ma la gioia di assaporare ancora l'antica amicizia visitando musei e catasti che custodiscono con orgoglio le testimonianze degli antichi rapporti .
Per noi, del nord, una bella sorpresa e un motivo di riflessione: la cattedrale (con le date 809- 2009 sui due campanili che fiancheggiano il portale d'ingresso) intitolata a San Trifone, a noi sconociuto, e invece conosciutissimo nelle terre di fronte, la Puglia, dove con orgoglio e soddisfazione ci segnalavano una prossima festa, forse per un gemellaggio con Adelfia Montrone in prossimità di Bari.
Il gruppo si è trattenuto fino al 15 successivo per prendere parte ai festeggiamenti che a Perasto si svolgono in memoria di una vittoria sui turchi del 1654 per la quale la città ringraziò la Madonna dello Scarpello che è la titolare di una bellissima chiesa sorta in una isoletta costruita portando con le barche sassi intorno ad uno scoglio emergente dove era stato trovato intatto un dipinto che tuttora in più ricorrenze è venerato.
La festa vede la partecipazione della cittadinanza della baia e della marineria di Cattaro in costume antico: banda, corteo, musiche balli, con le più varie simbologie nei gesti, tutte spiegateci poi dai comandanti di mare e dall'ambasciatore del Montenegro presso la Danimarca, pure lui  in costume antico, del quale si veste presentandosi a feste di corte in Danimarca.
La festa si conclude con una operazione un po' cruenta... uccidono un turco rappresentato da un gallo fermo su un galleggiante in mezzo alla baia. Da riva sembrava un gabbiano; cinque, sei spari ad opera di diversi fucili d'epoca, poi alla fine uno lo colpì. Battimani e recupero della bestia... era un gallo di buona stazza, peccato lasciarlo in mare!
Nell'attesa di questa giornata, andammo a vedere le rovine di Antivari, una città dirimpettaia di Bari (anti-bari), posta sulle prime alture distanti dal mare e distrutta da incursioni e terremoti, infine abbandonata e oggi sostituita da Bar sulla costa, e infine visitammo Cittinie, l'antica capitale dove si trova quella che fu la residenza del Re Nicola e vi nacque la nostra regina Elena. Bello vedere come si può essere re anche in un palazzo modesto, oggi museo dello stato che vi conserva un maniera ordinata e decorosa la storia della sua ultima fiera dinastia.
Rientrammo con un'ultima sorpresa: una tempesta di neve fuori stagione che soffiava dalle Alpi dinariche verso il Quarnaro: spargisale e spazzaneve in funzione e intorno un paesaggio d'inverno.
Riflessione a mente fredda: gli ultimi duecento anni di storia, diciamo da Napoleone in poi, hanno provocato solo divisioni, contrasti, guerre, disastri nella nostra Europa. A ripercorrerla all'indietro, troveremmo molti elementi che ci permetterebbero di attingere spunti da valorizzare per instaurare rapporti nuovi fondati su consapevolezza e reciproco rispetto. 

CATERINA OSSI

martedì 8 maggio 2012

Eppure Ferdinando II non aveva studiato alla... Bocconi di Ubaldo Sterlicchio



 TELESE TERME - L’8 novembre 1830, all’età di appena vent’anni, Ferdinando II di Borbone (1810-1859) cingeva la corona del Regno delle Due Sicilie. Parve quasi che un mondo finisse ed un nuovo ordine di cose iniziasse per la rapidità e la fermezza con la quale un re così giovane caratterizzò, attraverso i suoi primi atti, la nascita del suo regno.
