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domenica 29 maggio 2011

Giuseppe Polsinelli e l'industria laniera di Arpino di Ferdinando Corradini



Continuiamo a pubblicare, come abbiamo cominciato a fare nei mesi scorsi, le pagine del calendario del 2011 che il mensile di cultura, arte e attualità della Ciociaria e dell'Alta Terra di Lavoro "Vita Ciociara", ha messo in vendita in allegato. Un calendario per i 150 anni dell'unità d'Italia veramente speciale, nel quale si affrontano tutti i temi più controversi. Per il mese di maggio è l'avvocato Corradini che presenta un articolo sulla realtà industriale della lana in Terra di Lavoro.

L'industriale Giuseppe Polsinelli

Una volta raggiunte le più alte cariche della Repubblica romana, Marco Tullio Cicerone era solito menar vanto di discendere da un antico re Volsco. Finchè un giorno, in pieno Foro, un suo avversario gli spiattellò in faccia una sorta di dossier: “Ma quale Re Volsco, se tuo padre faceva il fullone?”. Con quest’ultimo termine si indicavano i produttori di panni di lana. Questo fatto, apparentemente così banale, ci fa sapere quanto antica fosse la produzione dei panni di lana in Arpino. La stessa conobbe un’accelerazione a partire dagli inizi del Settecento, allorchè il Duca Boncompagni, per incentivare tale industria, concesse dei prestiti a basso tasso di interesse agli operatori del settore. Tale industria godè di notevoli protezioni anche da parte della dinastia borbonica, i cui sovrani risedettero sovente in Arpino, ospiti di industriali lanieri. Fu così che, alla metà dell’Ottocento, come ha evidenziato Aldo di Blasio, nella sola Arpino, la produzione di panni di lana dava lavoro a settemila operai. Uno dei principali produttori era Giuseppe Polsinelli, il quale trasferì un suo opificio a Isola del Liri, in prossimità del fiume, per poter sfruttare l’energia idraulica per azionare le macchine. Fu in quest’opificio che il 28 maggio 1852, come ci ricorda Silvio De Maio, si ebbe un episodio clamoroso: alcune operaie, che temevano di perdere il posto di lavoro, spalleggiate da colleghi di sesso maschile, gettarono nel fiume una macchina da poco arrivata dalla Francia. E’ questo il primo episodio di luddismo documentato in Italia. Con il termine “luddismo” si indica quel tipo di lotta operaia consistente nella distruzione delle macchine. Pochi giorni dopo del fatidico incontro di Teano, avvenuto il 26 ottobre 1860, le autorità sardo – piemontesi attenuarono di molto i dazi doganali che i Borbone avevano istituito per proteggere l’industria laniera di Arpino, dove si producevano i due terzi dei panni di lana che si utilizzavano nel Regno delle Due Sicilie. Nel gennaio 1861, poi, si tennero le elezioni per il primo Parlamento che, nel marzo 1861, a Torino, proclamò il Regno d’Italia. Il collegio di Sora inviò a tale Parlamento l’industriale laniero arpinate Giuseppe Polsinelli, il quale, il 25 maggio 1861, allorché l’assemblea affrontò la discussione sulle tariffe doganali, lamentò come l’improvviso abbassamento delle stesse avesse provocato non pochi danni all’industria laniera arpinate: “Sa il signor Presidente del Consiglio – urlò in faccia a Cavour i dolori e le perdite che hanno subite gli industriali delle provincie meridionali? Sa il signor Presidente del Consiglio quante centinaia di migliaia di persone sono a languire la fame per quelle modificazioni?”. Il Cavour, senza scomporsi, gli rispose che, a quel che a lui risultava, da quando era stata introdotta la nuova tariffa doganale i traffici al porto di Genova erano aumentati. La stessa cosa, però, aggiungiamo noi, non era accaduta nei porti dell’Italia meridionale. Una dopo l’altra chiusero tutte le fabbriche che producevano panni di lana nella valle del Liri; l’ultima, che dava lavoro a 190 operai, chiuse nel 1882.

Ferdinando Corradini

LA LETTERA/ Il Tricolore

Riportiamo la lettera che la patriota veneta Caterina Ossi ha inviato al Direttore del "il Gazzettino", Roberto Papetti, (non conosciamo gli esiti) denunciando il massiccio abuso di tricolori nella "sua" Vittorio Veneto e ricordando che l'Italia reale, ha bisogno di ben altro che un tricolore, quale panacea per tutti i mali! Vi invitiamo a discuterne con noi prendendo parte al dibattito scaturito dalle proteste contro i festeggiamenti del 150enario dell'unificazione politica dell'Italia.

Anche a Simaxis, in occasione del 17 marzo, alcuni patrioti sardi si sono posti una domanda e si sono dati una risposta!

VITTORIO VENETO - Trovo che l'uso della bandiera nazionale in modo improprio non ne aumenta la considerazione e non amplifica l'amore per la stessa, ma viceversa ne banalizza il significato.   L'esposizione su balconi o finestre a mo' di drappo mi fa pensare che lì ci abita non un italiano (trovandosi a casa sua non ha bisogno di proclamarsi!), ma probabilmente  un tunisino o un libico che, arrivato con tanta fatica a Lampedusa  gridando Italia Italia, continua ad esporre il suo trofeo per esprimere la soddisfazione di esserci in quest'Italia...  per lui è una conquista e forse l'eldorado...e lo possiamo comprendere!
Noi che siamo italiani non abbiamo bisogno di gridarlo e in fatto di bandiere ci basta e avanza l'insistenza di tutti i media nel proporcele con l'enfasi delle celebrazioni dei 150 anni che a dire il vero, anzichè cogliere l'occasione per un approfondimento della nostra vera e ricchissima storia plurisecolare, ci hanno ripetuto all'infinito le favole trite dei libri delle elementari. Gl'italiani hanno bisogno di altro!  Questo ingenuo orgoglio espresso da una bandiera sul balcone  lasciamolo ai nuovi arrivati per i quali l'Italia è il sogno, ma che di noi non sanno niente.
Il tragico è che più il tempo passa più ne sapremo sempre meno anche noi della nostra storia sia perchè la memoria si perde con il succedersi delle generazioni, e la scuola anzichè ovviare ne peggiora la situazione, sia perchè la mescolanza delle provenienze renderà sempre più flebile il sentimento di appartenenza.
E questa è la tristezza del globalismo che avanza fagocitando il significato profondo delle culture, e l'orgoglio della nostra.
Viva l'Italia? Addio Italia! 

Caterina Ossi

sabato 28 maggio 2011

L'esercito delle Due Sicilie, relazione del Cavalier Giovanni Salemi





Pubblichiamo qui di seguito la relazione tenuta dal Presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, Cav. Giovanni Salemi, durante il convegno promosso dall'Associazione Ex Allievi della Nunziatella, ospitato dall'Unuci di Napoli il 19 maggio scorso. L'intervento è accompagnato dalle immagini di alcuni disegni che riproducono l'esercito delle Due Sicilie.