Lo stesso giorno dell’insediamento, il sovrano indirizzò alla nazione un energico proclama, definito dai contemporanei un «monumento di sapienza civile»,([1]) attraverso il quale tracciava le linee guida del suo programma di governo: «Avendoci chiamato Iddio ad occupare il Trono de’ nostri Augusti Antenati [...] faremo tutti gli sforzi per riammarginare quelle piaghe che già da più anni affliggono questo regno». Tre erano i punti che Ferdinando aveva individuato per caratterizzare l’opera di miglioramento. Il primo era la conservazione e la difesa della religione cattolica, il secondo era la retta ed imparziale amministrazione della giustizia, il terzo era il risanamento delle finanze dello Stato.([2])
In materia di giustizia affermò e promise: «Noi vogliamo che i nostri tribunali siano tanti Santuari, i quali non debbono mai essere profanati dagli intrighi, dalle protezioni ingiuste, né da qualunque umano riguardo o interesse. Agli occhi della legge tutti i nostri sudditi sono eguali e procureremo che a tutti sia resa imparzialmente la Giustizia». Sulle finanze assicurò: «Noi non ignoriamo esservi in questo ramo delle piaghe profonde, che vanno curate, e che il nostro popolo aspetta da noi qualche sollievo dai pesi ai quali è stato sottoposto».([3]) Ricordiamo infatti che, in conseguenza dei moti del 1820, il Regno era stato per un lungo periodo occupato dagli austriaci e ciò aveva comportato un pesante gravame economico per le casse dello Stato, dovuto alle spese per il mantenimento dell’esercito di occupazione, costituito da ben 35.000 uomini. In seguito ed a causa di tali avvenimenti, si era formato un deficit di bilancio, su cui gravavano ingenti interessi.
Il giorno successivo a quello della salita sul trono, con il Real Decreto 9 novembre 1830, Ferdinando II dette al popolo delle Due Sicilie il suo personale esempio, effettuando i primi consistenti «tagli alla spesa pubblica» con la decurtazione di 180.000 ducati annui dal proprio appannaggio e di 190.000 ducati annui dalle rendite dei beni della famiglia reale, per complessivi 370.000 ducati annui,([4]) somma corrispondente a circa 18 milioni e mezzo di euro attuali.([5]) Si trattò di un comportamento veramente inusuale fra i regnanti dell’epoca, per non dire fra i politici di oggi. Ma il suo primo vero e proprio atto di governo consistette in un provvedimento che dovrebbe essere studiato, capito ed imitato – nella logica economica e nella correttezza della prassi politica – dall’attuale classe dirigente italiana. Infatti, il re Borbone, con l’Atto Sovrano 11 gennaio 1831, enunciò una serie di interventi finalizzati ad azzerare il debito pubblico esistente, adottando criteri e scelte di metodo ammirevoli ed efficaci, non solo per quell’epoca, ma senza dubbio validi anche ai giorni nostri.
Ferdinando esordì con una coraggiosa denuncia pubblica dell'esatto ammontare del vero deficit dello Stato: «La somma ne ascende a ducati 4.345.251,50 [pari ad oltre 217 milioni di euro attuali, cifra davvero enorme per quei tempi, n.d.r.]. Il primo passo indispensabile alla prosperità delle finanze è quello di estinguerlo a gradi. Posta così al nudo la cosa, il vuoto effettivo ch'esiste nello stato discusso da formarsi pel 1831, inclusa una parte del pagamento del debito galleggiante di sopra indicato, è di 1.128.167».([6]) Egli aveva, in pratica, suddiviso l’intero ammontare del debito in quattro parti, da estinguersi in altrettanti anni. Quindi dettò alcune severe regole di risparmio, che non solo fece applicare nella Capitale e nelle province del Regno, ma che osservò egli stesso e che fece rispettare dalla propria Corte. Aveva deciso di risanare il bilancio a tutti i costi; ma ciò che soprattutto sorprende è il fatto che, dopo quella sincera e puntuale ammissione coram populo, il re programmò di estinguere gradualmente il pesante debito pubblico senza fare ricorso a nuovi tributi. Il risanamento doveva avvenire attraverso una politica di austerità, chiedendo sacrifici solo ai ricchi e per di più, come vedremo, alleviando nel contempo le condizioni di vita del popolo.
Alle parole seguirono puntualmente i fatti! E, tanto per cominciare, molti funzionari corrotti vennero perseguiti e destituiti dai loro incarichi; qualcuno fu anche esiliato.([7])
Con lo stesso Decreto, mentre da un lato fu dimezzato il dazio sul macinato – famigerata tassa invisa al popolo, che verrà poi abolita del tutto nel 1847([8]) – dall’altro fu introdotta una ritenuta sugli stipendi degli impiegati dello Stato e sulle pensioni.
Drastici furono anche i tagli apportati al bilancio dell’Amministrazione statale. Le spese dei Ministeri, infatti, furono rigorosamente tenute sotto controllo: tutti i relativi importi, anche se preventivati, dovevano essere autorizzati dal Ministero delle Finanze e tutte le somme non utilizzate dovevano andare a beneficio della Tesoreria. Ne conseguì che fu il risparmio ad accrescere le entrate finanziarie. Si ottennero, in questo modo, due immediati risultati: un aumento progressivo delle entrate non imputabile a nuovi balzelli ed una costante moralizzazione pubblica attraverso il risparmio e l’economia su tutte le spese.([9]) Infatti, con Decreto 4 febbraio 1831,([10]) ridusse alla metà lo stipendio dei ministri e diminuì di altrettanto i bilanci della Guerra e della Marina, recuperando sui costi di queste due sole amministrazioni 340.000 ducati. Ulteriori 531.667 ducati derivarono dall’insieme delle economie degli altri ministeri. Si ottenne così un risparmio annuo complessivo di 1.241.667 ducati, con i quali si sopperì al deficit erariale relativamente alla quota preventivata per l’anno 1831.
Lo storico Paolo Mencacci osservò: «La saggia economia che prometteva il Re nel suo proclama veniva rigorosamente osservata, e produceva frutti superiori ad ogni aspettazione... contemporaneamente affrancava i popoli dal gravoso dazio della macinatura dei cereali; aboliva altri diversi dazi...».([11])
Pareggiato il bilancio del 1831, Ferdinando rese immediatamente disponibile la residua somma eccedente di 113.500 ducati, ordinando «...di impegnarli a sollievo della parte più bisognosa del nostro popolo...», cioè per compensare, quantunque in misura minima, i minori introiti fiscali dovuti alla riduzione della tassa sul macinato.([12]) Tuttavia, poiché quest’ultimo provvedimento determinava una riduzione di oltre 600.000 ducati del gettito erariale annuo, il re si rese conto che la somma di 113.500 ducati avrebbe apportato un «poco sensibile alleviamento» e – sono queste le testuali parole di Ferdinando – «non potendo chiedere né alla proprietà né all'industria altri sacrifizj, senza portare grave ferita a queste sorgenti della pubblica prosperità» [si osservi quanto profondo fosse il rispetto che questo grande statista nutriva per il lavoro e per la proprietà privata, n.d.r.], dopo aver preventivamente acquisito in merito il parere favorevole del «Consiglio di Stato ordinario», egli decise di applicare una ritenuta sugli stipendi e sulle pensioni che superavano l’importo di 25 ducati (equivalenti a circa 1.250 euro attuali) mensili, applicando aliquote moderatamente progressive, in modo che il peso maggiore ricadesse in proporzione crescente sui redditi più elevati. I redditi pari od inferiori ai 25 ducati mensili erano esentati da questo prelievo. Onestà e senso di giustizia caratterizzavano l’impianto fiscale in esame e, per verificarlo, è sufficiente esaminare la tabella delle aliquote introdotte con lo stesso Atto Sovrano 11 gennaio 1831, tenendo altresì presente che, come già evidenziato nella nota a piè di pagina nr. 5, il potere di acquisto di un ducato dell’epoca era approssimativamente equivalente a quello di 50 euro attuali:
- da ducati 25,01 (1.250,50 euro circa) a ducati 50 (2.500 euro) mensili al 2,50%;
- da ducati 50,01 (2.500,50 euro) a ducati 100 (5.000 euro) al 5%
- da ducati 101,01 (5.000,50 euro) a ducati 150 (7.500 euro) al 7,50%
- da ducati 150,01 (7.500,50 euro) a ducati 200 (10.000 euro) al 10%
- da ducati 200,01 (10.000,50 euro) a ducati 300 (15.000 euro) al 15%
- da ducati 300,01 (15.000,50 euro) a ducati 400 (20.000 euro) al 20%
- da ducati 400,01 (20.000,50 euro) a ducati 500 (25.000 euro) al 25%
- da ducati 500,01 (25.000,50 euro) a ducati 700 (35.000 euro) al 30%
- da ducati 700,01 (35.000,50 euro circa) in su al 40%.