NAPOLI - Buona sera. Ringrazio gli organizzatori di questo convegno per avermi chiamato a relazionare su un argomento così difficile eppure a me tanto caro. Aggiungo che non sono uno storico di professione, né un letterato: sono essenzialmente un ex allievo della Nunziatella e sono un innamorato del Sud. Sono questi i miei titoli per l’occasione di stasera. Occasione che ritengo validissima ad onorarmi dato il compito affidatomi e il relativo uditorio. Oggetto del mio dire sarà l’Esercito Napoletano e le vicende che esso dovette affrontare in tutta la sua vita fino al 1860 – 61: questo già mi riempie di orgoglio, così come mi inorgoglisce altrettanto, avere, io stesso ex allievo ed ufficiale in congedo proveniente dal servizio effettivo, un uditorio costituito da ex allievi e da ufficiali in congedo. Non ho certo di che lamentarmi, anzi mi posso sicuramente rallegrare! Entro quindi in argomento facendo però prima qualche premessa: siamo nel pieno di un anno, questo 2011, che è stato trasformato in una grande e infinita vera e propria kermesse per ricordare, celebrare, festeggiare (troppe cose insieme!) il 150° anniversario della unità italiana e si sono andati ripetendo, con la stampa, con i convegni, con le trasmissioni televisive e con quant’altro lo si sia potuto e lo si possa fare, i racconti della storia di quel periodo mitizzato, con primi attori anch'essi mitizzati, definito risorgimento. Io cercherò di raccontare dell’Esercito Napoletano nel modo secondo me migliore, cioè spogliandolo di quella veste di incapacità, viltà, arretratezza, crudeltà, ignoranza: ricordiamo, forse non tutti, ma i più anziani tra noi certamente ricordano le tante barzellette che circolavano nelle caserme, ahimè raccontate anche da meridionali (quale “cu pilu e senza u pilu” per segnare il passo, il “facite ammuina”, o “i fessi stanno qua, gli uomini stanno a casa" e altro ancora) sull’esercito di “Franceschiello”, altro insulto diretto all’esercito stesso e al suo Sovrano. E tale veste negativa all’Esercito Napoletano era stata tagliata e cucita addosso dopo la caduta dell’antico Regno delle Due Sicilie dai vincitori, che per come erano andate le cose (e non erano andate in maniera franca e leale) avevano la assoluta necessità di cancellare ogni sia pur piccolo ricordo o lontana idea al positivo, di un tempo precedente. Per fare ciò nulla poteva meglio funzionare del dire male, anzi malissimo dell’esercito sconfitto, glorificando il proprio. E così fu fatto, in maniera, dobbiamo riconoscerlo, egregia: tutto fu demonizzato, cancellato, vilipeso, irriso, dalla vecchia dinastia, obiettivo principale (dato il profondo legame tra essa e l’esercito stesso e meglio ancora il popolo, diciamo, semplice) all’ultimo suddito del Regno, in ogni campo della vita ordinaria civile, militare, culturale, economico, industriale, artistico, agricolo e così via. A tal proposito voglio ricordare le parole di Milan Kundera, poeta ceco che nella sua opera “il libro del riso e dell’oblio”, riferendosi alle tristi vicende di casa sua, la Repubblica Cecoslovacca con regime comunista, così si esprime: “Per liquidare i popoli si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E, intorno, il mondo lo dimentica ancora più in fretta. E la lingua? Perché dovrebbero togliercela? Non sarà più che folclore e prima o poi morirà certamente di morte naturale”. E’ una grande verità ed è quello che è successo nelle Due Sicilie.



Questa mia introduzione forse, o senza forse, mostra carattere polemico, ma non posso tacere tali considerazioni prima di raccontare della struttura militare Napoletana. L’avrei potuto fare solo se avessi voluto raccontare di quell'infelice Esercito ripetendo le solite menzogne di cui ho accennato prima. Le Due Sicilie, all’epoca ancora suddivise nei due Regni, di Napoli e di Sicilia, uniti nella stessa Corona, ritornarono ad essere Stato Sovrano e del tutto indipendente con la presa di potere, nel 1734, da parte di Carlo di Borbone (tra qualche giorno, il 25 maggio, ricorrerà l’anniversario della battaglia di Bitonto che segnò la sua definitiva vittoria sugli austriaci). Subito ebbero inizio, con l’opera di quel sovrano, una serie di iniziative tese a ricostruire lo Stato stesso tra cui organismi militari autoctoni: furono fondate le Accademie Militari, la prima quella di marina detta dei Guardiastendardi e di seguito quella di Artiglieria e una del Genio cui seguì l’istituzione del Battaglione Real Ferdinando, sempre per la formazione dei quadri. Tali istituti furono poi nel 1787 riuniti a costituire l’Accademia Militare che fu detta della Nunziatella perché allestita nell’antico Collegio dei Gesuiti di Pizzofalcone la cui chiesa annessa è intitolata all’Annunciazione. Essa fu voluta da Ferdinando IV e la lapide che sormonta l’ingresso principale ancora oggi, fortunatamente, in sito indica lo scopo che quel Sovrano si prefiggeva. Essa così recita: “Questa Accademia perché nell’arte della guerra e degli ornati costumi la militare gioventù ottimamente ammaestrata crescesse a gloria e sicurezza dello Stato. Ferdinando IV con regal magnificenza fondò l’anno XXIX del suo Regno”. Oggi questo Istituto orgoglio di Napoli e del Sud, seppure declassato dopo il 1861 da Accademia Militare a Istituto di formazione per l’ammissione alle Accademie Militari, continua il suo lavoro di preparazione alla vita e alle armi. Sul labaro dell’Associazione Ex Allievi Nunziatella, tra le medaglie d’oro brilla, prima tra tutte, la medaglia della campagna di Sicilia conferita all’Alfiere Michele Bellucci del V Battaglione Cacciatori. Furono costituiti anche reparti operativi totalmente regnicoli, di cui alcuni come i Reggimenti “Corona” e “Terra di Lavoro” parteciparono alla battaglia di Velletri del 1744 con la quale si consolidò il potere borbonico e si confermò l’indipendenza del Sud. In quel periodo furono formati reparti detti di “fucilieri di montagna”, reclutati e stanziati negli Abruzzi per difendere le vie di invasione del Nord: per addestramento, impiego e armamento, antesignane truppe alpine. Successivamente furono creati altri reparti e corpi militari delle varie armi e, iniziato il turbolento periodo napoleonico, i napoletani furono impegnati dando ottima prova contro i francesi a Tolone, nel 1793, e sui campi della Lombardia ove, nel 1796, rifulse in particolare la capacità e il valore dei Reggimenti di Cavalleria che furono importanti nel proteggere con le loro cariche la ritirata degli alleati austro – russi. Lo stesso Napoleone, per via del colore del mantello, definì i cavalieri napoletani “diavoli bianchi”, riconoscendo di aver ricevuto molto danno dalla loro azione. Un tale giudizio, espresso da un capo militare del livello di Napoleone, mi sembra il miglior encomio. Sempre durante il periodo napoleonico i napoletani furono impegnati nella campagna del 1798 che, iniziata con una rapida avanzata fino a conquistare Roma, si trasformò, purtroppo, in una disastrosa ritirata. In questa occasione, comunque, come poi avverrà altre volte, molti appartenenti ai reparti militari sbandati andarono a rinforzare le bande che sotto il comando di Ruffo riconquistarono il Regno e di seguito reparti regolari ricostituiti animosamente raggiunsero Siena. E poi ancora una volta, all’atto della seconda invasione francese nel 1806, pur avendo dovuto ritirarsi in Sicilia, l’esercito contese il possesso del territorio a quella poderosa macchina da guerra che era l’esercito francese napoleonico con numerosi fatti d’arme di cui Campotenese, Mileto, Maida, Amantea sono solo i più noti insieme alla resistenza di Gaeta e di Civitella del Tronto. E non mancò l’aiuto della popolazione civile e anche in questo caso di bande partigiane che operavano in azioni di guerriglia. La più nota tra queste fu quella di Michele Pezza da Itri, alias Fra Diavolo, morto impiccato dai francesi. Sempre l’esercito Napoletano fu ricostituito in quella lunga lotta contro i francesi e sempre con animo indomito affrontò il nemico: furono davvero pochi gli Stati Europei che, come lo Stato Borbonico, si opposero per circa un ventennio con tanta tenacia e costanza ai francesi.


 


Nel periodo di regno di Ferdinando II, l’esercito per volontà di questo Sovrano che gli dedicava cure quotidiane, fu ancora migliorato nel sistema disciplinare, nell’equipaggiamento, nell’armamento e nell’addestramento; l’esercito rispose sempre con fedeltà alla chiamata del Re in ogni circostanza d’impiego sia all’interno, per ristabilire l’ordine e la legalità tutelando la sicurezza dello Stato, sia all’esterno quando dovè intervenire sui campi di battaglia, come nel 1848, accanto ai piemontesi di Carlo Alberto. In quella campagna, a Goito, si fece particolarmente onore il 10° Reggimento Abruzzi, il cui comandante Giovanni Rodriguez, fu decorato con la croce di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro dal Re di Sardegna, e con la croce dell’ordine di San Giorgio della Riunione dal Sovrano delle Due Sicilie. Se infine nella campagna del 1860 – 1861 la vittoria finale non arrise alle nostre armi, non fu per mancanza di valore, ma essenzialmente perché una specie di maledizione sostenuta da una corruzione ideologica e spesso materiale infiltrandosi nella macchina dello Stato, attanagliò i comandi superiori sì che le azioni furono mal guidate o interrotte e spente dando la vittoria al nemico. Comunque anche in quella campagna si ebbero episodi bellici in cui il nostro soldato rifulse per valore, fedeltà ed animo. A Calatafimi, dove fu strappata la bandiera al nemico ad opera del soldato Luigi Lateano dell’VIII cacciatori; a Milazzo, sotto la guida di Beneventano del Bosco; a Reggio Calabria, dove morì il Colonnello Dusmet, comandante del 14° reggimento Sannio; a Caiazzo, a Sant’Angelo in Formis e a Santa Maria Capua Vetere, tra i morti il Capitano di artiglieria Giovanni Giordano, ex allievo e il Capitano De Mollot anch’esso uscito dalla Nunziatella e altri ancora, e tanti, a Cascano di Sessa e al Garigliano dove nel difficile momento di ritirata verso Mola di Gaeta, l’attuale Formia, a difesa del ponte sospeso era rimasto un reparto di Cacciatori al comando di un oscuro Capitano, l’abruzzese di Castel di Sangro, Domenico Bozzelli, che nonostante avesse ricevuto l’ordine di ritirarsi rimase con i suoi uomini a coprire la ritirata per ritardare il passaggio del fiume ai Granatieri di Sardegna facendosi massacrare tutti. (Un inciso: nel contesto delle celebrazioni in corso, il Sindaco di Formia ha conferito all’Associazione Granatieri, per tale gesto, la cittadinanza onoraria, dimenticando, trascurando e, secondo me, offendendo, la memoria dei soldati napoletani sacrificatisi in quella occasione. Il commento se lo faccia ognuno da se stesso!) E fu a Gaeta dove si compì il destino dell’esercito e del Regno tutto che si ebbe l’epopea finale, corroborata dalle altrettanto valorose resistenze di Civitella del Tronto e di Messina, e anche in tale caso si possono ricordare il Colonnello Ascione e il Colonnello Giovine, che tennero il comando a Civitella e anch’essi ex Allievi della Nunziatella, mentre per Messina la condotta del Comandante Generale Fergola che fu improntata a grande dignità davanti al Cialdini che poi rivelerà tutta la sua codardia a Custoza nel 1866. A Gaeta va ricordata la partecipazione dei cannonieri di marina che, allontanandosi dalle navi che Comandanti felloni consegnarono ai Piemontesi, parteciparono come artiglieri validissimi alla difesa di quella piazza. L’esercito poi, restò fedele anche dopo la fine ufficiale delle ostilità e a tal proposito vanno ricordate le sofferenze patite dai prigionieri di guerra che, trasportati in campi di concentramento del Nord, non si piegarono all’invito ad entrare nel nuovo esercito di Vittorio Emanuele II. Essi rispondevano: “Uno Dio, uno Re!”. Eppure, specie in alcune prigioni come la triste e fredda Fenestrelle, questi figli del sole ebbero a soffrire tanto e molti ci morirono! Le loro salme furono immerse poi nella calce viva. L’esercito, quindi, tutto sommato, se pure sconfitto sul campo, fu moralmente vittorioso, ma il vincitore forse, proprio per questo, volle cancellare tutto e così nel nuovo esercito non fu mai più ricordato il nostro antico esercito, nessuna caserma fu intitolata ad uno dei nostri valorosi: si preferì il nome, oltre che dei soliti Garibaldi e Vittorio Emanuele II, di quei personaggi che tradirono il giuramento come Pianell, Mezzacapo, Guglielmo Pepe, Cosenz il cui comportamento, spregevole specie per un militare, non trova alcuna giustificazione qualunque possa essere la motivazione addotta. L’arma del Genio del Regio Esercito italiano ebbe come giorno della sua festa il 13 febbraio, giorno della resa di Gaeta. Quale insulto peggiore si poteva fare a coloro che nella difesa di quella piazza si erano sacrificati fino alla morte? Non ci sono risposte valide, ma questi fatti non si raccontano.



Infine mi piace citare qualche nome ancora di valorosi: il pugliese Generale Traversa che nonostante l’età molto avanzata fu sempre in prima fila e morì travolto dallo scoppio di una polveriera a Gaeta; gli allievi che si allontanarono dalla Nunziatella per raggiungere Gaeta dove furono nominati Alfieri e impiegati nelle operazioni belliche, come l’Alfiere Carlo Giordano morto nello scoppio di una polveriera, i fratelli anch’essi Alfieri, Lanza di Brolo di cui uno fu amputato ad un piede per una ferita; il Generale Matteo Negri, morto mentre orgogliosamente a cavallo dirigeva il fuoco di artiglieria sulla riva del Garigliano; il molisano Capitano Orlando già istruttore alla Nunziatella che condusse un reparto di formazione a riconquistare le posizioni davanti Gaeta; il Capitano Fiore, che dopo aver resistito alla tentazione a tradire fattagli dal vile Alessandro Nunziante, ferito a Triflisco, rifiutò di entrare nel nuovo esercito italiano e partecipò a cospirazioni borboniche tanto da essere ripetutamente arrestato; il Capitano di Fregata Roberto Pasca che condusse la sua nave, la fregata Partenope a Gaeta e lì rimase fino alla fine dell’assedio, anzi seguì il Re a Roma. Onore e gloria all’Esercito delle Due Sicilie e onore e gloria ai suoi morti. Essi non ebbero onori postumi, non ebbero un ossario, un monumento, una stele o una lapide che li ricordasse, perché così si volle dal nuovo potere e dalla classe politica meridionale ad esso asservita. Il ricordo va in particolare ai tanti soldati di cui non conosciamo il nome e che resteranno ignoti per sempre. Che siano vivi nei nostri cuori.


Giovanni Salemi

giovedì 26 maggio 2011

Celano, convegno su "Montagne e briganti"



CELANO - Il Cai di Celano, in collaborazione con il Comitato dei Sindaci del Comune di Celano e l’Associazione culturale “La banda di Cartore”, in occasione delle celebrazioni perr il 150° anniversario dell’Unità d’Italia organizza una manifestazione commemorativa sul tema del brigantaggio. La manifestazione, che si terrà nell’Auditorium Enrico Fermi di Celano, sabato 28 maggio con inizio alle ore 17,00, consiste in un convegno sul Brigantaggio ed in una rappresentazione teatrale.

- Dott. Fernando Riccardi (Giornalista e saggista): Breve storia dell’Unità d’Italia
- Ing. Giulio La Rosa (Pres. Comitato Duesicilie Abruzzo): 150 anni di questioni di soldi
 - Prof. Giuseppe Ranucci (Scrittore): Nascita ed evoluzione del brigantaggio post unitario
 - Prof.ssa Maria Flavia Perotti (Scrittrice): Le lettere di ricatto dei briganti
 - Giancarlo Sociali (Studioso di storia locale): Episodi di brigantaggio locale

Il convegno sarà arricchito dalla proiezione di filmati sul tema.
 