Ferdinando II introdusse, poi, dei severi controlli sulle spese dei Comuni per alleggerire le loro imposte; non di rado, sindaci, intendenti ed esattori locali vedevano giungere all’im-provviso il re, al quale dovevano esibire registri e conti di cassa.([13])
Drastici furono anche i ridimensionamenti delle rendite private, concesse in passato troppo generosamente ai nobili di Corte; il re abolì in gran parte quelle istituite da suo padre e dimezzò quelle concesse da suo nonno. Don Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, ad esempio, invece di 8.000 ducati l’anno (circa 400.000 euro), se ne vide assegnare soltanto 3.500 (circa 175.000 euro) e cercò invano di parare il duro colpo, poiché quel «ragazzo taccagno», come egli definiva Ferdinando, fu sordo alle sue indignate proteste.([14])
Presso la stessa Corte (istituzione questa paragonabile al nostro Quirinale) fu rispettato un serio regime di economia e di parsimonia. In breve scomparvero lacchè e cortigiani vari; furono eliminate le cacce e le pesche reali; i cavalli (paragonabili, latu sensu, alle odierne auto blu) furono ridotti all’indispensabile. Furono inoltre abolite diverse regie riserve di caccia, spalancandone i cancelli al pubblico.
Per effetto della «politica di risanamento» voluta da Ferdinando II, con poca spesa ed in soli 4 anni, il pesante debito pubblico che gravava sulle casse dello Stato borbonico fu estinto. Nel 1835, a coronamento di un quinquennio di successi finanziari dello Stato napoletano, il re fece coniare dalla zecca la bellissima moneta d’oro di 30 ducati, divenuta preziosa per la purezza della lega (37,86 grammi di oro con titolo millesimi 996) e l’alto valore nominale (pari a circa 1.500 euro attuali); un primato che resta tuttora ad orgoglio della numismatica del Sud.([15])
Un altro piccolo monumento di saggezza e di liberalità fu l’istituzione della «Commissione di beneficenza», che altro non fu se non un ulteriore ed avanzato sistema di previdenza. Ricordo, a quest’ultimo riguardo, che il Paese borbonico, unico nell’Italia di allora, godeva dal 1818 del sistema pensionistico per i dipendenti dello Stato, realizzato attraverso la ritenuta del 2% (appena!) sugli stipendi. Dopo 20 anni di servizio si aveva diritto ad un terzo dello stipendio, dopo 25 alla metà, dopo 35 ai cinque sesti ed, infine, dopo 40 anni, all’intero stipendio.([16])
I benefici che poi seguirono alla descritta «manovra economica» ed agli altri provvedimenti politico-amministrativi di Ferdinando II, non tardarono a farsi sentire, generando una lunga fase di crescita, di incremento della ricchezza e di sviluppo produttivo. In vent’anni circa, la situazione finanziaria e socio-economica del Regno delle Due Sicilie raggiunse livelli tali che – per il tempo – erano di valore assoluto. Infatti, durante il regno di questo lungimirante sovrano, le finanze dello Stato borbonico conseguirono un’affidabilità ed una solidità tale che i titoli del debito pubblico, alla Borsa di Parigi, oscillavano tra i 115% ed i 120% rispetto a valori facciali di 100. Gli interessi, pagati con regolarità, erano in linea con la media degli interessi corrisposti per i migliori titoli d'Europa ed il capitale veniva puntualmente restituito.([17])
In campo tributario, l’erario napoletano divenne il più prosperoso d’Europa, quantunque a fronte di un sistema fiscale giudicato il più mite del continente. Il sistema di tassazione era regolamentato da tre sole leggi e poneva il massimo rispetto per la proprietà e per l’iniziativa privata, agevolando in ogni maniera la ricchezza di ognuno e, quindi, quella generale. L’unica «imposta diretta» esistente era la Fondiaria (con la leggera aliquota del 10% sulla relativa rendita), mentre «imposte indirette» erano quella sulla Dogana (sale, tabacchi, polveri da sparo, carte da gioco, in sostanza tutte imposte di monopolio), quella sul Registro e bollo, quella sulla Lotteria e quella sulle Poste. Fra il 1815 ed il 1860 le aliquote di queste imposte non erano state mai aumentate, né furono istituite nuove tasse. Tuttavia, le entrate erariali erano sempre in espansione, in quanto crescevano con la crescita del benessere generale.([18]) In Sicilia si pagava solo la Dogana.