La rappresentazione teatrale sarà effettuata dall’associazione Culturale “La banda di Cartore”, che prende il nome da una banda di briganti, realmente esistita, che scorazzava sulla montagna della Duchessa, posta ai confini tra le province dell’Aquila e di Rieti.

mercoledì 25 maggio 2011

Scafati, martedì 31 maggio arriva S.A.R. Carlo di Borbone

Un immagine del Real Polverificio Borbonico di Scafati

SCAFATI - S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie Duca di Castro, Gran Maestro dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio, martedì 31 maggio 2011 alle ore 15,30, farà visita alla città di Scafati nel restaurato Real Polverificio Borbonico. La gradita visita è stata proposta dal Dr. Angelo Pesce, Storico ufficiale del Comune di Scafati e accolta dal Sindaco di Scafati Pasquale Aliberti e dal Presidente dell’Istituzione Scafati Solidale Antonio Fogliame. “S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie Duca di Castro – ha dichiarato Angelo Pesce – diede corso alla prima bonifica su vasta scala del Fiume Sarno. La Real Polveriera nasce infatti da un disegno strategico di Ferdinando II di Borbone. Sua Altezza Reale venne a Scafati quindici anni fa, in occasione della pubblicazione del mio libro dal titolo ‘Il Polverificio Borbonico di Scafati, e la rettifica del basso corso del Sarno’. Nella circostanza il Principe visitò il Polverificio allora in rovina. Nell'anno 2000 finalmente fu possibile iniziare i lavori di restauro a cura della Sovrintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno e Avellino, inaugurati il 17.11.10. Oggi, con la sua venuta celebriamo il completamento del Polverificio”. “In occasione dell’arrivo del Principe e della sua delegazione, previsto per le 15,30 – ha aggiunto Antonio Fogliame – sarà disvelata una lapide del 1960 di grandissimo interesse storico. Puntualmente inizierà anche la cerimonia che vedrà il picchetto d’onore della Scuola Militare della Nunziatella. Il Principe che verrà appositamente dalla Francia si intratterrà a Scafati per circa due ore e mezzo”. “L’evento – ha concluso il Sindaco Pasquale Alibertiintende richiamare l’attenzione nazionale su questo importantissimo complesso architettonico realizzato tra il 1851 e il 1860. Il Polverificio Borbonico è oggi una grande attrazione della città di Scafati, che abbiamo intenzione di valorizzare ancora di più e soprattutto inserire in un percorso turistico di interesse culturale”.


Fonte: http://www.notix.it/giornale/cat-salerno/scafati-sa-.-visita-di-sar-il-principe-carlo-di-borbone-al-polverificio.html

IMMAGINI DALLE DUE SICILIE/ Salesiani di Caserta

CASERTA - Cari amici, vi segnaliamo le immagini scattate ai Salesiani di Caserta, dal compatriota Giancarlo Rinaldi che mostrano la lapide inaugurata il 14 dicembre 2008 a imperituro ricordo del nobile gesto promosso dalla sfortunata Principessa Maria Immacolata di Borbone, figlia di Sua Maestà Ferdinando II, che lasciò i suoi beni all'amica e collaboratrice Marie Lasserre con l'incarico di realizzare una scuola salesiana nella sua Caserta. La targa venne scoperta in occasione della visita del Cardinale Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone nel dicembre 2008. Vi invitiamo, ancora una volta, a mandarci le vostre foto che rappresentano i diversi aspetti delle Due Sicilie e del nostro Sud.



Riceviamo e segnaliamo/ Memorie di un 2° capo della Regia Marina



Lo storico Renzo De Felice, a proposito della resa dell'isola di Pantelleria avvenuta l'11 giugno 1943, ha scritto lapidariamente che essa è stata una delle pagine “meno limpide della seconda guerra mondiale". D’altronde già il giornalista-scrittore Antonino Trizzino, nell’immediato dopoguerra, con un suo libro-denuncia aveva inchiodato il responsabile della resa alle sue pesantissime responsabilità di fronte alla storia per "quello che può definirsi il mistero di Pantelleria". Stranamente però ancora tutt’oggi la resa di Pantelleria rappresenta un vero e proprio enigma, uno di quei “Misteri”, mai pienamente disvelati, che attraversano da sempre il sottosuolo carsico della Storia d’Italia dalla sua unità.
Perché il comandante in capo la piazzaforte di Pantelleria passò in poche ore dalla volontà di una difesa ad oltranza dell'isola alla resa senza condizioni? Eppure la volontà di resistenza dei reparti asserragliati nell'isola, malgrado i diuturni e martellanti bombardamenti subiti, era tutt'altro che fiaccata, come dimostra il telegramma n. 10883 del 10 giugno 1943, quindi a poche ore dalla resa, riportante a conclusione la seguente, significativa frase: “Pantelleria dice di non aver più bisogno di acqua, ma soprattutto di munizioni”. E’ chiara, senza dubbio alcuno, la volontà di resistere del presidio, tanto da richiedere soprattutto munizioni e non acqua. Ma in poche ore tutto diventa poi nebuloso, non limpido, evanescente, passando dallo sprezzante rifiuto all’invito di resa del generale Spaatz alla bandiera bianca.
"Ma perché ci siamo arresi?" è la frase finale di un drammatico colloquio del sottotenente D'Amico di Radioponte Pantelleria con il generale Monti del Comando Aeronautica Sicilia di base a Catania, agli atti dell'Ufficio Storico dell'Esercito. Questa domanda aspetta ancora una risposta. Come aspettano una risposta gli “sfortunati difensori di Pantelleria” cui “non fu concesso nemmeno l'onore delle armi", come ebbe a rilevare amaramente la stessa Corte di Assise di Appello di Milano nel corso del processo Trizzino a seguito querela di alcuni ammiragli, tra cui il Pavesi.
Perché infine, una volta arresi, si proibì la distruzione delle aviorimesse incavernate dell'aeroporto della Margana, che potevano essere utilizzate, come poi effettivamente lo furono, dal nemico nel prosieguo delle offese aeree, che portarono poi, nei mesi successivi, lutti e distruzione sul territorio nazionale? A questi perché cerca di offrire una nuova chiave di lettura il libro che, partendo dalle Memorie di un 2° Capo della Regia Marina, avente per nocciolo centrale appunto la resa dell’isola, con una serie di saggi a corredo allarga il tiro, mettendo a nudo impietosamente quel malvezzo del costume italico che, per una malintesa e corporativa difesa delle istituzioni militari, da Custoza a Caporetto, passando per Lissa e Adua, per giungere alle disastrose campagne del secondo conflitto, non ha mai proceduto a punire esemplarmente il comportamento dei capi militari responsabili dei disastri, che spesso sono costati la vita a migliaia e migliaia di nostri soldati. 

Carrese di Ururi, la riscoperta di una tradizione


URURI – Abbiamo già avuto modo di mostrarvi, grazie all’attivismo del compatriota Giancarlo Rinaldi, le immagini della Carrese, la corsa dei carri che si svolge ogni 3 maggio nella cittadina di Ururi, in provincia di Campobasso. Quelle foto curiose ci hanno spinto ad indagare per saperne di più su questa manifestazione popolare che si tiene, oltre che a Ururi anche nelle vicine Portocannone e San Martino in Pensilis. L’origine della manifestazione è incerta e qualcuno la fa risalire all’origine albanese dei paesi. Ururi è infatti un centro dei tanti delle comunità Arbereshe, quelli che vengono definiti come Albanesi d’Italia, presenti oltre che in Molise anche in altre parti del Sud, Puglia, Calabria e Sicilia su tutte le altre zone. La leggenda vuole che un paio di giovenche aggiogate ad un carro si fermarono, nel corso del loro lavoro, e si inginocchiarono senza che niente riuscisse a smuoverle. Alla fine, scavando il terreno dove si erano fermate le giovenche, si rinvennero i resti di San Leo. Essendo quella terra tra diversi comuni, i cittadini si contendevano l’onore di ospitare i resti e si decise di affidare alle stesse vacche il compito di “scegliere” il luogo dove le spoglie mortali avessero dovuto trovare accoglienza. L’onore toccò a San Martino in Pensilis e da allora si svolse la Carrese per ricordare proprio quell’evento. Non si sa quando la manifestazione si spostò ad Ururi. Nelle Memorie istoriche della città e della diocesi di Larino di monsignor Andrea Tria, vescovo di Larino dal 1726 al 1741, si fa menzione della Carrese di San Martino ma non di quella di Ururi che compare nelle cronache nella seconda metà del Settecento. Dunque è ipotizzabile che a Ururi la Carrese fu introdotta intorno alla metà del secolo XVIII. Da allora poche le novità introdotte in questo vero e proprio rito collettivo che coinvolge tutta la comunità. Tralasciando la leggenda è altamente probabile che il rito della corsa dei carri trainati dai buoi sia giunta con l’arrivo degli arbereshe. Nel vecchio impero Romano d’Oriente, le corse di cavalli e buoi erano frequenti ed è probabile che le comunità albanesi abbiano importato questa pratica. Prima della seconda guerra mondiale, l’organizzazione della corsa era privilegio delle famiglie agiate che mettevano a disposizione i buoi delle proprie aziende agricole. Dal 1962, invece, è cominciata l’usanza di buoi allenati alla corsa, allevati alla scuola delle corse di San Martino in Pensilis o che sono stati acquistati dia centri di allevamento della Calabria. Al problema dei costi, sensibilmente aumentati a seguito di questa scelta, si tentò di mettere riparo nel 1974 con la diminuzione degli animali necessari, da quattro a due per ogni carro e anche la riduzione dei cavalli per gli ausiliari delle squadre. Così facendo la corsa è diventata sostenibile per la popolazione anche se diverse persone lamentano una diminuzione del fascino della stessa competizione. Lo stesso percorso è stato praticamente dimezzato poiché a due buoi allenati alla corsa tutto è diventato più rapido. Attualmente la Carrese di Ururi dura appena una decina di minuti. Nonostante questo la corsa dei carri continua ad esercitare un fascino incredibile richiamando gli abitanti dei paesi vicini ma anche da fuori provincia e regione costituendo una vera e propria possibilità per innestarvi un circuito turistico. Il percorso di Ururi si snoda per ben quattro chilometri con partenza dalla Masseria Pontoni e arrivo alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie nel centro del paese. Il primo carro a partire è il vincitore dell’edizione precedente mentre l’ordine per i restanti due carri viene stabilita la mattina del 3 maggio con un sorteggio. I carri che si contendono la vittoria sono guidati da cittadini raccolti in tre gruppi, i Giovani, i Giovanotti e i Fedayn, ognuno dei quali con i caratteristici coloro azzurro – bianco, rosso – blu e giallo – verde. Intorno ai carri prima della partenza tutti i “partigiani” a piedi e quelli a cavallo che aizzano i buoi e seguono i carri lungo il percorso. Il 3 maggio 2011 la Carrese di Ururi ha visto trionfare il gruppo dei Fedayn che, dopo una partenza durante la quale sono caduti diversi cavalieri (fortunatamente senza particolari danni), sono passati da terzi a primi durante i 4 Km del percorso, vincendo con un margine notevole di vantaggio. Secondi i giovani e terzi i Giovanotti.

P.L.

Per vedere il video della manifestazione di quest'anno si può cliccare al link seguente: http://youtu.be/zxQexXwomlU

I Cantieri di Castellammare, gloria borbonica verso la chiusura!

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I cantieri visti da Pozzano

CASTELLAMMARE DI STABIA - Nemmeno i Savoia erano riusciti ad arrivare a tanto. Personale e produzione ridotta nonché protesta repressa nel sangue (vero stile "Galantuomo"), solo questo si era visto durante gli 80 anni di regno Saboia. In epoca repubblicana, negli anni dell'assistenzialismo non si sarebbe nemmeno potuta immaginare l'eventualità che invece, alle soglie della terza repubblica, agli sgoccioli della seconda (quella della ricotta e delle banane), è diventata realtà. I gloriosi cantieri di Castellammare di Stabia chiudono. Questa è, stando a oggi, la decisione presa da Fincantieri che ne possiede le chiavi. La crisi economica e la mancanza di ordinativi ha portato la dirigenza del colosso della cantieristica a optare per il taglio di personale e per la chiusura degli stabilimenti. Giusto per ricordare a Castellammare sono state varate le navi, vanto della marina borbonica: la Partenope, la Sannita, la Vesuvio, la Regina Isabella, l’Archimede, l’Ettore Fieramosca, la Monarca e la Borbona. 

 
L'Archimede

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La Monarca

Fino al 1980 ha sfornato navi, ancora da guerra, per la marina militare italiana: le due Caio Duilio, la Amerigo Vespucci (ancora oggi nave scuola della marina militare), la corazzataVittorio Veneto, le navi classe “Canguro”, e quelle classe “Ardito”. Poi, dal 1980 navi per la flotta mercantile (Riace e Scilla) e mezzi di trasporto (traghetti Tirrenia e Finnlines). Tanto per chiarirci Finmeccanica è l'azienda di stato che ha sfornato, negli ultimi dieci anni alcune tra le navi più belle, lussuose e veloci del mondo. Basti pensare alla flotta della Costa Crociere (7 supernavi extralusso), ai gioielli della Cunard (Queen Victoria e Queen Elizabeth), i traghetti della Grimaldi e quelli Tirrenia nonché le due portaerei della Marina Militare Italiana, Garibaldi e Cavour (nomi pessimi, tra le altre cose!). Ebbene, l'azienda statale figlia dell'Iri e oggi società per azioni la cui crisi ha bloccato la messa in borsa delle quote societarie, l'azienda che ha fatturato nel 2009 ben 3,26 miliardi di euro, l'azienda che ha gestito e gestisce, tra gli altri, l'arsenale di Taranto, i bacini di Napoli, i cantieri di Ancona, Castellammare, Marghera, Monfalcone, Muggiano, Palermo e Venezia, ebbene questa azienda sta morendo. 

Giuseppe Bono, Ad di Fincantieri

L'Amministratore Delegato della società, Giuseppe Bono, ha avuto l'ingrato e infausto compito di annunciare il piano di risanamento che i vertici di Fincantieri hanno approvato per non chiudere bottega. Tutto il settore della cantieristica è in crisi profonda e non solo in Italia. In tutto il mondo dal 2008 al 1010 si sono persi 50mila posti di lavori mentre la domanda di navi precipitava del 55%. Così, forzata dalla crisi, la Fincantieri, ha approntato il suddetto famoso piano per tentare di salvare il salvabile degli otto stabilimenti cantieristici che ha attivi in Italia. Il personale impiegato in queste località ammonta a 8.500 operai. Il piano di Fincantieri prevede l’esubero, dolce parola usata in sostituzione del termine giusto: licenziamento, di ben 2.551 maestranze divisi in tutti i luoghi di produzione. A Castellammare sono impiegati 663 unità che da un anno e mezzo sono in cassa integrazione a rotazione. Ebbene a Castellammare è prevista la messa alla porta di 663 unità, ovvero tutte. Il che si traduce nella chiusura dei Cantieri. Bellezze architettoniche a parte (che pure cadono in pezzi, vedi villa d’Elboeuf a Portici) le uniche due realtà di epoca borboniche sopravvissute alla calata dei barbari erano la Nunziatella, seppur degradata da Accademia Militare a Scuola di Formazione per le Accademie Militari,  e i Cantieri Navali di Castellammare voluti da John Acton, il noto ministro della Marina chiamato dalla Toscana per volontà della regina Maria Carolina e di Ferdinando IV, proprio con l’incarico di allestire una nuova grande e potente flotta militare per il Regno dei Borbone. 

 
John Acton e i Sovrani Ferdinando IV e Maria Carolina

Ebbene il cantiere, che aveva resistito anche alla barbarie sabauda e al saccheggio del Sud, oggi cede le armi e chiude i cancelli. Anche se ancora non è detto. La chiusura dello stabilimento significa mettere  in strada (tra produzione diretta e indotta) 2000 famiglie. La reazione dei 663 di Castellammare non è stata proprio benigna. Prima il corteo che ha invocato un “buffone buffone” all’indirizzo dell’Ad Bono e scandito lo slogan “Castellammare non si tocca” e poi l’assalto al Comune ospitato a Palazzo Farnese. Casa comunale che è stata devastata dalla furia degli ormai prossimi disoccupati che presidiano l’ingresso principale e hanno occupato la sala del Consiglio Comunale. 

 
La protesta dei lavoratori di Castellammare

A farne le spese è stato anche un busto di Don Peppino Garibaldi, realizzato dopo l'Unità d'Italia dallo scultore Giovanni Spertini, che è stato rotto e la cui testa è finita in una toilette del comune. Dubitiamo fortemente che il gesto sia una volontà di rompere i cordoni con uno stato poco incline agli interessi del Sud quanto piuttosto il gesto estemporaneo dettato dal dramma in corso. Fortunatamente a farne le spese è stato il busto del gaglioffo Garibaldi e non la vita di qualche operaio visto che nell’ottobre 2010 Vincenzo Di Somma, operaio Fincantieri finito tra i lavoratori in “esubero” si è tolto la vita per non essere riuscito a trovare un lavoro rapidamente. 

 
La fine dell'eroe dei Due mondi!