Erano sconosciuti l’irpef, l’iva, l’irap, l’ici, le accise, le imposte di successione, le varie tasse di proprietà ed i tanti altri odiosissimi balzelli italici!
Dopo l’unità d’Italia, Vittorio Sacchi (commissario governativo piemontese, inviato a Napoli da Cavour quale segretario generale delle finanze, incarico che ricoprì dal 1° aprile al 31 ottobre 1861), nel suo rapporto, riferì: «esser [il sistema tributario napoletano, n.d.r.] meno costoso che in Piemonte»; egli, infatti, ammirava la semplicità dei mezzi di riscossione, lodava il sistema di tesoreria e la direzione del debito pubblico e gli pareva così buona che voleva «modellarvi il servizio del debito pubblico nazionale». Sacchi definì, quindi, «mirabile il meccanismo finanziario del Regno di Napoli», aggiungendo che: «nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo...».([19])
I dazi comunali borbonici (trasformati in «imposte di consumo» dal successivo governo italiano) erano decisamente bassi. Nel 1900, i calcoli di Gaetano Salvemini dimostreranno come quelle imposte fossero lievitate, in 40 anni (dal 1860 al 1900), di oltre il 100% in tutta Italia e molto di più nel solo Sud. Questa levità fiscale, unita alla particolarità di dazi tendenti a far soddisfare prima le esigenze interne delle comunità ed aprire, poi gradualmente al mercato, le sempre più abbondanti produzioni eccedenti il fabbisogno nazionale, determinavano uno stato di prezzi molto bassi, una circolazione dei beni sensibilmente alta ed elevati livelli di impiego della ricchezza (il tutto, ovviamente, secondo i parametri del tempo). I dazi di importazione erano in linea con quelli di tutte le grandi economie del tempo, tant'è che le esportazioni delle Due Sicilie potevano tranquillamente crescere senza incontrare le difficoltà di «dazi ritorsivi» che ci sarebbero sicuramente stati qualora il Sud avesse praticato una politica protezionistica per le proprie produzioni.([20])
Nel Regno esistevano 761 stabilimenti diversi di beneficenza ed oltre un migliaio di monti frumentari, il 65 per cento del totale italiano, che, fornendo anticipazioni per le attività agricole ad interessi quasi nulli, erano una sorta di credito agrario, sia pure embrionale.
Sulla base dei dati relativi al Censimento Generale del Regno d’Italia del 1861 (riportati in tabella alla pagina successiva), risulta che, su complessivi 9.179.322 regnicoli, nelle sole industria, agricoltura e commercio, la popolazione occupata ammontava a 5.000.680 unità, pari a ben il 54,47% del totale degli abitanti; la qual cosa sta a significare che, nelle Due Sicilie, tutti i capifamiglia, moltissime donne e la quasi totalità dei giovani in età lavorativa avevano un lavoro. Il Regno godeva decisamente di una invidiabile situazione economica, impensabile ed inarrivabile per noi meridionali di oggi; c’era, in tre parole: la piena occupazione.