Stesso destino subirà il cantiere di Sestri Ponente e altri pesanti tagli subirà quello presente a Riva Trigoso, tanto che ieri a Genova, è stata giornata di battaglia con scontri e tafferugli nella zona del porto, dove erano scesi in strada gli operai con i sindacati, tanto che sono tornati alla mente i giorni del G8 del 2011 nel capoluogo ligure. Per spegnere l’incendio Fincantieri ha emesso un comunicato all’interno del quale è stato spiegato che il piano è un punto di partenza, cui dovrebbe seguire una trattativa per definire i dettagli. Ma comunque non ci sono particolari motivi di speranza. La decisione di chiudere i cantieri pare definitiva, al massimo, si potrà tentare di salvare parte degli operai. I più anziani saranno “accompagnati” alla pensione, i più giovani saranno “sostenuti” con cassa integrazione e contributi di disoccupazione, il tutto grazie ai soldi che il Ministero dell’Economia dovrà drenare a questo scopo. Ma non è certo, anzi è probabile che Tremonti non allargherà i cordoni della borsa anche perché la borsa si sta svuotando. Per una soluzione premono i sindacati, che hanno proclamato 8 ore di sciopero e le istituzioni campane, prima tra tutti il Governatore Stefano Caldoro e il Presidente della Provincia Luigi Cesaro che hanno chiesto di aprire un tavolo con il Governo per evitare che gli operai del sud siano penalizzati dalla scelta di mantenere in piedi solo gli stabilimenti del nord. Insomma, ci sono voluti 150 anni, ma anche per Castellammare si chiude un’epoca. Forse anche questo gioiello dell’epoca borbonica finirà come Pietrarsa, museo di glorie passate, visitate da scolaresche disinteressate al proprio passato e nulla più. E a noi non resta che chiederci, cosa resterà a Sud, del Sud, per il Sud?

Roberto Della Rocca

lunedì 23 maggio 2011

Il Diritto Naturale nel Magistero Pontificio di J.Y.Calvez e J.Perrin

Segnalato dall'amico Andrea Casiere, pubblichiamo un saggio di J.Y. Calvez e J. Perrin, tratto da "Chiesa e società economica", Centro Studi Sociali Milano, 1965, pp. 71-88, sul tema del Diritto naturale nel Magistero Pontificio.


Papa Pio XI (1922 - 1939)

Nei documenti pontifici - bisogna riconoscerlo - si trovano scarse considerazioni esplicite circa la definizione e il contenuto della nozione di diritto naturale. Il che non facilita il compito d'esegesi che intraprendiamo, essendo molto movimentata la storia del concetto di diritto naturale e assai varie le definizioni che di esso sono state date dai pensatori della tradizione occidentale, quali S. Tommaso, Suarez, Altusio, Kant, Hegel. Alcuni testi essenziali basteranno tuttavia a dimostrare la continuità del Magistero Ordinario Universale dei Pontefici e, quindi, a indicarci il doveroso assenso in coscienza a questa dottrina.

Conoscibilità del diritto naturale.
Pio XI, nella sua denuncia della teoria nazista del diritto, è stato indotto a delle precisazioni. Egli parla così del "diritto naturale, che il dito dello stesso Creatore impresse nelle tavole del cuore umano e che la ragione umana sana e non ottenebrata da peccati e passioni può in esse leggere" (Pio XI, Mit brennender Sorge, 14 marzo 1937, in A.A.S., 1937). Il diritto naturale dunque può essere conosciuto dalla ragione, vera fonte di conoscenza di questo diritto.
La nozione equivalente di "legge naturale", di cui i Papi si servono nei documenti più specificamente teologici, permette di spiegare che cosa sia il diritto naturale e come esso comporti il carattere di obbligatorietà proprio della legge morale. Conformemente a tutta la tradizione cattolica, la Chiesa ammette che la ragione umana può non soltanto conoscere l'esistenza della legge naturale, ma anche esprimerne il contenuto con tutta la certezza desiderabile. Pio XII scriveva a questo proposito: "Tutti sanno quanto la Chiesa apprezzi il valore della ragione umana, alla quale spetta il compito [...] di porre correttamente in luce (rite exprimendam) la legge che il Creatore ha impressa nelle anime degli uomini" (PIO XII, Humani Generis, 12 agosto 1950, in A.A.S., 1950).
Questa legge naturale è oggetto di conoscenza, e nel contempo espressione dell'obbligazione morale inerente alla natura stessa dell'uomo. Coi soli lumi della ragione l'uomo può conoscere il dover-essere che gli è proprio e, nel medesimo tempo, il fondamento ultimo di questa legge, cioè Dio, custode dell'ordine morale. Il testo ora citato mette infatti sul medesimo piano ("parique modo") questo duplice potere della ragione umana (Pio XII, Humani Generis, 12 agosto 1950, in A.A.S., 1950).
Così si trova opportunamente precisato, al livello della vita morale, ciò che già affermava il Concilio Vaticano I sul potere della ragione, dichiarandola capace di conoscere da sola l'esistenza di Dio, origine e insieme termine dell'universo creato, in particolare Creatore e fine ultimo dell'uomo, cfr. Concilio Vaticano I, Sess. III, 24 aprile 1870, c. II: "Sancta mater Ecclesia tenet et docet, Deum, rerum omnium principium et finem, naturali humanae rationis lumine e rebus creatis certo cognosci posse" (DENZINGER H., Enchiridion Symbolorum, Herder, Fribourg, n. 1875). Si può notare che gli schemi preparatori di questa III sessione precisavano esplicitamente la possibilità per la ragione umana di conoscere Dio e la legge naturale: "in iis etiam quae de Deo et de lege naturali humanae rationi impervia non sunt" (MANSI, MARTIN e PETIT, Amplissima collectio Conciliorum, Arnhem (Olanda) e Leipzig, 1924, t. 50, col. 62.

Da questa serie di affermazioni si può concludere, come ha sempre fatto la tradizione cattolica, che agli occhi della Chiesa ogni uomo, anche non credente, può e deve pervenire alla conoscenza della legge naturale, o diritto naturale. Le norme universali della convivenza sono "accettabili da tutti", dichiara la Mater et Magistra (Cfr. A.A.S., cit., p. 453 (P.V., n. 232). In altri termini, secondo l'insegnamento costante della Chiesa, l'uomo può scoprire, nell'analisi della propria natura, l'insieme degli obblighi morali essenziali ai quali deve sottostare per agire in conformità a ciò che egli è e deve divenire. Questa "legge della natura umana" è insieme inerente alla natura umana e fondata in Dio, Sommo Bene.

Validità universale del diritto naturale.
Nei documenti pontifici che ci interessano più direttamente, i Papi insistono particolarmente sui caratteri oggettivi di questo diritto che la ragione può e deve scoprire: essi parlano della stabilità, dell'immutabilità, dell'universalità del suo contenuto. Il diritto naturale è la "norma di moralità universale" che si impone a tutte le istituzioni umane:
"La radice profonda ed ultima dei mali, che deploriamo nella società moderna, è la negazione e il rifiuto di una norma di moralità universale sia della vita individuale sia della vita sociale e delle relazioni internazionali, il misconoscimento cioè, così diffuso ai nostri tempi, e l'oblio della stessa legge naturale, la quale trova il suo fondamento in Dio" (Pio XII, Enc. Summi Pontificatus).
Similmente Giovanni XXIII denuncia l'equivocità dei concetti più fondamentali, particolarmente del concetto di giustizia ("Vero è che il termine "giustizia" e la dizione "esigenze della giustizia" continuano a risuonare sulle labbra di tutti. Però quel termine e quella dizione assumono negli uni e negli altri contenuti diversi, assai spesso anzi contraddittori. Perciò nei loro appelli ripetuti e appassionati alla giustizia e alle esigenze della giustizia, i responsabili politici non solo non si intendono sul senso delle parole, ma spesso trovano in esse occasione di aspri contrasti" (A.A.S., cit., p. 450 - P.V., nn. 217-218), e oppone ad essa "una legge di verità e di onestà, trascendente le circostanze e gli uomini, necessaria, universale, valida per tutti" (Ibidem, p. 449), da porre a fondamento della comprensione fra gli uomini e dell'intera vita sociale.

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Papa Giovanni XXIII (1958 - 1963)

Diritto naturale fondamento del diritto positivo.
In virtù di questa sua obiettività e universalità, il diritto naturale si distingue dalle istituzioni e dal diritto positivi; ne costituisce però il fondamento, perché diritto positivo e istituzioni particolari devono uniformarsi alle sue norme fondamentali ed essere giudicati in rapporto ad esse.
1. "Alla luce delle norme di questo diritto naturale, - diceva Pio XI ogni diritto positivo, qualunque ne sia il legislatore, può essere valutato nel suo contenuto etico e conseguentemente nella legittimità del comando e nella obbligatorietà dell'adempimento. Quelle leggi umane che sono in contrasto insolubile col diritto naturale, sono affette da vizio originale, non sanabile né con le costrizioni né con lo spiegamento di forza esterna" (PIO XI, Mit brennender Sorge).
2. Pio XII ha ripreso la stessa distinzione a proposito del diritto internazionale: "Il cammino verso la comunità dei popoli e la sua costituzione non ha come norma unica ed ultima la volontà degli Stati, ma piuttosto la natura, ossia il Creatore. Il diritto all'esistenza, il diritto al rispetto e al buon nome, il diritto a un carattere e a una cultura propri, il diritto allo sviluppo, il diritto all'osservanza dei trattati internazionali, e diritti equivalenti, sono esigenze del diritto delle genti dettato dalla natura. Il diritto positivo dei popoli, indispensabile anche esso nella Comunità degli Stati, ha l'ufficio di definire più esattamente le esigenze della natura e di adattarle alle circostanze concrete [...]. In questa comunità dei popoli ogni Stato è dunque inserito nell'ordinamento del diritto internazionale, e con ciò nell'ordine del diritto naturale, che sostiene e corona tutto" (1).

Diritto naturale non "formale" ma "contenutista".
Opponendosi al diritto positivo e al contenuto delle istituzioni umane come ciò che è meno determinato a ciò che lo è di più, il diritto naturale di cui parlano i Sommi Pontefici non si riduce, tuttavia, al solo principio formale dell'obbligo giuridico o morale, come invece avviene in certi sistemi giuridici o filosofici nei quali appare immutabile e universale solo il principio imperativo dell'obbligazione, mentre tutte le altre determinazioni sono lasciate all'ordinamento positivo.
Il diritto naturale al quale si riferisce la dottrina sociale della Chiesa comporta, invece, un certo numero di determinazioni. Queste, tuttavia, non sono determinazioni positive, poiché sono immutabili e universali: "criteri universali rispondenti alla natura delle cose", atti a "ricomporre i rapporti della convivenza", come si esprime la Mater et Magistra (A.A.S., cit., p, 453, P.V., n. 232). Un insegnamento sempre attuale rende questi criteri universali "rispondenti alla natura delle cose e agli ambiti diversi della società e ai caratteri dell'epoca contemporanea" (ibidem). Concernono, insomma, delle caratteristiche strutturali della natura umana e della società, quali appaiono in qualunque situazione storica e che si impongono ad ogni istituzione positiva determinata.

Pio XII (1939 - 1958)

Contenuti essenziali: famiglia, proprietà, comunità minori, Stato.
Raccogliendo delle indicazioni sparse nell'insegnamento pontificio è possibile, infine, tentare l'enumerazione di alcuni di questi elementi strutturali costituenti altrettante determinazioni del diritto naturale come tale.
1. Tre di essi sono spesso presentati congiuntamente: la famiglia, la proprietà, lo Stato, indicati quali fondamento dell'"ordine naturale".
"Perché - afferma Pio XII - questa solidarietà di quanti si trovano senza tranquillità e nel pericolo non dovrebbe divenire per tutti la via sicura, donde può venire la salvezza? Perché questo spirito di solidarietà non dovrebbe essere come il perno dell'ordine sociale naturale nelle sue tre forme essenziali: famiglia, proprietà, Stato, per ricondurle alla loro organica collaborazione, adattata alle condizioni del presente?" (Pio XII, Messaggio di Natale 1950, In A.A.S., 1951, p. 56).
Pio XII prende posizione altrove contro chiunque misconosca queste determinazioni essenziali e pretenda garantire la sicurezza dell'uomo pur rinunciando a promuovere istituzioni ad esse conformi:
"Nulla vieta che si stabilisca la sicurezza, utilizzando anche i dati della tecnica e dell'industria; occorre però resistere alla tentazione di far sorreggere l'ordine e la sicurezza dal suaccennato metodo puramente quantitativo, che non tiene in alcun conto l'ordine della natura, come vorrebbero coloro che confidano tutto il destino dell'uomo all'immenso potere industriale della presente epoca. Essi credono di fondare ogni sicurezza sulla sempre crescente produttività e sull'ininterrotto corso della sempre maggiore e feconda produzione dell' economia nazionale. [...].
"Per stabilire la sicurezza, essi concludono, non sarà perciò più necessario il ricorso alla proprietà, sia privata che collettiva, sia in natura che in capitali. [...]. In questo troppo artificiale sistema la sicurezza dell'uomo per la sua vita è pericolosamente separata dalle disposizioni e dalle energie per l'ordinamento della comunità, inerenti alla stessa vera natura umana, e le quali soltanto rendono possibile una unione solidale degli uomini. In qualche modo, sebbene col necessario adattamento ai tempi, la famiglia e la proprietà debbono restare tra i fondamenti della libera sistemazione personale. In qualche modo le comunità minori e lo Stato debbono poter intervenire come fattori complementari di sicurezza" (Pio XII, Messaggio di Natale 1955, in A.A.S., 1956, pp. 31 s.).

2. Si noterà che intervengono qui, a fianco della famiglia, della proprietà e dello Stato, "le comunità minori", più vaste della famiglia e meno estese dello Stato. Il diritto d'associazione privata è infatti uno dei punti più frequentemente annoverati dai Sommi Pontefici tra le esigenze del diritto naturale. Lo si trova messo in particolare rilievo nella Rerum Novarum e nellaQuadragesimo Anno (Cfr. Leone XIII, Rerum Novarum, cit., p. 664; Pio XI, Quadragesimo Anno, 15 maggio 1931, in A.A.S., 1931, p. 188).

3. In ragione degli attacchi di cui è fatto oggetto e al fine di sfatare le interpretazioni tendenziose che se ne danno, i Sommi Pontefici sono indotti a insistere più spesso sul diritto naturale di proprietà.
Secondo la Rerum Novarum, la proprietà privata e personale è di diritto naturale (Cfr. LEONE XIII, Rerum Novarum, cit., p. 643).
"Non è dalle leggi umane, bensì dalla natura che deriva il diritto di proprietà individuale; l'autorità pubblica non può quindi abolirla; può soltanto temperarne l'uso e armonizzarlo con il bene comune" (Ibidem, p. 663).
Ugualmente Pio XII parla spesso, per spiegarne l'esatto significato, del "diritto naturale di proprietà" (V., ad es., Pio XII, Messaggio del 1° settembre 1944, in A.A.S., 1944, p. 252); e Giovanni XXIII lo riafferma (Giovanni XXIII, Mater et Magistra, cit., p. 427).

"Strutture naturali" immutabili e "forme istituzionali" mutabili.
La famiglia, la proprietà, le comunità minori e lo Stato sono qui evidentemente considerati elementi dell'ordine naturale solo in quanto strutture costitutive dell'esistenza umana, e non già in quanto forme istituzionali particolari e positive corrispondenti a tali strutture.
Famiglia e proprietà sono dunque strutture sociali immutabili, ma ciò non esclude il "necessario adattamento ai tempi" (PIO XII,Messaggio di Natale 1955, cit., p. 32). Pio XII dichiarava ancora:
"Vi è, cioè, un ordine naturale, anche se le sue forme mutano con gli sviluppi storici e sociali; ma le linee essenziali furono e sono tuttora le medesime: la famiglia e la proprietà, come base di provvedimento personale; poi come fattori complementari di sicurezza, gli enti locali e le unioni professionali, e finalmente lo stato" (Ibidem, p. 30).
Il diritto naturale, di cui parla la dottrina sociale della Chiesa, ha dunque veramente un contenuto, pur non intendendosi con ciò delle determinazioni positive e istituzionali troppo particolari, le quali dipendono dalle trasformazioni storiche e sociali.
Alle istituzioni positive conviene opporre le "strutture" essenziali dell'esistenza umana che fanno loro da substrato. Tali strutture, che possono manifestarsi in forme istituzionali diverse secondo i tempi e i luoghi, sono le sole a costituire il diritto naturale in senso stretto.