In particolare, secondo lo stesso censimento unitario del 1861, oltre il 50% (cioè: 1.595.359 su 3.130.796) di tutti gli addetti alle manifatture protoindustriali ed industriali d'Italia (quelli che oggi si chiamerebbero addetti all'industria) erano concentrati nel Mezzogiorno. E, per capire l'abisso che separava – in positivo per noi – le Due Sicilie industriali dal resto d'Italia, basti ricordare che tutti gli addetti manifatturieri di quello che, dagli anni '80 in poi dell'800, diventerà «il triangolo industriale italiano» erano solo 759.000 a fronte di una popolazione uguale a quella delle Due Sicilie.



Non deve quindi meravigliare che, al momento dell’unità d’Italia, la ricchezza dello Stato meridionale, costituita dai depositi aurei esistenti presso le banche delle Due Sicilie, era di poco inferiore a mezzo miliardo di lire-oro ed in quantità doppia rispetto a quella di tutti gli altri Stati italiani messi assieme;([21]) la qual cosa non era – come strumentalmente sostengono ancora oggi i soliti risorgimentalisti – indice della «scarsa possibilità di impieghi produttivi», che avrebbe lasciato spazio solo ad una «sterile tesaurizzazione», bensì, al contrario, la prova inconfutabile dell’abbondanza produttiva e della capacità di esportazione delle Due Sicilie.
A questo si aggiungeva poi la solidità della stessa moneta circolante, tutta in metallo pregiato (niente carta) che, per il suo valore intrinseco, non si era mai svalutata. Quindi, nelle nostre civili ed evolute Due Sicilie, anche quella fattispecie di furto aggravato e continuato,([22]) eufemisticamente chiamato inflazione, era un fenomeno del tutto sconosciuto!
Questi ottimali risultati furono raggiunti solo grazie alla straordinaria politica di investimenti e di risanamento voluta dal grande statista Ferdinando II di Borbone, il quale, ispirandosi alle teorie politico-economiche del santo filosofo Thomas Moore: «un poco a tutti e non tutto a pochi», rese reale quel «cattolicesimo sociale» descritto nella Utopia e fondò lo Stato su princìpi di equità, giustizia ed aiuto alle classi più deboli, costruendo una rigorosa amministrazione pubblica ed un giusto sistema fiscale e finanziario.([23]) La politica dello Stato borbonico fu, pertanto, rivolta al mantenimento dell’autentico benessere dei sudditi, piuttosto che al profitto di pochi; la qual cosa trovava il riscontro più evidente ed incontrovertibile nel dato di fatto che la disoccupazione era praticamente inesistente; il che significava concreta possibilità, per tutti, di lavorare e di vivere in modo decoroso e libero, come ad esempio il gran numero degli artigiani, con casa propria attigua alla bottega.([24])


Nel 1863, un testimone insospettabile, il capitano italo-piemontese conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz scriverà che: «...II 1860 trovò questo popolo [delle Due Sicilie, n.d.r.] del 1859 vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comperava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l'opposto... La pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita, cattedre letterarie e scientifiche in tutte le principali città di provincia. Adesso, invece...». Questa è un’eloquente risposta ai tanti denigratori di professione e non, che per oltre 150 anni hanno descritto il Regno delle Due Sicilie come un paese retrogrado e chiuso ad ogni forma di progresso; costoro dovrebbero studiare per bene le Leggi ed i Decreti di Ferdinando II, per capirne la ratio moderna e liberale e che, a parere di chi scrive, sono un esempio di buona amministrazione sociale. La medesima cosa dovrebbero fare i nostri economisti, politici ed amministratori, locali e nazionali.
Ed a ragion veduta, Sir Robert Peel (1788-1850), primo ministro britannico sostenitore del principio del libero scambio, dinanzi al Parlamento inglese ne fece le lodi profferendo le seguenti testuali parole: «Io debbo dire – per rendere giustizia al Re di Napoli – di aver veduto un suo documento autografo, che racchiude principii così veri, come quelli sostenuti dai professori più illuminati di economia pubblica».([25])
A questo punto è lecito chiedersi: come sarebbero andate le cose qualora Ferdinando II avesse studiato alla Bocconi?!?