Dalle strutture dell'ordine naturale alle norme del diritto naturale.
1. Né si obietti che in virtù d'una tale teoria il diritto naturale è di nuovo votato all'astrazione e al formalismo, come nelle teorie che non gli riconoscono altro contenuto tranne il principio universale dell'obbligazione al di fuori di ogni determinazione. Esso invece si presenta con un contenuto ben determinato, anche se ridotto agli aspetti fondamentali della natura umana - che sottendono di essa natura tutte le manifestazioni storiche e concrete -, colti con una conoscenza globale di carattere filosofico ed essenziale.
Le strutture non si incontrano mai allo stato puro o isolato nel mondo storico, ma come suo substrato. Correlativamente, esse si trasformano in norme per l'azione libera che l'uomo è chiamato a svolgere in questo mondo storico, le cui caratteristiche esistenziali ed empiriche non sono mai di primo tratto adeguate alle strutture essenziali.
2. Questo passaggio dalla descrizione delle strutture dell'ordine naturale alla determinazione delle norme del diritto naturale, si osserva in molti documenti pontifici. Tali norme si configurano ora come esigenza o comando della legge naturale, ora, invece, come proibizione o dichiarazione di inaccettabilità presentata in nome della legge naturale.
La norma negativa è evidentemente meno ricca, ma di forma più assoluta, vincolante, come si dice, "semper et pro semper". Così certe realtà saranno dichiarate - in forma permissiva soltanto o imperativa, secondo i casi, ma più spesso imperativa - "conformi alla natura" o all'ordine naturale; mentre certe altre realtà, situazioni e istituzioni saranno dichiarate contrarie alla natura, "non naturali".

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Leone XIII (1878 - 1903)

Esempi di norme positive.
1. Pio XII, ad esempio, afferma in forma positiva che la costituzione di una "comunità di lavoro", ai diversi livelli della vita economica, è "conforme all'ordine naturale". Malgrado l'imprecisione del testo, sembra vi si debba vedere un carattere imperativo piuttosto che semplicemente permissivo.
"Voi, coltivatori, - egli dice - costituite con le vostre famiglie una comunità di lavoro. Voi volete, insomma, formare con tutti i gruppi professionali del popolo una grande comunità di lavoro. Ciò è conforme all'ordine naturale stabilito da Dio; è il vero concetto cattolico di lavoro" (Pio XII, Discorso ai coltivatori diretti, 15 novembre 1946, in A.A.S., 1946, p. 436).
2. Allo stesso modo Leone XIII formulava, in nome del diritto naturale, l'esigenza di un'armonia fra le classi sociali. È conforme alla natura che le classi della società siano unite:
"L'errore fondamentale in questa questione è credere che le due classi siano nemiche l'una dell'altra, come se la natura avesse armato i ricchi e i poveri affinché si combattessero vicendevolmente in un duello ostinato [...] le due classi sono destinate dalla natura a unirsi armoniosamente e a mantenersi in un perfetto equilibrio. L'una ha assolutamente bisogno dell'altra" (Leone XIII, Rerum Novarum, cit., p. 648).
Queste affermazioni sono da accostare alla seguente, tolta dalla medesima enciclica: "I poveri né più né meno dei ricchi, sono di diritto naturale cittadini (sunt nimirum proletarii pari jure cum locupletibus natura cives)" (Ibidem, p. 656).

Esempio di norma negativa.
Prendiamo ora un esempio di norma negativa, assoluta, desunta dal diritto naturale. Esso concerne una "situazione sociale", in altri termini un regime, in cui una parte della popolazione è votata ad un'esistenza economica perennemente precaria. Pio XII scriveva nel 1944:
"Il valore e la dignità della natura umana, redenta ed elevata all'ordine superiore dal sangue di Gesù e dalla grazia divina che destina al cielo, stanno permanentemente innanzi agli occhi della Chiesa e dei cattolici, che sono sempre gli alleati e i propugnatori di ciò che è secondo natura; e perciò hanno ritenuto ognora come fatto innaturale che una parte del popolo - chiamato con duro nome, che ricorda distinzioni romane antiche, "proletariato" - debba rimanere in una continua ed ereditaria precarietà di vita" (Pio XII, Discorso ai predicatori della Quaresima, 22 febbraio 1944, in A.A.S., 1944, p. 85).
Queste espressioni hanno il carattere assoluto delle leggi negative. Il loro senso è chiaro: le situazioni sodali così denunciate sono intollerabili e devono assolutamente essere modificate.

Conclusione.
l. Bisognava qui insistere sul contenuto tanto normativo che descrittivo del "diritto naturale" secondo l'insegnamento sociale della Chiesa. Si trattava di distinguerlo nettamente dal diritto naturale quale viene inteso in tutte quelle concezioni secondo le quali esso avrebbe solo una consistenza formale, in quanto principio dell'obbligazione, mentre tutte le determinazioni sarebbero di ordine positivo.
Senza attribuire al diritto naturale un contenuto che sarebbe in realtà positivo - perché troppo determinato e corrispondente a modalità particolari -, la Chiesa riconosce che esso fissa un certo numero di determinazioni essenziali, corrispondenti alle strutture costitutive della natura dell'uomo e della società. Così inteso, il diritto naturale comporta dei comandi imperativi o permissivi così come delle leggi negative assolute.
2. In virtù sia di questi divieti sia di questi comandi esso si distingue dal diritto positivo e ha funzione di misurarlo e giudicarlo. Non si deve per altro supporre che esso sia riducibile ai diritti soggettivi degli individui opposti allo Stato e al suo diritto, poiché lo Stato stesso è considerato struttura fondamentale dell'ordine naturale. In pratica tuttavia, dato che lo Stato è, nelle nostre società attuali, il legislatore positivo per eccellenza, accadrà che il diritto naturale si configuri come il complesso dei diritti innati della singola persona anteriori allo Stato.

3. Occorre notare che mentre frequenti sono i riferimenti al contenuto del diritto naturale, scarse invece sono le considerazioni sul diritto naturale come fonte formale, cioè sul modo in cui il suo contenuto viene conosciuto e appreso. Viene affermato tuttavia ch'esso è "inscritto sulle tavole del cuore umano" e "può essere conosciuto dalla sana ragione". Osservazioni, queste, di capitale portata, sufficienti a fornire una definizione della fonte di conoscenza del diritto naturale.


NOTE

(1) PIO XII, Discorso all'Unione dei giuristi cattolici italiani, 6 dicembre 1953, in A.A.S., 1953, pp. 795 s. (GIORDANI, o. c., n. 3, p. 995). Poiché il diritto positivo è il più sovente quello promulgato dallo Stato, principale fonte delle leggi e delle norme di diritto nelle nostre società moderne, l'opposizione tra diritto naturale e diritto positivo prenderà frequentemente l'aspetto di una opposizione tra diritti inerenti alla persona, o diritti Innati dell'uomo, e diritti od obbligazioni formulati dallo Stato. Così, tra i punti di cui il Papa, parlando a dei giuristi, raccomandava l'importanza, si legge il seguente: "riconoscimento e realizzazione diretta e indiretta dei diritti innati dell'uomo che, in quanto inerenti alla natura umana, sono sempre conformi all'interesse comune; anzi, sono essi che devono essere presi come elementi essenziali di questo bene comune; ne consegue che è dovere dello stato proteggerli e promuoverli, e che in nessun caso possono essere sacrificati a una pretesa ragione di Stato" (Pio XII, Allocuzione al Congresso internazionale di diritto privato, 15 luglio 1950, in Pio XII, Discorsi..., cit., vol. 12, p. 155). Queste osservazioni non sono evidentemente In contraddizione con le affermazioni solenni con cui i Sommi Pontefici presentano lo Stato come una delle forme essenziali dell'"ordine naturale", Indicando così che la sua esistenza e la sua funzione sono ugualmente di diritto naturale imprescrittibile.