 UBALDO STERLICCHIO


[1] Francesco Durelli, “Cenno storico di Ferdinando II”, dalla Stamperia Reale, Napoli, 1859, pag. 9; in AA.VV., “La  storia proibita. Quando i Piemontesi invasero il Sud”, Controcorrente, Napoli, 2008, pag. 230.
[2] Roberto Maria Selvaggi, “Ferdinando II di Borbone - Storia di un sovrano napoletano. Trent’anni di regno tra progresso e reazione”, Newton, Roma, 1996, pag. 13.
[3] Giuseppe Campolieti, “Il re bomba. Ferdinando II - Il Borbone di Napoli che per primo lottò contro l’unità d’Italia”, Mondadori. Milano, 2001, pag. 149.
[4] Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1830.
[5] Sulla base dell’attuale quotazione dell’oro (circa 40 euro al grammo), la moneta aurea di 30 ducati (che pesava gr. 37,86) aveva un valore di circa 1.500 euro; 1 ducato, pertanto, valeva circa 50 euro del 2012.
[6] “Atto Sovrano 11 gennaio 1831”, Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1831; consultabile anche in: http://www.ilportaledelsud.org/ferdinandoIIborbone.htm.
[7] Roberto Maria Selvaggi, op. cit., pagg. 13-14.
[8] Gennaro De Crescenzo, “Ferdinando II di Borbone. La patria delle Due Sicilie”, Il Giglio, Napoli, 2009, pag. 12.
[9] AA.VV. “La storia proibita”, op. cit., pag. 233.
[10] Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1831.
[11] Paolo Mencacci, “Storia della rivoluzione italiana”, Volume Secondo, Parte Prima, Libro Secondo, Capo IV, consultabile in http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/ferdina3.htm.
[12] Alberto Servidio, “Finanza, economia e produzione delle Due Sicilie (1830-1859)”, sulla Rivista “L’Alfiere” ed Harold Acton, “Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861)”, Giunti, Firenze, 1997, pagg. 71-72.
[13] Giuseppe Campolieti, op. cit., pag. 154.
[14] Harold Acton, op. cit., pag. 71; cfr. anche Giuseppe Campolieti, op. cit., pagg. 153-154.
[15] AA.VV., “La storia proibita”, op. cit., pag. 234.
[16] Roberto Maria Selvaggi, op. cit., pag. 16.
[17] Alberto Servidio, op. citata.
[18] Giacomo Savarese, “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860”, 1862, a cura di Aldo Servidio e Silvio Vitale, Controcorrente, Napoli, 2003, pagg. 10 e seguenti.
[19] «Quando nel 1860 il regno delle due Sicilie fu unito all'Italia, possedeva in sé tutti gli elementi della trasformazione. L'Italia meridionale aveva infatti un immenso demanio pubblico. Le imposte dei Borboni erano mitissime e Ferdinando II aveva cercato piuttosto di mitigarle che di accrescerle. Dal 1820 al 1860 il regime economico e finanziario dei Borboni determinò una grande capitalizzazione. Il commissario governativo mandato a Napoli da Cavour, dopo l'annessione, il cavaliere Vittorio Sacchi, riconosceva tutti i meriti della finanza napoletana, e nella sua relazione ufficiale non mancava di additarli». Da “L'Italia all'alba del secolo XX”, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p. 118.
[20] Alberto Servidio, op. citata.
[21] Francesco Saverio Nitti (uomo politico ed economista, nonché Presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920), Scienze delle Finanze”, Pierro, 1903, pag. 292.
[22] Codice penale italiano, artt. 61 - 81 - 624 e 625.
[23] Alessandro Romano, “Malaunità - 1861-2011 centocinquant’anni portati male”, Spaziocreativo, Napoli, 2011, pag. 102.
[24] Vincenzo Gulì, “Il saccheggio del Sud”, Campania bella, 1998, Napoli, pag.35.
[25] Paolo Mencacci, “Storia della rivoluzione italiana”, Volume Secondo, Parte Prima, Libro Secondo, Capo IV, consultabile in http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/ferdina3.htm.